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Tutto quel bianco

Posted in LaLittératureDuMarronoir with tags , , , , , , , on 11/02/2012 by gfcassatella

Per dirla tutta, sembrava di stare nel buco del culo dell’omino Michelin, tanto era il bianco che ci circondava.

Voglio essere sincero: la fine del mondo me l’aspettavo più profumata. Non dico odore di fiori o Chanel N° 5, ma neanche puzza di sudore, cipolla e chissà cos’altro.

Che una cinquantina di persone fossero ammassate in un ambiente minuscolo, era il primo segnale che qualcosa non funzionasse. Ma in quel momento nessuno ci pensava, tutti eravamo intenti a sopravvivere, anzi a soprammorire, in quella cella.

E poi c’era tutto quel bianco, che non aiutava di certo a mantenere la concentrazione.

Non che in vita fossi stato uno che si metteva a rimuginare sulle cose per poi venirne fuori con un piano brillante: lasciavo tutto al caso.

Anche questa cosa della fine del mondo non l’avevo gestita al meglio. Io, un po’ per pigrizia e un po’ per scetticismo, non mi ero organizzato.

Per chi voleva darsi da fare, le alternative non mancavano. Ogni giorno qualcuno appariva in Tv per divulgare il proprio metodo di sopravvivenza all’Armageddon. C’era anche chi andava oltre l’Ultimo Giorno, e ti dava consigli pratici sul cosa fare “per arrivare puro al cospetto di dio”. Che poi quel dio potesse essere quello dei cristiani, Allah, Jahveh, Buddha, un tizio con la testa di elefante, una tipa con sei braccia o un omino verde, poco importava.

Come si era arrivati alla certezza che il 12/12/12 il mondo sarebbe finito? Beh, all’inizio c’erano state quelle chiacchiere sui Maya, ma per far convergere tutte le religioni, le filosofie e le altre stronzate su quella data, ci volle un processo lungo un anno.

La macchina si mise in moto lentamente, forse già il secondo giorno del 2012. Chi te la proponeva dal punto di vista (fanta)scientifico, chi da un punto di vista scettico, la tiritera della fine del mondo diventò uno degli argomenti preferiti delle emittenti televisive.

Ai documentari si sostituirono i talk show e i salotti televisivi. Scienziati si accomodavano accanto a filosofi e religiosi. Nei primi mesi ognuno era lì a dire: “non succederà nulla”. Poi però le cose presero una piega diversa. Le emittenti capirono che se non c’è cacarella, carta igienica non se ne vende. Così invitarono i catastrofisti. Gli ascolti salirono.

Verso giugno, però, anche questo giochetto perse efficacia.

Decisero che, per andare avanti, bisognava tornare indietro: ecco di nuovo gli scettici in versione uomini di fede e scienziati.

Il bombardamento via etere però aveva persuaso anche loro che la fine sarebbe arrivata. Sotto gli abiti talari, le tuniche, i pastrani, c’erano degli uomini. E come tali condizionabili.

Le eminenze religiose, invece di rassicurare la popolazione mondiale, davano ricette di comportamento per ritrovarsi alla fine, dopo la catastrofe, dalla parte dei buoni (che poi era sempre la loro), oppure spiegavano cosa fare per poter accedere alla navicella pronta a salpare verso chissà quale pianeta (non mancavano i santoni filo-extraterrestri).

Tutti avevano la certezza che il mondo sarebbe finito. Questo avrebbe dovuto far sorgere una comunione di intenti, no? Una cosa del tipo “volemoce bene, andiamo incontro alla morte!”, magari seguito da qualche ehi ho. Macché! Le varie religioni iniziarono a contendersi i passaggi televisivi, sbraitando e a puntando l’indice sugli altri. Fu necessario creare una sorta di par condicio, come per le elezioni.

E il popolo? D’innanzi alla certezza della fine, spuntarono due fazioni: i religiosi e i goderecci.

I primi pregavano, i secondi scopavano.

Poi c’eravamo noi, gli apatici, che continuavamo a non pregare (per scelta) e a non scopare (per scelta altrui, almeno nel mio caso).

I mesi caldi della lotta interconfessionale furono quelli tra giugno e settembre, poi giunse l’idea. Fu uno sfigato, un certo Martella, a tirar fuori un culto nuovo: una sorta di Frankenstein teologico in cui convergevano i princîpi fondamentali di tutti i riti. La sua trovata funzionò e si arrivò alla religione unica. Non più gente che pregava in modo diverso. Non più gente che scopava. Semplicemente si pregava mentre si scopava. Anzi lo scopare era di per sé una preghiera. Pur non credendoci, ne ho approfittato.

Quel 12/12/12 era un mercoledì, e io ero stanco di dispensare il mio uccello. Mi ero tolto tutti gli sfizi ed ero scetticamente pronto a morire.

Infatti, non mi accadde nulla. Nisba. Sembrava una replica del flop del millenium bug.

Ora non so voi come vi immaginate la fine del mondo, però suppongo che nella vostra testa sia una cosa rapida e violenta. Un bum che porta tutto via.

Non fu così, l’Armageddon durò una settimana e fu incruento.

La gente iniziò a sparire dalle 00:01 del giorno 12/12/12 e lo fece sino alle 23:59 del 18/12/12.

I cavalieri dell’apocalisse ci prelevarono. Non erano quattro, erano molti di più. Non cavalcavano, avevano delle Ford Falcon senza targa.

All’inizio se ne accorsero in pochi. Io per esempio non mi resi conto di nulla. Ero figlio unico, i miei genitori erano morti da un pezzo. Non avevo né moglie né figli. Il mio salumiere di fiducia era stato licenziato da un pezzo. Non avevo punti di riferimento sociale di cui avvertire la mancanza.

Altri invece se ne resero conto, ma non capivano né il come, né il perché la gente sparisse. Ok, c’era stata quella cosa del 12/12/12, ma il mondo era ancora lì. Tanta preoccupazione per niente, nessuno perciò legava gli ultimi avvenimenti a quella data.

E intanto la gente si eclissava, sempre più. Man mano che le sparizioni aumentavano, crescevano gli avvistamenti di Ford Falcon.

Anche i quotidiani i primi giorni ne parlarono timidamente, poi la cosa fu talmente palese che non poterono tacere.

Gli stessi governi, che al momento delle prime sparizioni non sapevano come agire, preoccupati che la responsabilità fosse dei propri servizi segreti, assunsero atteggiamenti aggressivi. Chi se la prendeva con il paese confinante, chi con gli arabi, chi con Israele. Era un tutto contro tutti. Finché quei tutti non sparirono, tutti.

Le mamme degli scomparsi si recavano dai preti o dall’esercito a chiedere informazioni. La polizia era sommersa di telefonate. Poi più nulla, perché non c’erano più mamme. E, se per questo, neanche preti, militari e poliziotti.

Ci ammassarono in quelle camere con le pareti bianche. Non ci dicevano nulla, a malapena ci portavano un pasto e le latrine non le svuotavano.

Era terribile condividere quello spazio ridotto con altre quarantanove persone.

Le sevizie arrivarono con le prime rivolte. Quelli (non saprei come altro chiamarli) se  sentivano gridare, entravano nella cella e torturavano. Ma non brutalizzavano te. No, no. Se la prendevano con un tuo caro. Facevano quello che si chiama il sottomarino, cioè immergevano la testa del malcapitato nel recipiente che usavamo come latrina, quasi sino al soffocamento. Per non parlare poi dei fili con moschettoni attaccati ai genitali da una parte e alla batteria di un’auto dall’altra.

Grazie a dio, io sono sempre stato uno che si fa i cazzi i suoi, e me ne stavo zitto senza commentare.

Molti diventarono dei vegetali. Altri impazzirono.

Io? Fui più vicino alla follia che allo stato vegetativo.

Quel bianco mi entrava dagli occhi e si appiccicava alle sinapsi.

Eravamo morti, ma in un modo molto simile alla vita.

Poi Quelli vennero a prenderci, ci spostarono in una sorta di iperstanza (non saprei come altro definirla) in cui c’era il resto della defunta popolazione mondiale. Sei miliardi di persone stipate in quella che era la più grande piazza dell’universo. Al centro si innalzava un trespolo sul quale erano assiepati dei tipi che indossavano delle divise da generale. Discutevano tra loro e sembravano arrabbiati. Agitavano ali e coda (sì, perché avevano ali e coda).

Alla fine uno di loro disse: «il mondo è finito, quando non doveva. C’avete persuaso che era giunto il momento, ma così non era. Noi non siamo pronti a sopportare la gestione di sei miliardi di umani. Vi rispediamo indietro!».

Fu così che tutto quel bianco sparì e mi ritrovai sul divano di casa.

Toccò al presidente Obama spiegare a tutti cosa fosse successo, erano stati gli stessi Generali a dirglielo. Non starò qui a riproporre il discorso parola per parola, ma ne ripeterò una sola: psicopompa.

Quando il leader, o meglio il suo traduttore, in Tv comunicò al mondo quel termine, io pensai che fosse un sinonimo di sega mentale. Ovviamente mi sbagliavo (ma non di tanto). I Generali avevano riferito all’inquilino della Casa Bianca che quella storiella della fine del mondo datata 2012 era così entrata a far parte dell’immaginifico dell’umanità, che alla fine le forze cerebrali di noi tutti avevano causato un blackout cosmico. Quello che era avvenuto non era altro che un trasporto di anime dalla vita alla morte. Il tutto, ci fu riferito, era stato una mera illusione, in quanto tutti noi eravamo rimasti nella condizione iniziale: quella di vivi.

Però, ed è un però grande quanto un pero, i Generali c’erano cascati. La nostra illusione era diventata la loro. E avevano mandato Quelli a prelevarci con le loro auto senza targa. Solo dopo, si erano resi conto dell’errore, ma non sapevano come agire. Per questo ci hanno tenuto un bel po’ in cattività, finché non sono arrivati alla conclusione che dovevano liberarci. Eravamo in troppi per stare nel regno dei morti.

Dopo il discorso all’umanità di Mister President, in molti uscirono in strada a festeggiare. Ce l’eravamo vista brutta, ma avevamo una seconda possibilità: sarebbe iniziata una nuova epoca di pace e prosperità.

Le cose girarono bene, per un po’.

Poi ci si ricordò che i Generali non erano pronti a riceverci tutti, quindi perché non sfruttare questa cosa?

