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Tutto quel bianco

Posted in LaLittératureDuMarronoir with tags , , , , , , , on 11/02/2012 by gfcassatella

Per dirla tutta, sembrava di stare nel buco del culo dell’omino Michelin, tanto era il bianco che ci circondava.

Voglio essere sincero: la fine del mondo me l’aspettavo più profumata. Non dico odore di fiori o Chanel N° 5, ma neanche puzza di sudore, cipolla e chissà cos’altro.

Che una cinquantina di persone fossero ammassate in un ambiente minuscolo, era il primo segnale che qualcosa non funzionasse. Ma in quel momento nessuno ci pensava, tutti eravamo intenti a sopravvivere, anzi a soprammorire, in quella cella.

E poi c’era tutto quel bianco, che non aiutava di certo a mantenere la concentrazione.

Non che in vita fossi stato uno che si metteva a rimuginare sulle cose per poi venirne fuori con un piano brillante: lasciavo tutto al caso.

Anche questa cosa della fine del mondo non l’avevo gestita al meglio. Io, un po’ per pigrizia e un po’ per scetticismo, non mi ero organizzato.

Per chi voleva darsi da fare, le alternative non mancavano. Ogni giorno qualcuno appariva in Tv per divulgare il proprio metodo di sopravvivenza all’Armageddon. C’era anche chi andava oltre l’Ultimo Giorno, e ti dava consigli pratici sul cosa fare “per arrivare puro al cospetto di dio”. Che poi quel dio potesse essere quello dei cristiani, Allah, Jahveh, Buddha, un tizio con la testa di elefante, una tipa con sei braccia o un omino verde, poco importava.

Come si era arrivati alla certezza che il 12/12/12 il mondo sarebbe finito? Beh, all’inizio c’erano state quelle chiacchiere sui Maya, ma per far convergere tutte le religioni, le filosofie e le altre stronzate su quella data, ci volle un processo lungo un anno.

La macchina si mise in moto lentamente, forse già il secondo giorno del 2012. Chi te la proponeva dal punto di vista (fanta)scientifico, chi da un punto di vista scettico, la tiritera della fine del mondo diventò uno degli argomenti preferiti delle emittenti televisive.

Ai documentari si sostituirono i talk show e i salotti televisivi. Scienziati si accomodavano accanto a filosofi e religiosi. Nei primi mesi ognuno era lì a dire: “non succederà nulla”. Poi però le cose presero una piega diversa. Le emittenti capirono che se non c’è cacarella, carta igienica non se ne vende. Così invitarono i catastrofisti. Gli ascolti salirono.

Verso giugno, però, anche questo giochetto perse efficacia.

Decisero che, per andare avanti, bisognava tornare indietro: ecco di nuovo gli scettici in versione uomini di fede e scienziati.

Il bombardamento via etere però aveva persuaso anche loro che la fine sarebbe arrivata. Sotto gli abiti talari, le tuniche, i pastrani, c’erano degli uomini. E come tali condizionabili.

Le eminenze religiose, invece di rassicurare la popolazione mondiale, davano ricette di comportamento per ritrovarsi alla fine, dopo la catastrofe, dalla parte dei buoni (che poi era sempre la loro), oppure spiegavano cosa fare per poter accedere alla navicella pronta a salpare verso chissà quale pianeta (non mancavano i santoni filo-extraterrestri).

Tutti avevano la certezza che il mondo sarebbe finito. Questo avrebbe dovuto far sorgere una comunione di intenti, no? Una cosa del tipo “volemoce bene, andiamo incontro alla morte!”, magari seguito da qualche ehi ho. Macché! Le varie religioni iniziarono a contendersi i passaggi televisivi, sbraitando e a puntando l’indice sugli altri. Fu necessario creare una sorta di par condicio, come per le elezioni.

E il popolo? D’innanzi alla certezza della fine, spuntarono due fazioni: i religiosi e i goderecci.

I primi pregavano, i secondi scopavano.

