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Il metallo italiano ai tempi del grunge

Posted in LaMusiqueDuMarronoir with tags , , , , , , , , , , , , , , on 25/06/2013 by gfcassatella

Più o meno di ‘sti tempi, venti e passa anni fa (meglio non quantificare quel “passa”, correrei il rischio di apparire più vecchio di quanto io non sia), iniziò il mio cammino consapevole nel metal. Prima di allora avevo sempre ascoltato di rimando ciò che trasmettevano raramente in radio o i vecchi dischi di qualche parente. Di come sia passato dal rock più canonico (Pink Floyd e Dire Straits) alla musica pesante, magari, lo racconterò altrove. Oggi mi preme parlare del metallo in Italia negli anni 90, quando internet non c’era e i metallari li contavi sulle dita di una mano: l’heavy metal era una passione che maturavi in solitudine. Certo avevo amici che ascoltavano cose più alternative, per lo più, però, si trattava di grunge. Io invece ero metallaro, quando il metal non se lo calcolava nessuno. Le etichette se non venivi da Seattle non ti producevano, figuriamoci se poi eri italiano. Qualcuno ce la faceva, in barba alle difficoltà. Per me erano degli eroi non da poco. Oggi è tutto un supportate il metal italiano, all’epoca non era così: se ascoltavi i gruppi nostrani, ti prendevano per un pazzo. Attualmente leggo recensioni che vanno dall’otto in su, se sei nato da questo lato delle Alpi, cosa che trovo fastidiosa e controproducente (tant’è che la scena nostrana è mediocre e derivativa). È agli eroi di quei tempi che voglio rendere tributo. La classifica dei dieci album metal italiani degli anni è ipermegasoggettiva, non prende in considerazione il valore assoluto dell’album, ma quello relativo, cioè ciò che rimane dopo l’esser passato dal filtro della mia sensibilità. Era un periodo particolare per me, ricco di entusiasmo (stavo scoprendo un mondo musicale nuovo) e di tempo libero (le estati erano tre mesi veri di vacanza). Quindi se mai qualcuno dovesse leggere questo pezzo, non stia lì a dire “ma questo non capisce una mazza di musica”, oppure “ma quel disco è una cagata pazzesca”. Non vanno bene neanche i professorini del tipo: “manca questo, manca quello”.Manca un sacco di roba (sempre meno di quella che mancherebbe se mi fossi concentrato sugli anni che vanno dal 2000 in poi) sia perché per me non hanno un valore affettivo, sia perché magari non avevo quel disco (prima non era tutto a portata di link).

Gli album in questione sono stati scelti prendendo in considerazione tre fattori:
1) Cronologico: usciti tra il 1990 e il 1999;
2) Possesso: dovevo avere tra le mani il disco nello stesso lasso di tempo;
3) Affettivo: devono avere per me un valore sentimentale.

Quindi fuori rimarranno gli In.Si.Dia., per quanto importanti storicamente, all’epoca li snobbai (non so perché, forse per l’uso dell’italiano). I Natron, solo perché Bad Time For Mercy, il loro primo album che ho comprato, è stato pubblicato nel 2000. I W.O.M.P. gruppo che rientra nel decennio, ma che ha inciso qualcosa di veramente brutto.

10) Evol – Portraits (1999)

evol
Pacchiano, rustico, al limite del brutto. Però ha un fascino avatiano e pane e salame, che mi solletica le fantasie più recondite. Come si può resistere a un disco così, che ti spiattella il male in questo modo casereccio?

09) Mortuary Drape – Secret Sudaria (1997)

mortuary
L’altra faccia del male, quella sporca di sangue e polvere. Qui il male è cattivo, concreto. Un misticismo terreno, poco raccomandabile. Facevano sul serio questi tipi, non erano dei meri imitatori dei signori del nord.

08) Labyrinth – Return to Heaven Denied (1998)

laby
Già vi vedo là a storcere il muso, ma com’è fa tanto l’esperto al cazzo e poi mette un disco di power? Primo, io non faccio l’esperto al cazzo: io sono un esperto. Secondo, questo disco, non solo mi piace, ma è uno dei più importanti album della storia metallica di casa nostra. Se non ci fossero stati i Labyrinth a dimostrare che anche gli italiani sapevano essere seri e professionali, probabilmente oggi fuori ci considererebbero ancora il terzo mondo. Questo platter ha aperto la strada al mercato internazione ai gruppi nostrani di ogni genere: dopo il successo di RTHD partì la caccia grossa alle band dello Stivale. Un cambio di tendenza che non era capitato neanche con lo sbarco dei Bulldozer su RoadRunner (anche se, in verità, a quei tempi l’etichetta, allora olandese, non era ancora il colosso attuale).

07) Sinoath – Still in the Grey Dying (1995)

sinoath
Non ricordo come mai comprai questo lavoro, forse perché ne avevo letto la recensione da qualche parte, o più probabilmente solo perché costava poco e mi servì per raggiungere il minimo di spesa per abbattere le spese di spedizione. In ogni caso, il primo ascolto fu folgorante, black metal in salsa mediterranea con tastiere grandiose. Decadente e, a suo modo, barocco. Una piccola perla nera che riascolto spesso e volentieri. Qualche anno dopo ho avuto la possibilità di recensire il suo successore, ma in parte il fascino amatoriale di questo lavoro è andato perso. Un gruppo che avrebbe meritato migliore fortuna.