In tutta sincerità, molti non avevano apprezzato che i graduati avessero scelto Obama. I francesi dicevano: «perché lui e non Sarkozy?» Gli iraniani urlavano: «chi ci assicura che il presidente degli Stati Uniti e quei militari ultraterreni non siano in combutta?».

Manco il Papa aveva reagito in modo gaudente. Già la fede aveva subito un drastico colpo con l’ascesa di quel Martella, in più quegli esseri dell’aldilà avevano scelto un altro come rappresentante sulla terra…

Una cosa tira l’altra, così arrivò la guerra che fece partire i titoli di coda per una seconda volta.

In questo giro la fine fu vera, non psicopompa, e arrivò inaspettata per noi.

Fortunatamente, loro, come da programma, ci rispedirono sulla terra, non erano ancora pronti.

Allora il mondo finì una terza, una quarta e una quinta volta.

Nelle occasioni successive furono i politici di turno ad avvisarci che lo spettacolino dell’esistenza sarebbe stato sospeso momentaneamente. Apparivano in Tv qualche giorno prima per comunicare che all’ora tot del giorno tot sarebbe stato lanciato l’attacco definitivo al nemico di turno. Perché il nemico cambiava sempre. Una volta era l’islamico, l’altra il comunista, l’altra ancora colui che metteva in pericolo il nostro ueioflaif. Cambiando gli avversari, cambiano anche gli amici. Oggi te la facevi con uno, domani con l’altro. Come in 1984.

Possibile che la popolazione mondiale si facesse mettere i piedi in testa dai propri governanti?

Possibilissimo. Loro chiedevano, noi ci sacrificavamo. Anche perché, sterminando in una botta sola l’intera popolazione mondiale, resuscitavamo in blocco. Tana libera tutti, no?

Ma tornavamo simili, non uguali a prima.

Un tempo avevo un cane. Per lui avevo comprato un frisbee. Io lo lanciavo, lui lo riportava.

Dopo il primo lancio l’oggetto mi fu restituito un po’ sbavato. Dopo il secondo, sporco di saliva e con delle piccole incisioni dovute ai denti. Dopo il terzo, in quei forellini c’era del terreno.

Il mondo è come quel frisbee, torna sempre indietro, solo più sporco e leggermente diverso.  

Eccomi qua, l’ennesima notte in bianco, in attesa dell’attacco nucleare che a breve distruggerà tutto per la sesta volta.

Ce l’hanno comunicato due settimane fa. Niente di trascendentale, lanceremo i nostri confetti, loro risponderanno. Finirà tutto in un baleno, altro che settimana di sparizioni.

Che senso ha distruggere, se poi si torna? Beh, quando riappari sia tu che il tuo nemico avete meno armi. Un giorno, quando torneremo, solo uno avrà ancora dei giocattoli esplosivi, l’altro li avrà finiti. C’è da sperare di essere quell’uno.

Ormai tutti c’hanno fatto il callo a queste attese. Anche io mi ci sono abituato, rimpiango solo i vecchi tempi, quando prima della fine almeno si scopava un po’.

Il sindaco s’è inventato una notte bianca per celebrare l’evento, così dalla strada sale un vocio. Dalla piazza arriva la musica sincopata di chissà quale gruppo.

Io non mi unirò a loro, preferisco passarla tra amici la fine.

Raccatto una vecchia maglietta dei Velvet Underground, la indosso ed esco.

Per strada vedo i negozi illuminati, le vetrine sono addobbate con festoni che richiamano alla fine imminente.

Un commesso annoiato fuma sulla porta, evidentemente le vendite non sono un granché. Eppure di gente per strada ce n’è.

Incrocio un uomo con due bambine, entrambe hanno un copricapo a forma di fungo atomico.

Arrivo a casa del mio amico, la porta è aperta. Noi non abbiamo paura della peste, per questo non spranghiamo le entrate. Che venga pure la Maschera della Morte Rossa, saremo felici di ballare con lei.

Mi guardo intorno, gli invitati ci sono tutti. C’è anche Rebecca con il pancione. Una mano con il bicchiere, l’altra sul ventre gravido. Parla e sorride al suo interlocutore. Sa che oggi finirà e che comunque il bambino nascerà, magari non sano e forte ― perché il mondo è un frisbee che torna sempre indietro, solo più sporco e leggermente diverso ― ma nascerà.

Saluto, accenno qualche battuta. Non mangio, preferisco arrivare leggero alla morte. L’ultima volta al mio ritorno ero costipato, una vera rogna.

Raggiungo gli altri sul balcone, guardano giù. Quando non passa nessuno buttano sul marciapiede sottostante i vecchi oggetti che al ritorno non serviranno più. Sbagliano, per poco non colpiscono una passante, lei alza la testa e urla: «ve possino ammazza’!». È solo una questione di minuti, baby penso tra me e me.

Rientro, Maria è là che mi guarda, mi dice: «che fine hai fatto?».

«Scusami, dovevo chiamarti, lo so. Ma ero tutto preso dalla fine  ».

«Tu preso dalla fine? Ma se non te n’è mai fregato nulla!».

«Non fare così. Domani, appena torniamo, ti chiamo. Cascasse il mondo se non lo faccio!» le dico sparando il mio migliore sorriso alla Mandrake.

Lei alza la mano e mi liquida con un misero «ok, ok…».

Prendo una sedia e mi accomodo. Guardo quell’umanità varia. Sono consapevoli che la fine sta per verificarsi, che quella notte è l’ultima (fasulla) della loro esistenza. Si comportano come se fosse l’ennesimo capodanno della loro vita. Non cercano vie di fuga, non hanno comportamenti sopra le righe. Quelli c’erano stati solo all’appropinquarsi del 12/12/12 e della terza fine, la prima programmata. Omicidi, stupri, furti. Senza dimenticare le orge martelliane. La certezza di morire, anche se nel caso della terza si sapeva che sarebbe stata momentanea, aveva fatto crollare tutti i princîpi civici. Ma poi ci si era abituati. L’eccezionalità dell’Armageddon era diventata mera routine. Se ci penso con distacco, trovo questa normalità eccezionale. Nessuno scrittore avrebbe potuto ideare una situazione del genere. Anni e anni di produzione letteraria avevano descritto i momenti pre-Apocalisse come un ritorno alla barbarie, e invece eccoci qua come se nulla fosse. Il mondo è un frisbee che torna sempre indietro, solo più sporco e leggermente diverso, e noi di ne siamo al corrente.

Ho sete, vado in cucina. Apro il frigo, so che ne tengono una bottiglia solo per me. Infatti, ecco la mia Coca Cola. La stappo, assaporo prima il lieve shhhh del gas che esce e poi ne tracanno un po’.

«Quella roba ti ucciderà» mi dice Teodoro, il simpatico Teodoro, ridendo sguaiatamente. È un dejà vu, è la quarta volta che spara quella battuta.

La Tv è accesa, il Liverpool gioca in casa. Gli inglesi non si fermano mai, mica come noi. Sfilo dalla tasca la ricevuta della mia scommessa, lancio una bestemmia: ho l’uno fisso e i Reds sono sotto due a zero ad Anfield a pochi secondi dalla fine. Il telecronista esalta i tifosi della squadra di casa, anche se perdono cantano il tradizionale You’ll never walk alone. Loro, i supporter, saranno sempre al fianco della propria squadra. Anche se il sempre ultimamente ha il singhiozzo.

Qualcuno mi chiama. È il momento. Mi avvicino anche io al grande schermo LCD, il costosissimo spot è finito (le cifre pagate dalle aziende per le pubblicità nell’intervallo del superbowl, sono spiccioli rispetto a quelle versate per accaparrarsi l’ultimo passaggio televisivo prima del countdown), il presentatore di turno, circondato da tre o quattro ragazzine poco vestite, sorride e indica il grande orologio a forma di bomba. Tra meno di due minuti i razzi partiranno, quelli veri, non i mortaretti che i ragazzini stanno esplodendo dalle prime ore del pomeriggio.

Quando il contatore indica i sessanta secondi, tre o quattro bottiglie di spumante vengono aperte. Ce le passiamo concitatamente, scambiando gli auguri. Abbiamo solo un minuto per festeggiare. Poi arriverà l’Armageddon e tutto riprenderà come prima.

Lei mi sorride, si avvicina, mi bacia. Finiremo insieme, come le ultime due volte.

Guardo i visi dei miei compagni, sono tutti rilassati. Siamo morti e resuscitati già cinque volte. Gesù l’ha fatto una volta sola e dopo tre giorni. Noi ci metteremo solo un battito di ciglia.

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Tutto quel bianco mi circonda di nuovo.

Non doveva andare così. Morire e ritrovarmi sul divano di casa, nel mio letto o sulla tazza del cesso, quello era il mio programma. Invece eccomi nella cella bianca, come la prima volta.

La seconda, terza, quarta e quinta fine erano state al netto della prigionia. I Generali non c’avevano voluto manco per un secondo nel regno dei morti.

Quindi, se ora sono qua, significa che alla fine si sono rotti le palle (magari loro le hanno sotto la coda) del nostro giochetto. Hanno finalmente risolto l’annoso problema dello spazio: sanno come ospitare sei miliardi di persone!

Urlo. Serve a poco. Nella stanza entrano tre Quelli, due mi afferrano, uno mi infila in un sacco di plastica trasparente e chiude la zip.

I due che mi trattengono mi spingono a terra. Sono steso in mezzo a tutto quel bianco. Respiro l’aria che entra da un’apertura circolare posta più o meno all’altezza della mia bocca. Il terzo attacca un tubo a quel foro. Sento prima il rumore di un motore, poi inizio ad avvertire che l’aria pian piano esce dal sacco. Mi stanno mettendo sottovuoto.

Ora sono più morto di prima, però è sempre uno stato simile alla vita. Il sacco di plastica è diventato una sorta di guaina aderente che non permette movimenti.

Uno del terzetto mi solleva e mi carica su quella che sarebbe stata una spalla, se il Quello fosse stato un uomo.

Con una mano spinge un bottone, e tutto quel bianco si apre, facendo apparire una porta dal nulla. Lui l’attraversa, ci ritroviamo così in una cella frigorifera. Uno di quegli esseri, con indosso una tuta bianca, tira giù un gancio dal soffitto. Mi appendono come un salame.