Poi c’eravamo noi, gli apatici, che continuavamo a non pregare (per scelta) e a non scopare (per scelta altrui, almeno nel mio caso).

I mesi caldi della lotta interconfessionale furono quelli tra giugno e settembre, poi giunse l’idea. Fu uno sfigato, un certo Martella, a tirar fuori un culto nuovo: una sorta di Frankenstein teologico in cui convergevano i princîpi fondamentali di tutti i riti. La sua trovata funzionò e si arrivò alla religione unica. Non più gente che pregava in modo diverso. Non più gente che scopava. Semplicemente si pregava mentre si scopava. Anzi lo scopare era di per sé una preghiera. Pur non credendoci, ne ho approfittato.

Quel 12/12/12 era un mercoledì, e io ero stanco di dispensare il mio uccello. Mi ero tolto tutti gli sfizi ed ero scetticamente pronto a morire.

Infatti, non mi accadde nulla. Nisba. Sembrava una replica del flop del millenium bug.

Ora non so voi come vi immaginate la fine del mondo, però suppongo che nella vostra testa sia una cosa rapida e violenta. Un bum che porta tutto via.

Non fu così, l’Armageddon durò una settimana e fu incruento.

La gente iniziò a sparire dalle 00:01 del giorno 12/12/12 e lo fece sino alle 23:59 del 18/12/12.

I cavalieri dell’apocalisse ci prelevarono. Non erano quattro, erano molti di più. Non cavalcavano, avevano delle Ford Falcon senza targa.

All’inizio se ne accorsero in pochi. Io per esempio non mi resi conto di nulla. Ero figlio unico, i miei genitori erano morti da un pezzo. Non avevo né moglie né figli. Il mio salumiere di fiducia era stato licenziato da un pezzo. Non avevo punti di riferimento sociale di cui avvertire la mancanza.

Altri invece se ne resero conto, ma non capivano né il come, né il perché la gente sparisse. Ok, c’era stata quella cosa del 12/12/12, ma il mondo era ancora lì. Tanta preoccupazione per niente, nessuno perciò legava gli ultimi avvenimenti a quella data.

E intanto la gente si eclissava, sempre più. Man mano che le sparizioni aumentavano, crescevano gli avvistamenti di Ford Falcon.

Anche i quotidiani i primi giorni ne parlarono timidamente, poi la cosa fu talmente palese che non poterono tacere.

Gli stessi governi, che al momento delle prime sparizioni non sapevano come agire, preoccupati che la responsabilità fosse dei propri servizi segreti, assunsero atteggiamenti aggressivi. Chi se la prendeva con il paese confinante, chi con gli arabi, chi con Israele. Era un tutto contro tutti. Finché quei tutti non sparirono, tutti.

Le mamme degli scomparsi si recavano dai preti o dall’esercito a chiedere informazioni. La polizia era sommersa di telefonate. Poi più nulla, perché non c’erano più mamme. E, se per questo, neanche preti, militari e poliziotti.

Ci ammassarono in quelle camere con le pareti bianche. Non ci dicevano nulla, a malapena ci portavano un pasto e le latrine non le svuotavano.

Era terribile condividere quello spazio ridotto con altre quarantanove persone.

Le sevizie arrivarono con le prime rivolte. Quelli (non saprei come altro chiamarli) se  sentivano gridare, entravano nella cella e torturavano. Ma non brutalizzavano te. No, no. Se la prendevano con un tuo caro. Facevano quello che si chiama il sottomarino, cioè immergevano la testa del malcapitato nel recipiente che usavamo come latrina, quasi sino al soffocamento. Per non parlare poi dei fili con moschettoni attaccati ai genitali da una parte e alla batteria di un’auto dall’altra.

Grazie a dio, io sono sempre stato uno che si fa i cazzi i suoi, e me ne stavo zitto senza commentare.

Molti diventarono dei vegetali. Altri impazzirono.

Io? Fui più vicino alla follia che allo stato vegetativo.