06) Novembre – Wish I Could Dream It Again… (1994)

novembre
Ancor’oggi il miglior disco dei Novembre (so che molti non la pensano così), nonostante una certa immaturità di fondo. Questo lp è la risposta mediterranea alle pubblicazioni Peaceville. Se quelle dell’etichetta inglese erano delle opere gotiche, WICDIA è un album verista, verghiano (forse in questo senso subisco l’influenza della copertina). La band romana ha ripubblicato questo esordio qualche anno dopo, credo che sia stato risuonato completamente. Mi sono sempre rifiutato di ascoltare la nuova versione, non ne ricordo neanche il titolo.

05) Extrema – The Positive Pressure (Of Injustice) (1995)

extrema
Fu una mezza delusione per tutti, con il senno di poi, oggi viene considerato un gradino sotto rispetto all’esordio. All’epoca però fu incensato, recensioni tutte positive, interviste, copertina di HM. Per me rimane l’album simbolo dei milanesi, forse perché sembrava che finalmente avevamo un gruppo che ce l’aveva fatta. Questi non solo incisero un disco, ma erano stati capaci anche di fare il bis. Poi avevano una clip in rotazione su VideoMusic, vuoi mettere? Aprirono per i Metallica e Vasco Rossi (nessuno è perfetto). Erano delle star. Per quanto panteroso, TPPOI è per me l’Album degli Extrema.

04) Paul Chain – Alkahest (1995)

chain
Ma quant’è bello ‘sto disco? All’epoca avevo sentito solo parlare di Paul Chain, sapevo che aveva fatto parte dei Death SS, ma non avevo ancora ascoltato nulla di suo. Chi conoscevo era Lee Dorian, un garante fin troppo credibile. Questo è anche una delle prime pubblicazioni della Godhead Records, sottoetichetta della Flying Records di Napoli, che cercava di entrare nel mondo del metal (in quegli anni era comunque uno dei maggiori distributori italiani). La GodHead si rivelò un’operazione fallimentare, ma c’ha lasciato diverse chicche firmate Acrimony e Sadness, solo per citarne alcune. Io considero Alkahest il miglior lavoro di P. Chain, mi perdonino i puristi. In questo lp il marchigiano raggiunge l’equilibrio perfetto, riuscendo a tramutare in forma di canzone tutto quello che aveva fatto prima. Poi come posso scordare le interviste rilasciate dall’inglese in cui raccontava di come il buon Paolo lo portasse in giro per cimiteri nelle pause tra una registrazione e l’altra?

03) Opera IX – The Call of the Wood (1995)

opera
Ancora una pubblicazione del 1995. Uno degli album più suggestivi che abbia mai ascoltato. Tornando ai soliti parallelismi letterari, definirei TCOTW “silvano” (che D’Annunzio mi perdoni). Quante band ho ascoltato che si autodefiniscono pagane? Tante. Quanti lavori di queste lo sono, poche, forse nessuno. Però questo non vale per TCOTW. Black metal con influenze dark (che piano piano prenderanno il sopravvento, almeno sino alla fuoruscita della singer), su tutto la straziante voce di Cadaveria. La colonna sonora ideale per una versione nera del “Sogno di una notte di mezza estate”.

02) Sadist – Above The Light (1993)

sadist
Chi ne capisce dice che il suo successore, Tribe, è anche meglio. Però per me questo esordio resta il capolavoro assoluto dei Sadist. Se non fossero stati italiani, questo disco avrebbe creato un piccolo fenomeno di culto a livello mondiale. Troppo intelligenti per fare il botto, e la storia insegna che un certo tipo di band (Nocturnus, Atheist, Cynic e Pestilence) alla fine si sono sciolte per scarse vendite, per poi riscoprirsi acclamate nell’epoca del download (tradotto: se dovevi spendere i soldi, li dirottavi su band sicure. Se non paghi per la musica, puoi pure fare il figo con le compagini eccentriche). Di questo disco ricordo tutto, dalla pubblicità su HM a cosa stavo leggendo mentre l’ascoltavo per le prime volte: Il Signore degli Anelli. Nonostante siano passati un sacco d’anni, ed abbiano fatto una ciofeca di trilogia cinematografica, nessuno mi toglie dalla testa oggi che ho quasi 38 anni, che quel diciassettenne ha ascoltato l’unica e vera colonna sonora del capolavoro di Tolkien.

01) Sylvester’s Death – The Cursed Concert (1992)

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Un grande amore nato per caso, grazie a un errore. Da giovin metallaro ero succube del genere che all’epoca andava per la maggiore, il death. Avevo appena scoperto Sepultura, Obituary e Deicide, ero alla costante ricerca di gruppi che suonassero come i tre nomi di cui sopra. Nel negozio di dischi di mio padre comparve un cd con una copertina poco chiara e un bel death nel monicker. Per mia grossa sorpresa la band non aveva nulla da spartire con le sonorità che cercavo, ma era qualcosa di più: la trasposizione in musica dei miei film horror preferiti, quelli della Hammer. Inoltre avevano un’immagine scioccante, altro che Kiss! Da quel momento iniziai la ricerca dei loro lavori precedenti, non ebbi difficoltà nel recuperare quasi subito i vinili di Heavy Demons e Where Are Have You Gone?, e comprai tutte le loro uscite successive, singoli, lp, ep, vhs (in primis proprio la trasposizione visiva di questo concerto) e dvd. Oggi il grande amore è finito, dopo che per anni s’è trascinato (da Panic in poi non c’ho capito più nulla), però The Cursed Concert è il mio album metallico italiano dei novanta per antonomasia.

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