Mi guardo intorno, una moltitudine infinita ― anche se dentro di me so che è finita, sei miliardi, per la precisione ― di corpi.

Alla mente mi torna la copertina dell’omonimo della Edgar Broughton Band, quella con il cadavere che spunta tra i pezzi di carne da macello appesi.

Canticchio “Evening Over Rooftops”, la mia vita, come in un luogo comune, mi scorre davanti agli occhi alla maniera di un film: i miei genitori, gli anni della scuola, il lavoro, il mio cane. Poi vivido nella mia testa si forma il ricordo di uno specchio d’acqua. La sua superficie è di un verde malsano, ci sono qualche foglia e qualche bolla che spuntano qua e là. Ciò che attrae la mia attenzione è il cerchio rosso che galleggia per un po’ al centro, prima di inabissarsi. Lancia oggi, lancia domani, il gioco del mio cane è finito, irrecuperabilmente, nello stagno.

Il mondo è come un frisbee, torna indietro, solo più sporco e leggermente diverso.  Non sempre però.

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Racconto nato per un concorso, lo stesso di “Dalì all’eternità”, ma concepito prima di avere il tema definitivo (“Notte bianca in attesa d’Armageddon”). Quella che potrebbe sembrare una novella sulla fine del mondo, in realtà non lo è.
O forse lo è, ma non in via esclusiva.
Questa storia parla della piaga della desaparicion argentina. Potrei star qui a fare il professorino, raccontandovi per filo e per segno cose accadde, ma preferisco evitare. Vi consiglio, però, di procuravi “Le irregolari. Buenos Aires horror tour” di Massimo Carlotto. Molti spunti provengono da lì. Se vi capita, guardate anche “Garage Olimpo” e/o la miriade di filmati sull’argomento presenti su youtube.
Anche l’incipit mi è venuto in mente prima di decidere di partecipare al concorso. Sapevo che il mio nuovo racconto sarebbe iniziato in quel modo, e questa è stata la prima occasione utile.
Avevo tre puntini (incipit, desaparicion e armageddon), mi son divertito a unirli per vedere cosa saltava fuori.
Per quanto concerne la mia solita caccia all’influenza, direi che qualcosa di King c’è. Secondo me, la frase sul frisbee è farina del suo sacco. Altri ascendenti illustri non ne trovo.
Le citazioni sparse qua e là, come sempre, non sono casuali: sta a voi individuarle.
Il titolo è un piccolo furto-tributo a “Tutto quel nero” di Cristiana Astori. L’ho avvisata della cosa, lei si è detta felice. Per il momento i suoi avvocati non si son fatti sentire.
I due racconti non hanno nulla in comune: se il mio vi ha fatto schifo, potete comunque comprare il suo senza correre alcun rischio.

A caval di Troia non si guarda in bocca

Posted in LaLittératureDuMarronoir with tags , , , , on 28/04/2011 by gfcassatella

A caval di Troia non si guarda in bocca

– Lo vedi quello?

– Quello con la barba bianca e il cappello?

– Sì, proprio lui.

– M’be’?

– Non dovrebbe stare al sole.

– Perché, è albino?

– No no, al massimo è “alvino”… Ha talmente tanto alcool in corpo che se resta più di quindici minuti esposto ai raggi del sole rischia l’autocombustione.

– Beve tanto?

– Sa fare solo quello da quando è nato. Forse, anche da prima. Per poco non ammazzava la mamma durante la gravidanza bevendosi il liquido amniotico.

– Brutta storia – esclamai – ma è lui il nostro uomo?

– No, ma può esserci utile.

Conoscevo Gilberto dalle elementari, già dall’epoca sapeva tutto su tutti. Se ti spariva una penna, una gomma o una macchinina, a scuola, lui sapeva come recuperarla. Aveva un vero e proprio talento. Questo dono ai tempi delle medie gli era valso il soprannome di “Riporto”. Grazie a questa sua particolarità era riuscito a crearsi un proprio ruolo nella società: faceva il rigattiere.

Scendemmo entrambi dal treruote di Gilberto e raggiungemmo l’uomo con il cappello. Non ne avevo la certezza, ma inconsciamente sapevo che quello era il punto più pulito della città. Gli effluvi di alcool che l’uomo emanava non potevano non sterilizzare tutto ciò che lo circondava.

– Ciao Santo.

– Ciao Gilberto – disse l’uomo sorridendo. La sua barba bianca era sporca nella parte più vicina alle labbra. Grappoli di peli erano attaccati tra loro da una sostanza violacea, probabilmente vino rosso.

– Lui è Mario – disse Gilberto indicandomi.

Mi squadrò senza rispondermi e tornò a rivolgersi a Gilberto: – Cosa volete da me?

– Al mio amico, ‘sta notte, hanno rubato la macchina.  Ne sai qualcosa?

– Non so nulla.

– Sicuro? – Gilberto fece sventolare una banconota da cinquanta euro.

La lingua del vecchio saettò sulle labbra e si fermò su uno dei grumi di pelo, quasi volesse succhiarne via il vino.

– Prova a chiedere a Dumbo. Lui ne sa più di me di queste cose.

Gilberto fece sparire la banconota da cinquanta nella tasca e ne estrasse una da cinque  che porse al vecchio.

– Non consumartela tutta, pensa al  futuro…

– Ma vaffanculo, Ripò! – rispose Santo, facendo sparire a sua volta il pezzo da cinque.

– Ci si becca, Francè – disse Gilberto allentandosi in direzione del treruote.

Io balbettai a malapena: – Buongiorno, signor Santo – e mi beccai anche io un vaffanculo.

Appena entrato nel treruote chiesi a Gilberto: – Ma perché lo hai chiamato Francesco?

– Perché è il suo nome.

– Non si chiama Santo?

– No, Santo è il soprannome per via dello spirito… Spirito Santo, no?

– Se lo dici tu…

– Dai dai, mettiamo un po’ di musica. Nello sportello ci sono dei nastri, cerca i Leaf Hound.

Il treruote di Gilberto era dotato di una vecchia autoradio nella quale ci potevi ascoltare le musicassette. Lui lo chiamava ancora “mangianastri”. Trovai la cassetta dei Leaf Hound e le prime note di “Freelance Fiend” fecero capolino nell’abitacolo.

– Chi è ‘sto Dumbo ? – chiesi.

– Un tossico, oltre che spacciatore. Lo chiamano così perché ha la mania di indossare pantaloni a zampa di elefante. Mi giocherei le palle che indossa anche  boxer a zampa…

Non mi fu difficile capire che eravamo giunti dal nostro uomo. Quei pantaloni a zampa di elefante erano un’offesa alla tradizione sartoriale italiana. Dumbo non era solo, con lui c’erano due ragazzi. Capelli a spazzola, occhialoni neri a specchio e bomber bianco. Parcheggiammo nelle vicinanze di una Smart blu e grigia; dalla microvettura arrivava il suono di musica dance. Gilberto uscì dal treruote, si recò verso Dumbo e gli prese il polso. La bustina bianca contenuta nella mano dello spacciatore cadde per terra. I due gemelli glamour accennarono una fuga, ma si beccarono rispettivamente un calcio nella pancia e uno schiaffo a mano aperta in pieno volto.

– Queste sono per la Smart, e sparite se non volete che vi pesti pure per la droga.

Mi avvicinai a Gilberto e dissi – E non dimenticare la musica che ascoltano…

– Mario, mi stai istigando all’omicidio, lo sai?

– Nessun giudice ti darebbe contro. Ci sono le aggravanti droga e Smart a tuo favore.

– Voi due la smettete? Fa male! – era Dumbo che frignava – Lasciami il polso.

– Parolina magica? – dissi.

– Per favore – implorò il tossico.

– Credo che possa bastare, Gilbè. Non vorrei che gli precludessi ogni attività sessuale spaccandogli il polso.

Sentimmo un rumore di gomme sull’asfalto, non ci girammo neanche a guardare, sapevamo che era la Smart che andava via.

– Ok, ok. Lo lascio.

Appena il polso fu libero lo spacciatore si piegò a raccogliere la bustina, ma non ci riuscì, poiché il piede di Riporto andò a scontrasi sul suo viso. Io feci il resto calciando la polvere bianca con il suo involucro in un tombino.

– Ma porca puttana! – disse Dumbo, o almeno immagino che avesse detto questo,  visto che alle mie orecchie arrivò un “mapoccapttrana” impastato. La sua bocca sanguinava vistosamente e mi sorpresi nel constatare che nemmeno un dente si era rotto.  Evidentemente, la coca contiene calcio. Mi imposi di documentarmi al riguardo sulle pagine della Gazzetta dello Sport, l’unica vera bibbia del calcio.

– Al mio amico, ‘sta notte, hanno rubato la macchina.  Ne sai qualcosa? – Gilberto ripete l’identica domanda che aveva già posto a Santo.

– E io che c’entro?

– C’entri, c’entri… – Gilberto fece un passo per far pesare su Dumbo la sua mole.

– Riporto, ti giuro che non ne so niente.

Avevo serie difficoltà a capire quello che Dumbo diceva, la sua emorragia non accennava a diminuire. Per ascoltare meglio feci un passo avanti. Dumbo evidentemente interpretò malamente il mio gesto e lo scambiò per una minaccia. Iniziò ad urlare: – Che volete da me non so nulla. Vi denuncio alla polizia se mi toccate ancora. Conosco i miei diritti di cittadino.

Nell’udire quelle parole Gilberto scoppiò a ridere, riprese il polso dello spacciatore e iniziò  a torcerglielo nuovamente, ma questa volta in modo molto più violento.

– Ti ci porto io alla polizia – gridava il mio ex compagno di classe – brutto figlio di puttana! Sali sul mio treruote e andiamo a raccontare alla polizia che cosa stavi vendendo ai due coglioni della Smart.

– Non hai prove – sussurrò l’altro mentre le sue lacrime, scendendo dagli occhi, avevano formato un tutt’uno con il sangue che sgorgava dalla bocca.

– Scommettiamo che le trovo? Mario, alza la “zampa” di questo pezzo di merda!

Mi chinai e alzando la gamba del pantalone  vidi subito che lo spacciatore indossava una sorta di giarrettiera che a me ricordò le “cartucciere” che io e i miei compagni di classe ci costruimmo in occasione degli esami di maturità per potervi mettere dentro i temi già svolti. La fascia conteneva in ogni scomparto una busta di polverina bianca.