Quel bianco mi entrava dagli occhi e si appiccicava alle sinapsi.

Eravamo morti, ma in un modo molto simile alla vita.

Poi Quelli vennero a prenderci, ci spostarono in una sorta di iperstanza (non saprei come altro definirla) in cui c’era il resto della defunta popolazione mondiale. Sei miliardi di persone stipate in quella che era la più grande piazza dell’universo. Al centro si innalzava un trespolo sul quale erano assiepati dei tipi che indossavano delle divise da generale. Discutevano tra loro e sembravano arrabbiati. Agitavano ali e coda (sì, perché avevano ali e coda).

Alla fine uno di loro disse: «il mondo è finito, quando non doveva. C’avete persuaso che era giunto il momento, ma così non era. Noi non siamo pronti a sopportare la gestione di sei miliardi di umani. Vi rispediamo indietro!».

Fu così che tutto quel bianco sparì e mi ritrovai sul divano di casa.

Toccò al presidente Obama spiegare a tutti cosa fosse successo, erano stati gli stessi Generali a dirglielo. Non starò qui a riproporre il discorso parola per parola, ma ne ripeterò una sola: psicopompa.

Quando il leader, o meglio il suo traduttore, in Tv comunicò al mondo quel termine, io pensai che fosse un sinonimo di sega mentale. Ovviamente mi sbagliavo (ma non di tanto). I Generali avevano riferito all’inquilino della Casa Bianca che quella storiella della fine del mondo datata 2012 era così entrata a far parte dell’immaginifico dell’umanità, che alla fine le forze cerebrali di noi tutti avevano causato un blackout cosmico. Quello che era avvenuto non era altro che un trasporto di anime dalla vita alla morte. Il tutto, ci fu riferito, era stato una mera illusione, in quanto tutti noi eravamo rimasti nella condizione iniziale: quella di vivi.

Però, ed è un però grande quanto un pero, i Generali c’erano cascati. La nostra illusione era diventata la loro. E avevano mandato Quelli a prelevarci con le loro auto senza targa. Solo dopo, si erano resi conto dell’errore, ma non sapevano come agire. Per questo ci hanno tenuto un bel po’ in cattività, finché non sono arrivati alla conclusione che dovevano liberarci. Eravamo in troppi per stare nel regno dei morti.

Dopo il discorso all’umanità di Mister President, in molti uscirono in strada a festeggiare. Ce l’eravamo vista brutta, ma avevamo una seconda possibilità: sarebbe iniziata una nuova epoca di pace e prosperità.

Le cose girarono bene, per un po’.

Poi ci si ricordò che i Generali non erano pronti a riceverci tutti, quindi perché non sfruttare questa cosa?

In tutta sincerità, molti non avevano apprezzato che i graduati avessero scelto Obama. I francesi dicevano: «perché lui e non Sarkozy?» Gli iraniani urlavano: «chi ci assicura che il presidente degli Stati Uniti e quei militari ultraterreni non siano in combutta?».

Manco il Papa aveva reagito in modo gaudente. Già la fede aveva subito un drastico colpo con l’ascesa di quel Martella, in più quegli esseri dell’aldilà avevano scelto un altro come rappresentante sulla terra…

Una cosa tira l’altra, così arrivò la guerra che fece partire i titoli di coda per una seconda volta.

In questo giro la fine fu vera, non psicopompa, e arrivò inaspettata per noi.

Fortunatamente, loro, come da programma, ci rispedirono sulla terra, non erano ancora pronti.

Allora il mondo finì una terza, una quarta e una quinta volta.

Nelle occasioni successive furono i politici di turno ad avvisarci che lo spettacolino dell’esistenza sarebbe stato sospeso momentaneamente. Apparivano in Tv qualche giorno prima per comunicare che all’ora tot del giorno tot sarebbe stato lanciato l’attacco definitivo al nemico di turno. Perché il nemico cambiava sempre. Una volta era l’islamico, l’altra il comunista, l’altra ancora colui che metteva in pericolo il nostro ueioflaif. Cambiando gli avversari, cambiano anche gli amici. Oggi te la facevi con uno, domani con l’altro. Come in 1984.

