Archivio per clandestini

Made in Italy – Fabbricato in Italia

Posted in LaLittératureDuMarronoir with tags , , , , , , , on 02/01/2013 by gfcassatella

I primi sono stati più fortunati. Ormai è piena emergenza, non siamo più in grado di garantire cure adeguate ai clandestini che arrivano dal mare.
Finché erano poche centinaia riuscivamo a curarli, almeno nei limiti delle esigue risorse messe a disposizione dal Ministero della Sanità. Ora non è più così: ne arrivano a migliaia ogni giorno e in più ci sono loro, i robot della Guardia Costiera.
Non dovrei scriverle queste cose, lo so. Rischio, ma ho bisogno di parlarne, anche solo a me stesso. Preferisco scribacchiare su carta per poi bruciare tutto. I computer sono sotto controllo, anche se loro negano.
Il manuale d’uso dei robot, redatto dal Ministero, è là sulla mia scrivania, con la sua copertina che ne raffigura uno con un bambino in braccio mentre altri giocano tranquilli intorno a lui. Per lo più sono piccoli quelli cha arrivano nelle nostre tende. Non sono forse loro quelli più affascinati da quelle macchine scintillanti? Non sono forse loro che nei giorni festivi si fanno portare da mamma e papà nei musei del Ministero della Difesa per vedere da vicino quei prodigi?
La guida illustra le dotazioni portentose di queste creature senzienti: taser, laser, radar (chissà perché poi finiscono tutte in “r”?).
C’è anche un fumetto che ne spiega il funzionamento. Vedere questi apparecchi ingentiliti dal tratto del disegnatore e gli sguardi cattivi dei clandestini è un controsenso.
Perché poi c’è la realtà.
Loro, i robot, sono algidi. Scintillanti. Puliti.
Loro, i clandestini, sono sporchi, per lo più di sangue.
I primi sono quasi sempre infallibili, tocca a noi correggere i loro errori, rattoppando le loro vittime
Avverto prima il rumore, poi l’odore. Il rumore dei loro passi, l’odore dei profughi che depositano innanzi all’ospedale.
A noi tocca fare i burocrati e poi i medici. Stiamo là con l’orecchio rapito dalle urla di dolore e con la mano che attende la ricevuta con il numero di uomini da prendere in custodia. Piccoli numeri destinati a diventare grandi nella bocca grassa della propaganda.
La bolla oggi riportava: “5=1+2+2: 1 uomo + 2 donna + 2 bambino”. Tutto è ragioneria di stato.
A me è capitato uno dei “2 bambino”. Aveva il corpo ricoperto di ustioni. È tipico nei piccoli. Appena arrivano sulla spiaggia corrono verso i robot per toccarli. Sono programmati per questo: se intercettano dei ragazzini devono solo aspettare. Saranno le vittime ad andare dal carnefice e, a traino, arriveranno i genitori.
I piccoli istintivamente porgono la mano alla macchina. I robot ricambiano. E quella che potrebbe sembrare la pantomima della Creazione di Michelangelo si conclude con odore di carne bruciata. I solerti redattori della guida non l’hanno scritto che dopo ore di esposizione al sole diventano roventi. Il bambino una volta in braccio sfiora e tocca la carlinga in più punti.
Poi c’è quello che io chiamo il Marchio. Sulla carne delle vittime spesso trovo la dicitura “Made in Italy – Fabbricato in Italia”. Pur scritta al contrario è facilmente leggibile. Capita che la vittima, nel tentativo di divincolarsi, poggi la propria carne sulla targa con l’iscrizione posta sul fianco del robot.
Il Marchio non è solo danno: è beffa. Quella frase ricorda che i robot ce li hanno venduti loro, gli italiani. Hanno venduto a noi la tecnologia che li rispedisce a casa. Che distrugge le loro speranze di farsi una vita lontano dal Paese che non può più ospitarli dopo la “Grande Sciagura”.
Costruiti per respingere noi, ce li hanno venduti e ora noi li usiamo contro di loro.
Mi chiamano, altri numeri in arrivo.
Devo distruggere ciò che ho scritto, spero solo che la cenere mondi la mia coscienza.
Tripoli, 25/04/2061

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