– Penso che questo possa bastare come prova, no? – disse Gilberto.

– Ok, ok. Vi aiuto – fu quanto riuscì a dire Dumbo prima di sputare un grumo di sangue sul marciapiede, stando ben attento a non sporcare le scarpe di Gilberto e complicarsi maggiormente la vita.

– Ascoltiamo… – disse Riporto.

Dumbo si passò il polso libero sulla bocca e si ripulì del sangue che gli sporcava le labbra. La manica della sua giacca divenne di uno strano colore rosso amarena. Per poco non vomitai.

– Sono stati gli zingari. Sono in città da circa un paio d’anni, si sono sistemati nelle vicinanze dell’imbocco della tangenziale. Sinora non hanno mai rubato macchine qui da noi, preferiscono andare fuori a farlo, per non avere problemi con noi gente perbene.

Vidi Gilberto scagliare un manrovescio sul volto martoriato di quel ragazzo che non poteva avere più di venticinque anni, ma che le vicissitudini della vita avevano fatto invecchiare precocemente.

– Noi siamo gente perbene – nel dire questo il mio compagno cercò un mio sguardo d’intesa. Io feci spallucce. In realtà, ero disgustato dalla sua violenza, mi sembrava quasi che ci provasse gusto. Non vedevo l’ora di andar via da quel posto. Il mio amico interpretò quel mio gesto come una conferma alla sua opinione e quindi tornò a dedicarsi allo spaccino.

– Continua – l’esortò.

– E’ cambiato qualcosa al campo rom. C’è uno nuovo, si dice che sia italiano e che comanda un po’ tutti. Forse, è stato lui a ordinare di rubare le auto anche qui da noi.

– Dove lo trovo?

– Al campo rom, ma non ti ci fanno entrare là.

– Vedremo – disse Gilberto.

– Ti do un consiglio: al semaforo che trovi alla fine di questa strada c’è uno storpio, si chiama Adrian, chiedi a lui se sa qualcosa. Sono sicuro che saprai come convincerlo a parlare – Dumbo fece un sorriso e vidi i suoi denti gialli sporchi di sangue.

– Perché sei così gentile con noi? – chiesi dato che mi sembrava strano che si fosse offerto di aiutarci dopo quello che gli avevamo fatto.

– Perché gli zingari sono dei ladri schifosi. Sono uno schifo e devono andare via dall’Italia! Stanno riducendo questo paese a una fogna.

Vidi Gilberto annuire e rabbrividii: uno era un violento, l’altro uno spacciatore, e si lamentavano degli zingari. Anzi, il loro odio comune li aveva riavvicinati, qualcosa del tipo “il nemico del mio nemico è un mio amico”.

Fu il rigattiere a interrompere i miei pensieri quando disse – andiamo da questo Adrian – e poi rivolto a Dumbo – tu non farti più vedere in giro o ti sistemo io.

Dumbo si inchinò e portò le mani al petto in un gesto che mi fece pensare a una geisha. La più strana geisha del mondo sanguinante e con i pantaloni a zampa.

Risalimmo sul treruote. Avrei preferito rimanere in silenzio per un po’: ero tormentato dall’ immagine di quella bocca sanguinante. Ma il mio desiderio fu vano, Gilberto riprese subito la parola.

– Lo dovevo capire da subito che c’erano gli zingari di mezzo. Anche se non immaginavo che avessero iniziato a rubare anche qui da noi. La verità è che questo paese sta andando allo sfascio e sai la colpa di chi è?

– Di chi è? – chiesi.

– Di voi comunisti del cazzo.

– Non sono comunista.

– Sì, che lo sei.

– No, che non lo sono.

– Perché porti i capelli lunghi?

– Perché mi piacciono.

– E la barba?

– Perché mi piace.

– No, la verità è che ti piace essere comunista. E sai perché ti piace? Te lo dico io il perché: ti aiuta a sentirti più buono. La notte vai a dormire sereno a casa e pensi: il mondo fa schifo e la colpa non è mia, ma è degli altri. Fosse per me risolverei il problema della fame del mondo; se fosse per me non ci sarebbero le guerre; se fosse per me accoglierei tutti gli extracomunitari. E ‘sti pensieri ti fanno dormire sereno. Ma la realtà è diversa: tu non fai un cazzo, ti limiti a pensare ai tuoi “se”, ma non dai le soluzioni. E intanto ‘sto paese va alla deriva. Io dico fanculo a tutti, i problemi ci sono e bisogna risolverli. E come si risolvono? Mandando a casa le merde che arrivano qui in Italia e dopo che abbiamo rispedito loro a casa iniziamo a mazzullare i nostri parassiti ben bene. Vedi come si risolvono i problemi?

– Non è questa la soluzione…

– Vedi che sei un comunista del cazzo?

– Non sono comunista…

– Sì che lo sei! Dimmi allora che cosa ne dobbiamo fare degli zingari che ti hanno fregato la macchina!?

Con quella domanda aveva toccato uno dei nervi scoperti della mia coscienza. In realtà, mi importava poco della macchina o meglio di chi avesse effettuato il furto: per me, un ladro è un ladro, al di là di razza o provenienza sociale. Cosa mi metteva in difficoltà in quella domanda erano gli zingari. Perché non li tollero neanche io e questo mi dà fastidio. Mi considero un progressista e un non razzista, ma quando si tocca il tasto rom mi trovo in imbarazzo. Non mi piace che si nascondano dietro i bambini quando chiedono l’elemosina. Non ho mai visto un musulmano chiedere l’elemosina, cercano i lavori più disparati, come lavare un vetro, ma hanno la dignità di non chiedere nulla senza dare niente in cambio. Ritengo che chiunque possa venire qui da noi e avere le stesse nostre possibilità. Capisco anche che si possa essere attratti dall’immagine fasulla che la televisione dà del nostro paese e che quindi, una volta arrivati qui da noi, ci si scontri con la triste realtà quotidiana e che alla lunga, in alcuni casi, si finisca a delinquere. È capitato a noi italiani un po’ ovunque nel mondo e ora capita a chi arriva da noi. Una specie di contrappasso. Ma quando penso agli zingari questi alibi vengono meno. Sarà un retaggio culturale: ricordo ancora i miei che dicevano che se facevo il cattivo gli zingari mi avrebbero portato via. Ero francamente in difficoltà, dovevo trovare una risposta che fosse adeguata a quello che realmente pensavo e che comunque non mi ponesse sullo stesso livello di Gilberto. Fui fortunato perché sentii Gilberto dire: – eccolo.

Alzai lo sguardo e vidi un ragazzetto con una stampella, doveva essere Adrian. Nonostante il verde Gilberto rallentò la velocità del nostro mezzo, voleva che fosse rosso quando saremmo arrivati al semaforo. Così fu.

Lo storpio ci si fece incontro, il mio amico abbassò il finestrino e iniziò ad armeggiare nelle tasche. La strada era isolata, c’eravamo solo noi. A quell’ora erano tutti a pranzo. La mano uscì dalla tasca e il ragazzetto, che non sembrava neanche maggiorenne, si avvicinò per prendere le sua elemosina. Ebbi solo il tempo di vedere lo sguardo stupido del rom, che sentii un gran rumore. Il mio accompagnatore, invece di porgere le monetine, aveva preso la testa dello zingaro e l’aveva sbattuta con violenza sullo sportello. Uscì dal treruote, sollevò il ragazzo, lo portò sul marciapiede e lo mise a sedere con le spalle appoggiate a un albero. Io ero ancora inebetito e non avevo la forza di uscire. Alcune macchine passavano, vedevano quell’omone e lo storpio appoggiato all’albero, rimanevano incuriositi, ma non si ponevano più di tante domande.

Gilberto aveva iniziato a palare con il ragazzino, non sentivo quello che gli diceva, ma potevo vedere che si agitava. Scesi e li raggiunsi. Lessi nello sguardo del ragazzo un miscuglio di paura e furbizia che mi turbò.

– Senti bene, la macchina del mio amico è una Punto blu ed è sparita questa notte.

– Non so niente io. Io malato. Io non rubo macchine.

– Tu ora mi dici dov’è la macchina o io ti rompo quel poco che hai di sano.

Vidi Gilberto caricare un calcio e questa volta intervenni per bloccarlo.

– Non vedi che è un povero invalido? Lascialo stare.

Gilberto mi guardò con aria inferocita, ero convinto che mi avrebbe ammazzato. Rimase per la prima volta in quella giornata senza parole. Quell’attimo ci fu fatale. Il ragazzetto raccolse la sua stampella e ci colpì violentante agli stinchi. Un po’ per il dolore, ma soprattutto per la sorpresa, non reagimmo. Il ragazzo sparì tra gli alberi che c’erano lungo il marciapiede. Io e Gilberto tentammo di raggiungerlo, ma gli stinchi doloranti ci fecero rallentare. Il ragazzo era una saetta, altro che invalido. Lo vedemmo piegarsi e raccogliere un motorino da terra, un , salirci sopra e incominciare a pedalare. Il motorino, nel momento in cui si accese, fece uno scoppio che riportò alla realtà sia me che Gilberto. Io cercai di raggiungerlo, ma il mio amico mi fermò e mi fece segno di andare al treruote.

Saltammo su e iniziammo il nostro inseguimento. Il semaforo era quasi all’imbocco della tangenziale e il ragazzo rom non aveva altra possibilità di fuga se non percorrere quella strada. L’ imboccammo anche noi. Il era di una lentezza sconcertante, ma il nostro veicolo lo era molto di più. Il tallonamento avveniva sulla corsia più lenta della strada. Le macchine ci sfrecciavano accanto,  ma di certo i loro conducenti non potevano neanche minimamente immaginare che il nostro fosse un inseguimento per quanto andavamo lenti sia noi che la nostra preda.

– Gilbè, fammi scendere che a piedi lo raggiungo prima…

– Brutto stronzo, se avessi lasciato fare a me non ci sarebbe sfuggito! Lo dicevo che eri un comunista del cazzo!

– Lo stavi picchiando e lui era solo un handicappato.

– Ma hai visto come correva il tuo handicappato?

– Sì, ma non noi non lo sapevamo che era sano!

– Parla per te, comunista! Sai cosa ci manca?

– No – risposi.

– La musica giusta per un inseguimento!

– Che dici?