Possibile che la popolazione mondiale si facesse mettere i piedi in testa dai propri governanti?

Possibilissimo. Loro chiedevano, noi ci sacrificavamo. Anche perché, sterminando in una botta sola l’intera popolazione mondiale, resuscitavamo in blocco. Tana libera tutti, no?

Ma tornavamo simili, non uguali a prima.

Un tempo avevo un cane. Per lui avevo comprato un frisbee. Io lo lanciavo, lui lo riportava.

Dopo il primo lancio l’oggetto mi fu restituito un po’ sbavato. Dopo il secondo, sporco di saliva e con delle piccole incisioni dovute ai denti. Dopo il terzo, in quei forellini c’era del terreno.

Il mondo è come quel frisbee, torna sempre indietro, solo più sporco e leggermente diverso.  

Eccomi qua, l’ennesima notte in bianco, in attesa dell’attacco nucleare che a breve distruggerà tutto per la sesta volta.

Ce l’hanno comunicato due settimane fa. Niente di trascendentale, lanceremo i nostri confetti, loro risponderanno. Finirà tutto in un baleno, altro che settimana di sparizioni.

Che senso ha distruggere, se poi si torna? Beh, quando riappari sia tu che il tuo nemico avete meno armi. Un giorno, quando torneremo, solo uno avrà ancora dei giocattoli esplosivi, l’altro li avrà finiti. C’è da sperare di essere quell’uno.

Ormai tutti c’hanno fatto il callo a queste attese. Anche io mi ci sono abituato, rimpiango solo i vecchi tempi, quando prima della fine almeno si scopava un po’.

Il sindaco s’è inventato una notte bianca per celebrare l’evento, così dalla strada sale un vocio. Dalla piazza arriva la musica sincopata di chissà quale gruppo.

Io non mi unirò a loro, preferisco passarla tra amici la fine.

Raccatto una vecchia maglietta dei Velvet Underground, la indosso ed esco.

Per strada vedo i negozi illuminati, le vetrine sono addobbate con festoni che richiamano alla fine imminente.

Un commesso annoiato fuma sulla porta, evidentemente le vendite non sono un granché. Eppure di gente per strada ce n’è.

Incrocio un uomo con due bambine, entrambe hanno un copricapo a forma di fungo atomico.

Arrivo a casa del mio amico, la porta è aperta. Noi non abbiamo paura della peste, per questo non spranghiamo le entrate. Che venga pure la Maschera della Morte Rossa, saremo felici di ballare con lei.

Mi guardo intorno, gli invitati ci sono tutti. C’è anche Rebecca con il pancione. Una mano con il bicchiere, l’altra sul ventre gravido. Parla e sorride al suo interlocutore. Sa che oggi finirà e che comunque il bambino nascerà, magari non sano e forte ― perché il mondo è un frisbee che torna sempre indietro, solo più sporco e leggermente diverso ― ma nascerà.

Saluto, accenno qualche battuta. Non mangio, preferisco arrivare leggero alla morte. L’ultima volta al mio ritorno ero costipato, una vera rogna.

Raggiungo gli altri sul balcone, guardano giù. Quando non passa nessuno buttano sul marciapiede sottostante i vecchi oggetti che al ritorno non serviranno più. Sbagliano, per poco non colpiscono una passante, lei alza la testa e urla: «ve possino ammazza’!». È solo una questione di minuti, baby penso tra me e me.

Rientro, Maria è là che mi guarda, mi dice: «che fine hai fatto?».

«Scusami, dovevo chiamarti, lo so. Ma ero tutto preso dalla fine  ».

«Tu preso dalla fine? Ma se non te n’è mai fregato nulla!».

«Non fare così. Domani, appena torniamo, ti chiamo. Cascasse il mondo se non lo faccio!» le dico sparando il mio migliore sorriso alla Mandrake.