– Prendi il nastro dei Babe Ruth!

– Non dirmi cha hai First Base qui?

– Sì, sì.

Lo guardai ammirato – quello è un grande disco!

– Un grandissimo disco!

– Amen, fratello!

Inserii il nastro e fecero capolino le note di Wells Fargo, la più grande canzone “da inseguimento” che sia stata mai scritta. Le note arrivarono alle nostre orecchie e all’unisono iniziammo ad accompagnare il pezzo con i nostri “popo popopo popopopòooo”. Ci sentivamo gli sbirri di un poliziottesco all’italiana: i cattivi erano davanti a noi ma la nostra Giulia li avrebbe morsi alle caviglie finché loro sfiniti non avrebbero ceduto! Il calore ci salì nel cuore e la nostra amicizia si rinsaldò. Non c’è nulla di meglio di un inseguimento o d’una pisciata all’aria aperta per rafforzare una virile amicizia.

Il rallentò e svincolò. Lo seguimmo e ci ritrovammo in campagna, ma i palazzi più alti riuscivamo a scorgerli all’orizzonte. Quando vedemmo girare il motorino in una stradina piena di buche non rimanemmo sorpresi. Il ragazzo si stava dirigendo al campo rom. Dovevamo accelerare, ma il treruote a stento riusciva a mantenere quell’andatura. Il recinto della baraccopoli entrò  nel nostro campo visivo, mentre il ragazzo sul motorino ne uscì. La persona che inseguivamo era riuscita a entrare nell’accampamento nomadi.

Ci fermammo sulla porta dell’accampamento per valutare l’eventualità di continuare a inseguire il ragazzo lì dentro. La risposta fu subito chiara quando vedemmo delle persone armate avvicinarsi a noi. Il nostro inseguimento era finito.

***

Niente mi spaventa più della possibilità di contrarre un tumore alla prostata. Questa preoccupazione è come un ronzio continuo la cui intensità varia a seconda dei momenti. In realtà, dovrei essere maggiormente  angosciato dal colon. In famiglia ci sono stati dei precedenti e io già soffro di qualche problemino. L’intensità del ronzio quel giorno era ai minimi storici. Le mie ansie erano rivolte tutte alla macchina. Mi sentivo in colpa, l’auto non era la mia: il mio ex coinquilino me l’aveva affidata quando si era trasferito in Messico e lo aveva fatto solo perché non aveva alternative. Quando rincasai non avevo voglia di mangiare, ma mi preparai un uovo al tegamino. Accesi la tv e azzerai l’audio. Quando sentii squillare il telefono un gelo mi invase, quasi m’avessero infilato nel culo un vibratore dimenticato sul balcone del proprio igloo da una donna esquimese. Solo una persona poteva chiamarmi a quell’ora e quella persona non poteva essere che un individuo che si trovava dall’altra parte dell’emisfero. Considerando le ultime vicissitudini internazionali, mi toccò escludere dall’elenco delle possibilità il presedente Bush e  puntai decisamente sul mio ex coinquilino Gino.

Alzai la cornetta.

-Pronto.

-Sono Gino.

Tombola, pensai. Schivare con lui l’argomento macchina sarebbe stato come pretendere di schivare le merde su un marciapiede camminando bendato. Impossibile.

-Hei, ciao! – cercai di essere più disinvolto possibile.

-La macchina è ok?

-Sì, grazie sto bene. Sono felice di sentirti.

-Anche io. Dimmi della macchina.

-Da dove chiami?

-Sono a Merida.

-Bella città Merida. Ricordo ancora l’albergo in cui sono stato quando la visitai. Era un posto stranissimo. Non ne ricordo il nome…

-E della macchina che mi dici?

-Ricordi il libro che volevo scrivere?

-Perché, volevi scrivere un libro?

-Sì, te ne ho parlato.

-Non ricordo.

-Mi offende ‘sta cosa. Sappilo.

-No, no… Ora ricordo.

Bugiardo pensai tra me, non avevo mai tentato di scrivere un libro.

-Ho avuto l’idea. Questa volta faccio il botto.

-E di che si tratta?

-Be’, hai presente quei Babbo Natale che mettono appesi fuori alle case?

-Quelli che salgono le scale?

-Sì, quelli.

-Spara, che la telefonata costa.

-Allora la storia è questa: c’è ‘sta scimmia che il padrone  veste da Babbo Natale e la usa per rubare nelle case. La cosa geniale è che se uno passa e vede la scimmia salire sulla parete crede che sia uno di quei Babbo Natale. Una sorta de I delitti della Rue Morgue in versione strenna…

-E come finisce la storia?

-Finisce che arriva l’Epifania e il padrone della scimmia deve aspettare un altro anno per rifare i colpi.

-E’ una boiata.

-Lavorandoci un po’…

-Diventa una boiata più lavorata. La macchina, tutto ok?

-Sai quella paura che ho del tumore alla prostata?

-Sì.

-Mi son deciso, vado dall’andrologo.

-Bravo.

-Grazie.

-Quando te lo meriti te lo dico e quando non te lo dico è per spronarti a far di più.

-Ammirevole da parte tua. Dicevo, ‘sta cosa dell’andrologo mi ha fatto venire un’idea.

-Sentiamo…

-Se divento ministro della sanità…

-Non volevi diventare Papa?

-Ho cambiato idea, il bianco m’ingrassa.

-Lo sapevi anche prima, per questo cercavi preservativi bianchi.

-Vabbè, uno avrà diritto di cambiare idea.

-Direi di sì.

-Dicevo, se divento ministro della sanità imporrò che gli andrologi siano solo di sesso femminile e affette da morbo di Parkinson. E sai perché?

-Posso immaginarlo…

-No, che non puoi. Perché, così facendo, un uomo invece di andare a prostitute va dall’andrologo. In questo modo io risolvo il problema della prostituzione e incentivo la prevenzione.

-Hai il mio voto. Ora dimmi della macchina.

Non sapevo più che inventarmi per sviare il discorso macchina. Sono un uomo e da uomo mi dovevo comportare , quindi feci l’unica cosa possibile: mentii.

-La macchina? E’ tutto ok. E’ parcheggiata qui sotto. Se vuoi mi affaccio e controllo che ci sia ancora.

-Sì, fallo – Sapevo che me l’avrebbe chiesto. Attesi qualche secondo e ripresi il telefono.

-E’ tutto ok.

-Be’, fammi chiudere.

-Grazie per la telefonata.

-Prego, ci sentiamo la settimana prossima. E salutami tutti.

-Non mancherò.

Chiusi il telefono e tornai al mio uovo fritto che ormai era diventato un tutt’uno con il piatto.

***

Il mio morale era pezzi: in una giornata avevo tradito per due volte la fiducia del mio migliore amico, facendomi rubare la sua macchina e mentendogli al telefono. Quando ero così giù di morale potevo fare solo una cosa: utilizzare il metodo “Hey Jude”.

Il metodo “Hey Jude” consiste nel prendere la prima strofa della canzone dei Beatles e applicarla alla lettera.

Hey Jude, non prendertela:
prendi una canzone triste e rendila migliore.
Ricordati di riporla nel tuo cuore
e poi comincia a migliorarla.

Il trucco sta nel sostituire il nome Jude con il proprio nome, scegliere una canzone triste e riascoltarla più volte. Inizialmentel’umore peggiora, la canzone ti rende ancora più triste, ma a un certo punto “rompi il fiato”, un po’ come avviene in piscina  e inizi a metabolizzare il motivo. Poi si arriva alla fase che  chiamo “lama”:  mastichi e rimastichi la canzone canticchiandola, finché non si forma un “bolo spirituale” che altro non è che la tua tristezza più la parte triste della canzone. L’ultima fase prevede lo sputo del “bolo”. Ti ritrovi così più allegro e con una canzone migliore.

Iniziai a scorrere la mia collezione di cd alla ricerca di una canzone triste. Stavo per puntare su “Child In Tim” dei Deep Purple, quando la mia attenzione fu richiamata da Janis Joplin e così optai per Cry Babe. Misi il cd in funzione repeat nello stereo, spensi la luce e mi lasciai cadere sul divano. La voce roca della “Perla” entrava nelle mie orecchie peggiorando il mio umore. Iniziai a canticchiare e pian piano le immagini della giornata mi ritornarono alla mente: prima la scoperta del furto, poi l’arrivo alla bottega di Gilberto, poi Santo, Dumbo e Adrian, l’inseguimento e il nostro arrivo al campo nomadi. I miei pensieri tornarono soprattutto al momento in cui gli uomini armati, usciti dal campo nomadi, ci si fecero incontro.  Non erano molto robusti fisicamente e potevano avere un’ età che andava dai sedici a i quarant’anni. Non era facile da stabilire. Adrian era tra di loro e ci indicava. Uno degli uomini ci fece cenno di scendere. Io aprii la portiera, non mi andava di contrariare una persona armata. Mi ritrovai fuori dal treruote e soprattutto solo. Gilberto era ancora nell’abitacolo chinato, sembrava cercasse qualcosa. Temetti immediatamente che cercasse un’arma. Lui è un tipo da pistola “nel cruscotto”. Iniziai a sudare e a maledire il momento in cui avevo deciso di affidarmi a Riporto.

Lo sportello dalla parte del guidatore si aprì e vidi Gilberto uscire. In mano stringeva l’autoradio che con un gesto rapido infilò sotto il braccio.

– Ma vaffanculo, mi hai fatto prendere un accidenti – gli sussurrai tra i denti – temevo che stessi prendendo una pistola, invece prendi una cazzo di autoradio di merda!

– Secondo te, in un posto pieno di zingari, io lascio l’autoradio incustodita?

– Tu sei pazzo, a chi vuoi che possa interessare quel pezzo di antiquariato?

– Guarda che all’epoca la pagai trecentomila lire e stiamo parlando di venti anni fa. Fatti due conti…

– Sono passati venti anni, il mondo è andato avanti. Esistono i cd,gli mp3 e tu usi ancora i nastri, ma ti rendi conto?

– E cosa c’è che non va nei nastri?

– Il fruscio e poi si inceppano. Se devi andare da un brano all’altro è un casino.

– Tu sei un figlio del consumismo sfrenato! Tipico di voi comunisti, parlate di povertà nel mondo e  poi buttate gli elettrodomestici ancora funzionanti facendo il gioco delle multinazionali!