Lei alza la mano e mi liquida con un misero «ok, ok…».

Prendo una sedia e mi accomodo. Guardo quell’umanità varia. Sono consapevoli che la fine sta per verificarsi, che quella notte è l’ultima (fasulla) della loro esistenza. Si comportano come se fosse l’ennesimo capodanno della loro vita. Non cercano vie di fuga, non hanno comportamenti sopra le righe. Quelli c’erano stati solo all’appropinquarsi del 12/12/12 e della terza fine, la prima programmata. Omicidi, stupri, furti. Senza dimenticare le orge martelliane. La certezza di morire, anche se nel caso della terza si sapeva che sarebbe stata momentanea, aveva fatto crollare tutti i princîpi civici. Ma poi ci si era abituati. L’eccezionalità dell’Armageddon era diventata mera routine. Se ci penso con distacco, trovo questa normalità eccezionale. Nessuno scrittore avrebbe potuto ideare una situazione del genere. Anni e anni di produzione letteraria avevano descritto i momenti pre-Apocalisse come un ritorno alla barbarie, e invece eccoci qua come se nulla fosse. Il mondo è un frisbee che torna sempre indietro, solo più sporco e leggermente diverso, e noi di ne siamo al corrente.

Ho sete, vado in cucina. Apro il frigo, so che ne tengono una bottiglia solo per me. Infatti, ecco la mia Coca Cola. La stappo, assaporo prima il lieve shhhh del gas che esce e poi ne tracanno un po’.

«Quella roba ti ucciderà» mi dice Teodoro, il simpatico Teodoro, ridendo sguaiatamente. È un dejà vu, è la quarta volta che spara quella battuta.

La Tv è accesa, il Liverpool gioca in casa. Gli inglesi non si fermano mai, mica come noi. Sfilo dalla tasca la ricevuta della mia scommessa, lancio una bestemmia: ho l’uno fisso e i Reds sono sotto due a zero ad Anfield a pochi secondi dalla fine. Il telecronista esalta i tifosi della squadra di casa, anche se perdono cantano il tradizionale You’ll never walk alone. Loro, i supporter, saranno sempre al fianco della propria squadra. Anche se il sempre ultimamente ha il singhiozzo.

Qualcuno mi chiama. È il momento. Mi avvicino anche io al grande schermo LCD, il costosissimo spot è finito (le cifre pagate dalle aziende per le pubblicità nell’intervallo del superbowl, sono spiccioli rispetto a quelle versate per accaparrarsi l’ultimo passaggio televisivo prima del countdown), il presentatore di turno, circondato da tre o quattro ragazzine poco vestite, sorride e indica il grande orologio a forma di bomba. Tra meno di due minuti i razzi partiranno, quelli veri, non i mortaretti che i ragazzini stanno esplodendo dalle prime ore del pomeriggio.

Quando il contatore indica i sessanta secondi, tre o quattro bottiglie di spumante vengono aperte. Ce le passiamo concitatamente, scambiando gli auguri. Abbiamo solo un minuto per festeggiare. Poi arriverà l’Armageddon e tutto riprenderà come prima.

Lei mi sorride, si avvicina, mi bacia. Finiremo insieme, come le ultime due volte.

Guardo i visi dei miei compagni, sono tutti rilassati. Siamo morti e resuscitati già cinque volte. Gesù l’ha fatto una volta sola e dopo tre giorni. Noi ci metteremo solo un battito di ciglia.

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Tutto quel bianco mi circonda di nuovo.

Non doveva andare così. Morire e ritrovarmi sul divano di casa, nel mio letto o sulla tazza del cesso, quello era il mio programma. Invece eccomi nella cella bianca, come la prima volta.

La seconda, terza, quarta e quinta fine erano state al netto della prigionia. I Generali non c’avevano voluto manco per un secondo nel regno dei morti.

Quindi, se ora sono qua, significa che alla fine si sono rotti le palle (magari loro le hanno sotto la coda) del nostro giochetto. Hanno finalmente risolto l’annoso problema dello spazio: sanno come ospitare sei miliardi di persone!