– Non sono un comunista!

– Sì, che lo sei!

Fu a quel punto che sentimmo lo sparo. Il tipo che ci aveva fatto segno di uscire dal treruote impugnava la pistola, ancora fumante, tenendola con la canna verso l’alto.

– Che volete? – ci chiese.

– Al mio amico hanno rubato la macchina, una Punto blu, ‘sta notte, e un “uccellino” ci ha detto che siete stati voi.

– Non ne sappiamo niente. Noi siamo gente onesta che lavora, non siamo ladri – il suo italiano era stentato ma comprensibile.

– Datateci la macchina e noi andiamo via.

– Non vi diamo niente e voi ve ne andate.

– Se non ci dite dov’è la macchina torniamo con la polizia e vi piantiamo un casino.

– Non abbiamo niente da nascondere. Andate via! – questa volta accompagnò l’invito con un movimento della pistola.

– Io da qui non mi muovo – disse Gilberto.

Intorno a noi si era formato un capannello, composto da uomini donne e, soprattutto, bambini. Probabilmente fu proprio uno di questi a lanciare il sasso che mi colpì di striscio sulla fronte e andò a incocciare il treruote. Sentivo il sangue colare e portai la mano con un gesto meccanico sulla ferita.

– Andiamo via, Gilbè. Non vorrei che ti colpissero l’autoradio. Chi se li sente poi i Beni Culturali?

Gilberto mi guardò, poi si guardò intorno e abbassò la testa. Si era arreso anche lui.

– Ok, andiamo.

Ci girammo e raggiungemmo il treruote. Salii per primo e attesi il mio compagno, il quale  entrò nel veicolo ma ne uscì immediatamente. Lo sentii urlare il mio indirizzo, ordinando ai rom di farmi trovare la macchina sotto casa, se non volevano problemi con la gente perbene della nostra città.

Quando entrò in macchina lo fulminai con lo sguardo e dissi: – Ma sei pazzo? Gli hai detto dove abito! Domani mi trovo la casa vuota!

– Sanno già dove abiti, ti hanno fregato la macchina, non lo scordare.

– Non ti è venuto in mente che magari non l’hanno fregata loro la macchina e ora hanno le palle che girano e vogliono vendicare l’affronto?

– Sono stati loro.

Il viaggio verso casa mia fu silenzioso. Nessuno dei due aveva voglia di parlare all’altro. Io mi maledivo per aver chiesto il suo aiuto, ben sapendo che Gilberto è una testa calda. Lui probabilmente mi malediva perché ero un ingrato che non apprezzava quello che aveva fatto per me.

Arrivati sotto casa scesi e lo salutai. Fu un commiato freddo. Arrivai al portone e mi sentii chiamare. Mi girai e vidi Riporto armeggiare nel bagagliaio del treruote.

– Questo è per te – stringeva in mano un accendino con una stella rossa in soprarilievo – l’ho trovato svuotando la cantina di un ex camionista. La sua vedova mi ha raccontato che il marito andava spesso in Russia prima della  caduta del muro. Quindi è roba originale. Credo che un comunista come te apprezza ‘sti cimeli.

– Non sono un comunista e non fumo più.

– Il fumo è come la merda di cane: la pesti, pulisci la scarpa facendo tanta fatica, ma prima o poi ne schiacci un’altra.

Presi l’accendino e lo infilai in tasca. – Ti chiamo domattina e ti faccio sapere se si sono fregati anche l’accendino oltre tutto il resto da casa mia.

Mi sorrise e andò via.

I ricordi svanirono e mi ritrovai nel mio salotto. Il metodo “Hey Jude” aveva funzionato. Mi sentivo l’animo più leggero e mi prefissi di andare in questura l’indomani mattina a denunciare il furto, poi avrei raccolto tutto il mio coraggio e avrei raccontato tutto a Gino.

***

I buoni propositi, nel mio caso, sono come le carte da gioco nella costruzione di un castello: più ne metto uno su l’altro, tanto più facilmente crollano su se stessi.

A onor del vero, questa volta di responsabilità ne avevo poche. Semplicemente, non tenni fede ai miei propositi perché quando il giorno dopo aprii il portone trovai la macchina di Gino sotto casa.

Seduti sul cofano c’erano due persone in attesa. Uno era Adrian, l’altro era quello che ci aveva minacciato con la pistola al campo rom. Mi fecero segno di entrare in macchina, sul sedile posteriore. Loro rimasero all’esterno, ma non mi ritrovai solo nell’abitacolo. C’era un uomo che mi aspettava: grasso, bruno di carnagione e di capelli; aveva folti baffi e indossava una giacca militare; alle dita e al collo portava tutta una serie di gioielli in oro, che al suo confronto B.E. Baraccus degli A-Team sembrava Mr Sobrietà.

Mi sorrise e i sui denti erano bianchi. La cosa mi sorprese, considerando l’olezzo che emanava. Lanciai uno sguardo di comprensione all’Arbre Magique che pendeva dallo specchietto.

– Hai visto, hai riavuto la tua macchina!

– Chi è lei? – era chiaramente italiano, non aveva la parlata strascinata dei rom. Doveva essere il tizio che controllava i rom, quello di cui ci aveva parlato Dumbo.

– Un amico che ha preso a cuore la tua causa.

– Quindi, l’avevate rubata voi la macchina.

– Noi? No, no. Noi siamo cittadini perbene a cui piace vivere in pace con le persone della nostra città.

– E chi è stato allora?

– Cosa importa, ormai? La macchina è qui ed è tutto sistemato, no? – mi lanciò un sorriso con quei denti che brillavano quasi quanto l’oro che aveva addosso.

– Quanto volete per la macchina?

– Tu mi offendi! Tu non sai chi sono io! Soldi, soldi, soldi! Sempre a questo pensate! Non voglio un euro per la macchina. Ho fatto un favore a un amico che sono certo che prima o poi mi ricambierà – ancora quei denti.

– Be’, grazie. Anche se non capisco cosa possa fare io per voi.

– Tu puoi fare una cosa anche subito. Che giorno è oggi?

– Domenica.

– Esatto. E cosa fai tu la domenica?

– Vado a catechismo – fu una pessima idea fare quella battuta, poiché scatenò l’ilarità del tipo e fui costretto a rivedere i suoi denti.

– Simpatico, simpatico. Ma a me risulta che la domenica ti rechi al canile per dare da mangiare alle bestie.

Era tutto vero. Il Comune aveva intenzione di chiudere il canile municipale, alcuni anni prima rispetto alla mia assunzione. Ci furono degli scioperi da parte delle persone che vi lavoravano a cui si unirono anche le diverse associazioni animaliste della città. Il Comune fece un passo indietro e decise che il canile sarebbe rimasto aperto, ma impose alcune condizioni per la riduzione dei costi. Apertura del canile dal lunedì al venerdì. Sabato e domenica sarebbe rimasto chiuso, due addetti avrebbero provveduto a sfamare i cani in questi giorni: uno il sabato e uno la domenica. Eliminazione del guardiano e sostituzione con impianto di allarme con avviso telefonico automatico alla vicina caserma della polizia municipale: qualora qualcuno avesse cercato di forzare le vie di accesso i vigili sarebbero intervenuti in meno di cinque minuti. In realtà, l’amministrazione comunale dava per scontato che il canile non interessasse a nessuno e che quindi le probabilità di furto sarebbero state quasi vicine allo zero. Ovviamente, era previsto anche un impianto antincendio. Per le associazioni animaliste queste imposizioni erano assurde e presentarono un ricorso. Erano passati più di quattro anni dall’entrata in funzione di questo sistema di gestione del canile e il tribunale non aveva emesso ancora nessun verdetto. Noi impiegati del canile c’eravamo adeguati  alla situazione e, dato che non ero sposato, al momento dell’assunzione mi ero offerto per il turno domenicale. La cosa aveva i suoi vantaggi retributivi, non lo nego.

– E quindi?

– Noi ti diamo la macchina e tu ci fai entrare nel canile disattivando gli allarmi.

– E che cosa rubereste dal canile, carne in scatola e croccantini? Soldi non ce ne sono.

– Di nuovo ‘sto termine rubare! Ti ripeto, noi siamo gente onesta. La mattina ci alziamo e lavoriamo come voi. E poi cerchiamo con il nostro lavoro, quando è possibile, di portare un po’ di benessere a questa città sottoforma di svago.

– E cosa c’entra il canile?

– Be’, noi organizziamo attività sportive con i cani.

– Volete i cani per farli combattere?

– Anche correre…

– Non se ne parla proprio, io non vi aiuto – tentai di aprire la porta, ma non ci riuscii, il tipo che ci aveva minacciato con la pistola si era seduto sullo sportello.

– Sai cosa ho imparato vivendo con ‘sta gente? – con il dito indicò Adrian – Che ogni favore và ricambiato. Se io ti riporto la tua macchina, tu mi restituisci il favore. Altrimenti…

– Non la voglio, la macchina…

– Mai rifiutare un favore, è peggio che non contraccambiare – detto questo mi colpì con un manrovescio. I suoi anelli mi causarono tutta una serie di escoriazioni, oltre la riapertura della ferita prodotta dal sasso lanciatomi contro il giorno prima.

Il mio interlocutore abbassò il finestrino e gridò ai due fuori: – Si parte.

***

            Ho sempre desiderato possedere un’edicola. Un chiosco, per la precisione. Certo, le motivazioni son cambiate dalla mia infanzia a oggi che ho quasi trentacinque anni alle spalle. Se da piccolo ero affascinato da una strana mistura di desiderio di Topolino e di riviste porno (in realtà, c’è stata anche la fase “desiderio di videocassetta”, non ho vissuto la fase DVD, poiché il supporto è arrivato quando i miei pruriti sessuali andavano scemando), da adulto mi ha sempre affascinato la possibilità di avere libero accesso a ogni tipo di giornale. Dalle riviste musicali a quelle sportive e perché no, anche ai fumetti. L’unica altra attività che ha sempre esercitato un’attrazione simile a quella dell’edicolante è stata quella del gestore di  ferramenta. Sono follemente attratto dai cassettini che si trovano alle spalle dei commessi, nonostante non sia un persona particolarmente curiosa. Ma secondo me in quei tiretti  si celano tesori inestimabili e magari qualche omino di acciaio in divisa da fabbro.

Le strade della vita mi hanno portato a lavorare in un canile municipale. Non mi lamento. Amo il mio il lavoro, anche se gli unici giornali che adopero sono quelli che utilizzo, talvolta, per raccogliere la merda di cane. Di cassettini con omini metallici ce ne sono pochi, però, ho tante casettine con quadrupedi pelosi. Nulla, però, poteva togliermi dalla testa, mentre ascoltavo l’uomo che mi stava accanto, che se avessi gestito un’edicola o una ferramenta non mi sarei ritrovato in quel pasticcio.

Il mio viaggio fu silenzioso, non posso dire la stessa cosa di quello del mio compagno di sedile. Mi raccontò la sua storia: ex meccanico entrato nell’esercito per sfuggire alla fame; dopo un breve periodo nell’officina della caserma, la sua capacità di tessere torbide trame gli aveva aperto le porte dei servizi segreti; durante una missione in Romania aveva fatto il salto della quaglia e si era ritrovato al soldo di Ceaucesco.

-Tu mi chiedi il perché?

-Sì – risposi.

-Perché pagava meglio, no?

Caduto il dittatore si era reinventato “baronetto” e aveva messo su una piccola squadra di picchiatori. Inizialmente aveva colpito la popolazione rumena, ma quando si era reso conto che soldi lì ce n’erano pochi, aveva rivolto le sue attenzioni agli zingari.

-Non era facile chiedere soldi a chi soldi non ne aveva. Così ho pensato di rivolgermi ai rom.

Lo guardavo senza fiatare. Lui non mi guardava e fiatava. Pure troppo.

– Durante il mio periodo di servizio per Ceaucesco avevo il compito di risolvere la “grana zingari”. I Ceaucesco avevano idee chiare al riguardo: assimilazione forzata. Consideravano i rom una vergogna per la nazione. Il mio compito era quello di “azzerare” le differenze etniche. Andavamo nei campi, portavamo via le donne, che poi spedivamo nei paesi in cui c’erano delle miniere, e là le costringevamo a sposare uomini rumeni. I ragazzini andavano in centri di rieducazione. E gli uomini in fabbrica. I più si ribellavano, e questi più, venivano picchiati.

Parlava con una disinvoltura agghiacciante, credo che poco gli importasse se lo ascoltassi o meno.

-Sai una cosa?

-Cosa?

-Gli zingari sono stati perseguitati per secoli. E non mi riferisco solo da noi in Romania.

-Beh, sì, ne ho sentito parlare.

-I più non lo sanno. Circa cinquecento mila zingari sono stati fatti fuori dai nazisti. Ma i nazisti sono cattivi… Ma i paesi più civili non scherzano. Per esempio, sterilizzazione forzata degli uomini in Svezia, Danimarca e Austria. Questa pratica è terminata solo negli anni settanta.

-Non lo sapevo.

-Non commuoverti, sono comunque delle bestie e il più delle volte se lo sono meritato. Quello che voglio dire io è che c’è un razzismo storico. Si parla del genocidio ebraico perché gli ebrei sono come noi, sono persone perbene, hanno i soldi. Hai mai visto un film sugli zingari al cinema?

The Snatch, ma credo che lei intenda altro.

-Boh, non lo conosco quel film. Gli ebrei hanno i soldi, c’è Israele che finanzia la propaganda… Ma io dico: uno zingaro bruciato varrà quanto un ebreo bruciato, o no?

-Tutti gli uomini sono uguali, tutti dovrebbero avere la possibilità di raccontare la propria storia. Di denunciare. Penso al popolo armeno – aggiunsi.

Ero colpito, non pensavo che quell’uomo, di cui conoscevo una piccola parte della vita, ma del quale non sapevo il nome, potesse avere a cuore certi argomenti. Quindi, la mia domanda nacque spontanea – Allora, perché ha perseguitato i rom durante il regime Ceacesco?

-Che c’entra, quello è lavoro. Mi pagavano per farlo. E poi non fraintendermi, il mio era un discorso generico, non mi frega più di tanto di ‘ste minoranze. Era solo un pour parler.

-Niente di più.

Accese un sigaro, che comparve dal suo taschino. Strinse gli occhi e mi guardò.

– Io non parteggio per nessuno. Io non ho fantasia, non sono uno di quelli che pensa che le cose dovrebbero andare in un determinato modo. Non sono uno di quelli che crede che bisognerebbe inventare una determinata cosa per risolvere quel problema. Ho una mentalità pratica. Tu sei un comunista…

– Non sono un comunista!

– Si che lo sei, altrimenti non porteresti capelli lunghi e barba…

– Ok, mi arrendo

– Cosa?

– Nulla. Nulla.

– Dicevo, sono un ex meccanico e un soldato. Non ho spazio per la fantasia.  Per voi comunisti il soldato non ha immaginazione, forse è vero. O, almeno, è vero nel mio caso. Io vedo cosa c’è e cerco di sfruttare quello per raggiungere i miei risultati. Quando stavo sotto una macchina non potevo tormentarmi dicendomi dovrebbero inventare una pinza che… potevo e dovevo usare quella che c‘era – mi sorrise. Odiavo quei denti.

– Stessa cosa quando “lavoro”. Ci sono gli zingari da sistemare, io li sistemo. Non sto là a pensare, però, ma, tuttavia… bisognerebbe aiutare ‘sta gente dalla storia sfortunata…

– Ma prima mi ha detto che…

– Lo so cosa ho detto prima, ma non sto ancora lavorando – sorriso – sto in macchina con un amico a cui ho fatto un favore e che tra un po’ me lo ricambierà. Semplice, no?

– Non siamo amici.

– Non essere scortese – al sorriso, questa volta si aggiunse un leggero gesto della mano che stringeva la pistola. Continuava a farmi paura più quel ghigno.

Riprese a raccontare la propria storia. – Quando entravo in un accampamento rom, o in uno dei villaggi rom che il regime aveva creato…

– Come Valea Lui Stan?

– Esatto, Valea Lui Stan non era l’unico. Erano campi di concentramento, ma con il tempo sono diventate vere e proprie città.

L’abitacolo era pieno di fumo. – Quando arrivavo con la mia squadra in quei posti gli abitanti mi conoscevano. Probabilmente, tra di loro c’erano anche figli miei – accompagnò la frase con un gesto del bacino – non ebbi difficoltà a diventare il loro “protettore”. Loro lavoravano per me e chi si rifiutava… non aveva altre possibilità di rifiutare, se capisci quello che intendo…

Capivo, ma non fiatai.

– Le cose andavano bene, giravo da villaggio in villaggio. Prendevo quello che c’era da prendere e andavo via. Ero nomade tra i nomadi. Non volevo rimanere più di un anno nello stesso posto. Alla lunga si sarebbero ribellati e il terrore non sarebbe bastato a tenerli a bada.

Notai con mia sorpresa che non stavamo dirigendoci verso il canile, ma in aperta campagna. Imboccammo un strada carrabile che mise a dura prova la Punto.

– Avevo nostalgia di casa. Intendo dell’Italia, non di quella che era la mia abitazione prima di entrare nell’esercito. Presi con me una cinquantina di uomini e inizia a fare anche qui quello che facevo in Romania.

– Da quanto tempo è tornato in Italia?

– Credo tre anni – spense il sigaro e lo infilò nel taschino – E’ stato difficile. Qui non avevo la mia fama che mi precedeva. Ma con le buone o con le cattive mi sono fatto una reputazione anche qui.

Girò la manopola e abbassò il finestrino. Inspirò l’aria della campagna e riprese a parlare.

– Quando arrivo in un villaggio, vado dai capi e spiego loro cosa devono fare. Non tocco le loro tradizioni, non me ne frega un cazzo di quello che fanno quando non lavorano per me.  E poi già non sono loro simpatico, figuriamoci se… Fermati qua.

Eravamo arrivati in campo, c’era un mini van ad aspettarci.

– Che cazzo hanno portato quei coglioni? – disse il mio sequestratore.

Si catapultò verso gli uomini che si trovavano vicino al van e iniziò a gesticolare. Non riuscivo a sentire quello che si dicevano. Non potevo neanche tentare la fuga perché in macchina con me c’erano gli altri due miei compagni di viaggio.  E fuga per dove, poi? Là era tutta campagna e loro erano in cinque. Mi avrebbero ripreso con facilità.

– Tu vai con loro – disse ad Adrian, mentre rientrava in macchina – devono cercare un camion, aiutali. Poi raggiungeteci al canile, vi aspetteremo là. Voglio un cazzo di camion! Ci devo mettere… – si volto verso di me – quanti cani ci sono?

Non risposi, più per paura che per coraggio. Mi puntò la pistola alla tempia.

–  Quarantadue – risposi, più per paura che per coraggio.

– Ci devo mettere quarantadue cani. Ora va’!

Adrian, senza fiatare, sgattaiolò dalla macchina.

La nostra macchina si mise in marcia verso il canile. Questa volta il viaggio fu silenzioso e carico di tensione.

***

            Dopo circa un quarto d’ora di marcia, arrivammo al canile. Scendemmo e fui condotto alla porta. Presi le chiavi, disinserii l’allarme e aprii il cancello.

Io e il mio, ormai, “silenzioso amico”, entrammo a piedi. Lo zingaro ci raggiunse con la macchina. Dopo averla parcheggiata, venne verso di noi.

-Vai all’ambocco della strada e controlla che non arrivino scocciatori.

Disse proprio ambocco, non imbocco. La cosa mi stupì: sin ora l’uomo che, amorevolmente, mi aveva puntato un pistola alla fronte aveva sempre parlato in un italiano perfetto. Certo pure io uno strano lo sono, se mi metto a pensare a certe cose mentre dovrei escogitare un piano per salvare capre e cavoli.

Rimanemmo soli. Non mi temeva, aveva riposto la pistola nei pantaloni, nel girovita.

Se si escludeva il saltuario abbaiare dei cani, la tranquillità regnava sovrana. Anzi, era una bella giornata. Una di quelle che ti fa venir voglia di un giro in campagna. Possibilmente, senza nessuno che ti punti una pistola alle tempia. È strano come un posto che normalmente ti è familiare possa diventare sinistro in determinate condizioni. Non mi sentivo a mio agio, quasi soffrivo lo sguardo dei cani posato su di me. Vedevo qualcosa di accusatorio nei loro occhi, quasi avessero subodorato il mio tradimento. -Dicevi sul serio prima?