Urlo. Serve a poco. Nella stanza entrano tre Quelli, due mi afferrano, uno mi infila in un sacco di plastica trasparente e chiude la zip.

I due che mi trattengono mi spingono a terra. Sono steso in mezzo a tutto quel bianco. Respiro l’aria che entra da un’apertura circolare posta più o meno all’altezza della mia bocca. Il terzo attacca un tubo a quel foro. Sento prima il rumore di un motore, poi inizio ad avvertire che l’aria pian piano esce dal sacco. Mi stanno mettendo sottovuoto.

Ora sono più morto di prima, però è sempre uno stato simile alla vita. Il sacco di plastica è diventato una sorta di guaina aderente che non permette movimenti.

Uno del terzetto mi solleva e mi carica su quella che sarebbe stata una spalla, se il Quello fosse stato un uomo.

Con una mano spinge un bottone, e tutto quel bianco si apre, facendo apparire una porta dal nulla. Lui l’attraversa, ci ritroviamo così in una cella frigorifera. Uno di quegli esseri, con indosso una tuta bianca, tira giù un gancio dal soffitto. Mi appendono come un salame.

Mi guardo intorno, una moltitudine infinita ― anche se dentro di me so che è finita, sei miliardi, per la precisione ― di corpi.

Alla mente mi torna la copertina dell’omonimo della Edgar Broughton Band, quella con il cadavere che spunta tra i pezzi di carne da macello appesi.

Canticchio “Evening Over Rooftops”, la mia vita, come in un luogo comune, mi scorre davanti agli occhi alla maniera di un film: i miei genitori, gli anni della scuola, il lavoro, il mio cane. Poi vivido nella mia testa si forma il ricordo di uno specchio d’acqua. La sua superficie è di un verde malsano, ci sono qualche foglia e qualche bolla che spuntano qua e là. Ciò che attrae la mia attenzione è il cerchio rosso che galleggia per un po’ al centro, prima di inabissarsi. Lancia oggi, lancia domani, il gioco del mio cane è finito, irrecuperabilmente, nello stagno.

Il mondo è come un frisbee, torna indietro, solo più sporco e leggermente diverso.  Non sempre però.

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Racconto nato per un concorso, lo stesso di “Dalì all’eternità”, ma concepito prima di avere il tema definitivo (“Notte bianca in attesa d’Armageddon”). Quella che potrebbe sembrare una novella sulla fine del mondo, in realtà non lo è.
O forse lo è, ma non in via esclusiva.
Questa storia parla della piaga della desaparicion argentina. Potrei star qui a fare il professorino, raccontandovi per filo e per segno cose accadde, ma preferisco evitare. Vi consiglio, però, di procuravi “Le irregolari. Buenos Aires horror tour” di Massimo Carlotto. Molti spunti provengono da lì. Se vi capita, guardate anche “Garage Olimpo” e/o la miriade di filmati sull’argomento presenti su youtube.
Anche l’incipit mi è venuto in mente prima di decidere di partecipare al concorso. Sapevo che il mio nuovo racconto sarebbe iniziato in quel modo, e questa è stata la prima occasione utile.
Avevo tre puntini (incipit, desaparicion e armageddon), mi son divertito a unirli per vedere cosa saltava fuori.
Per quanto concerne la mia solita caccia all’influenza, direi che qualcosa di King c’è. Secondo me, la frase sul frisbee è farina del suo sacco. Altri ascendenti illustri non ne trovo.
Le citazioni sparse qua e là, come sempre, non sono casuali: sta a voi individuarle.
Il titolo è un piccolo furto-tributo a “Tutto quel nero” di Cristiana Astori. L’ho avvisata della cosa, lei si è detta felice. Per il momento i suoi avvocati non si son fatti sentire.
I due racconti non hanno nulla in comune: se il mio vi ha fatto schifo, potete comunque comprare il suo senza correre alcun rischio.