Mi guardò sorpreso, era la prima volta che gli davo del tu e la cosa lo stupì. Forse, avevo sbagliato. Ma volevo creare un’ atmosfera amichevole. Era necessario per l’abbozzo di piano che stava nascendo nella mia mente.

– A che riguardo?

– Che per gli zingari un favore è una cosa sacra.

– Sì, certo.

– E vale anche per te questo?

– Certo, perché?

– Perché mi state restituendo la macchina in cattivo stato.

– Ma se l’abbiamo anche lavata!

– Mi riferisco al rumore che fa  il motore.

– Il rumore del motore? Ma che cazzo dici!

– Senti, la macchina fa un brutto rumore.

– La macchina non fa nessun rumore. Punto.

– Punto un corno! Non stai mantenendo il tuo impegno, se mi ridai la macchina in quelle condizioni.

Prese la pistola, me la puntò alla fronte.

– Entra in macchina e accendi il motore. Ricordati che questa è puntata alle tue tempie. Niente scherzi.

Accesi la macchina.

– Ora  apri il cofano, lascia il motore acceso e scendi.

Misi in folle e scesi.

Mi fece cenno con la pistola di alzare il cofano. Lo feci.

– Nessun rumore? – dissi.

– Nessuno.

– Io continuo a sentire una specie di shhhhhhhhhh che prima non c’era.

Volevo riaccendere il suo orgoglio di finto zingaro e volevo far leva sul suo passato di ex meccanico. L’aver messo la pistola a posto quando eravamo rimasti soli e, soprattutto, l’esser rimasto con me da solo,  mi faceva credere che non mi ritenesse un rischio. Probabilmente, aveva ragione: lui ex spia cosa aveva da temere da uno come me?

– Do un’occhiata al motore – rimise la pistola nel pantalone.

Si calò e mise la testa sotto il cofano. Avevo solo una carta da giocare e la giocai. Con la mano urtai l’asticella che manteneva il cofano aperto e questo cadde violentemente sul capo dell’ ex meccanico. Lo sentii urlare. Mi lanciai con tutto il mio peso sul cofano e lo schiacciai.

Il motore acceso doveva essere bollente. Le sue urla arrivavano alle mie orecchie, la puzza di carne bruciata al mio naso.

Mi trascinai sul cofano e misi seduto. Tenevo le gambe larghe, perché lui era tra esse. Se fosse passato qualcuno e ci avesse visto, ci avrebbe scambiati per “due ragazzacci” intenti in un “lavoro di spurgo idraulico”.

Lui cercò di alzarsi e, grazie alla propria mole e all’adrenalina alle stelle per il dolore, riuscì a farmi rotolare via.

Mi ritrovai per terra. Le pietrine che ricoprivano il suolo mi escoriarono viso e mani. Erano piccole scintille che pulsavano. Mi misi in ginocchio per rialzarmi. Fu in quel momento che lo vidi. Eravamo faccia a faccia. Lui mi era caduto addosso, ma poi eravamo rotolati in direzioni differenti. Ci ritrovammo entrambi a quattro zampe con i visi che quasi si sfioravano. Nel suo caso il termine viso era un eufemismo. Quello che rimaneva della sua faccia era uno spettacolo raccapricciante e angosciante allo steso momento. Una maschera di carne bruciata. Bubboni e sangue la ricoprivano. Le sue palpebre erano fuse con il resto del viso e non poteva aprirle. L’istinto dell’ex soldato, però, prese il sopravvento sul dolore. Allungò la mano nella mia direzione, a casaccio o perché percepiva il mio respiro, e mi bloccò il polso per tirarmi verso di sé. Venendo meno l’appoggio di una mano mi ritrovai di nuovo steso a terra con il viso nella polvere. Ma ciò che era peggio è che mi stavo avvicinando sempre più a lui e in un corpo a corpo avrei avuto sicuramente la peggio: non ero abituato a lottare e il suo corpo era molto più pesante del mio. Le punte aguzze delle pietre aprirono nuove microferite.

Lui agiva in preda alla rabbia e questa fu la mia fortuna. Diede uno strappo troppo violento al mio braccio, urlai di dolore, ma la cosa ebbe il vantaggio di farmi compiere una capriola su me stesso. Non so quale dio guidò il mio piede, ma resta il fatto che gli stampai un calcio in faccia. Lui mi lasciò e io mi tuffai via.

Lo sentii urlare per l’ennesima volta in quella giornata. Le grida erano attutite dalle mani che aveva portato sul viso. Quando le tolse vidi la forma del carrarmato del mio anfibio ben impresso nella sua carne. Evidentemente la carne era ancora morbida dopo il contatto con il motore della macchina e come argilla si era modellata alla suola della mia scarpa.

Decisi di scappare in direzione degli uffici amministrativi. Dovevo chiamare la polizia. Puntavo tutto sul fatto che lui fosse distratto dai suoi dolori.  I pochi metri che mi separavano dalla porta furono interminabili. La carne del suo volto, rimasta attaccata alla mia suola, produceva un suono disgustoso quando posavo e alzavo la scarpa dall’asfalto. Arrivato sotto il patio cercai le chiavi nelle mie tasche, ma non ebbi il tempo di trovarle.

Il primo proiettile andò perso chissà dove nel canile. Se non ci fosse stato il rumore dello sparo, non mi sarei accorto di nulla. Ma il mio istinto mi fece gettare per terra. Lui aveva portato la mano alla pistola mentre cercavo di raggiungere il telefono, e aveva iniziato  a sparare a casaccio.

L’urlo di dolore fu micidiale quando il suo unico colpo andò a buon fine. Fortunatamente, non fui io a essere colpito, ma lo zingaro che era giunto al canile con noi. Nella frenesia degli eventi mi ero scordato di lui, ma richiamato dalle urla del suo capo era corso da noi. Quella fedeltà gli era stata fatale.

Dovevo chiamare la polizia, ma avrei impiegato troppo tempo ad aprire la porta dell’ufficio. Mi trascinai verso una delle cucce, misi la mano in tasca e tirai fuori l’accendino che mi aveva regalato Gilberto. Puntai la fiamma su uno dei dispositivi antincendio, l’allarme iniziò a urlare. Il congegno prevedeva l’inoltro automatico di due telefonate. Una ai pompieri. Una alla polizia municipale. Era questa che mi interessava di più, la caserma dei vigili si trovava a non meno di cinque minuti di macchina dal canile. Probabilmente, il rumore delle sirene era giunto alle loro orecchie prima ancora del trillo del dispositivo di allarme.

Il mio rivale continuava a barcollare nel cortile, mi ricordava l’omino della Michelin intento a ballare una tarantella. Ci sarebbe stato da ridere, se non fosse stato per quel viso deturpato. E la situazione era peggiorata da quando era riuscito a sbalzarmi via, poiché ogni volta che si toccava il volto un pezzo di carne rimaneva attaccato alla mano.

Dovevo metterlo kappao, così presi l’idrante che utilizzavamo per pulire le cucce e glielo puntai addosso. Il forte getto lo spinse indietro, la cecità fece il resto. L’uomo cadde di peso nella vasca dove convergeva l’acqua sporca che usciva dalle cucce dopo la pulizia. Acqua e merda non avrebbero fatto bene alla sua pelle. Quello era poco, ma sicuro.

***

            I vigili urbani impiegarono meno dei cinque minuti che avevo previsto. I vigili del fuoco ce  ne misero meno di dieci. Grande fu la loro sorpresa nel constatare l’assenza di incendi. Per quanto fosse stata grande la loro meraviglia, non raggiunse minimamente i livelli di quella provata dai tre zingari giunti al canile con il camion sul quale avrebbero dovuto caricare i cani. Al loro arrivo trovarono ad attenderli, non solo vigili urbani e pompieri, ma anche la polizia.

***

            I  giorni successivi furono tremendi. Fu un continuo andare e tornare dalla questura.  Il fatto poi aveva anche attirato l’attenzione dei media locali che iniziarono a sostare sotto casa in attesa di mie dichiarazioni. La stampa mi aveva soprannominato “il nuovo Davide che aveva sconfitto il Golia venuto dall’Est”. Dimenticavano che il capo dell’organizzazione era italiano.

Piovvero attestati di stima da parte delle famiglie benpensanti. Alcuni iniziarono a paventare un mio ingresso in politica. Vedevano in me il condottiero che li avrebbe guidati nella loro crociata conto gli zingari.

Il muro sotto casa fu imbrattato dalle scritte dei movimenti neofascisti che inneggiavano alla mia figura. Dopo alcuni gironi fecero la propria comparsa i controslogan dei ragazzi del centro sociale: ce l’avevano con me, nonostante avessi capelli lunghi e barba…

Gli amici mi furono vicini e devo ringraziare loro se non impazzii per il terrore quando seppi che la polizia non mi avrebbe garantito più nessuna protezione, a circa dieci giorni dalla sparatoria nel canile. Avevo fatto arrestare un banda di malavitosi e ora mi trovavo indifeso contro le eventuali ritorsioni dei membri ancora a piede libero.

Quindi, quando trovai infilata sotto la mia porta una busta immaginai le cose peggiori che potessero capitare a un uomo. Erano due giorni che vivevo nel timore di rappresaglie da parti degli uomini di Grassi. Sì, perché finalmente ero riuscito a dare un nome al tizio che avevo sfregiato in modo permanente.

Raccolsi la lettera con mani tremanti e iniziai a leggere. Il testo era scritto in un italiano approssimativo, ma era facilmente comprensibile, nonostante la grafia incerta.

Non era altro che un ringraziamento da parte della comunità rom che, in cambio della mia liberazione, mi prometteva protezione, qualora fossero tornati gli scagnozzi di Grassi. Evidentemente, senza il loro capo e i suoi uomini più fidati, si sentivano sicuri. Mi dicevano di non preoccuparmi se il campo nomadi era stato sgombrato dalla polizia, quello non era un problema per loro: sarebbero tornati, com’era sempre avvenuto.

Un passaggio  della lettera, che non sarebbe sfuggito al mio amico Gino, era quello in cui il mio misterioso protettore dichiarava che, inoltre, nessuno avrebbe toccato il mio appartamento e, soprattutto, la mia macchina. Perché, concludeva la lettera, ogni favore va ricambiato. E questo lo sapevo bene: era stata la mia fortuna.