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Nostro Signore Il Vuoto Onnipotente

Posted in LaLittératureDuMarronoir on 22/09/2017 by gfcassatella

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In ogni caso, avevamo fame. Anzi, per l’esattezza, ci sembrava di aver inghiottito il vuoto cosmico, quella era la sensazione. All’inizio era un vuoto piccolo […] ma col passare dei giorni andava espandendosi all’interno del nostro corpo e prendeva le dimensioni di un abisso senza fondo. (Haruki Murakami)

Perché eravamo affamati? Perché eravamo isolati. Di quell’isolamento generato dall’attesa, che ti coccola, ti sballotta, ti affatica, ti sfianca. Ti rende meno umano.
Furono giorni strani, giorni di fame. Di cibo ne avevamo, ci mancava altro. Vuoto cosmico, come l’ho chiamato prima, visto da qua, oggi, non appare una definizione esagerata. Eppure avevamo tutto, tutto quello che può servire in una casa. Noi dentro con il nostro tutto, dentro di  noi mancava tutto. E fuori, fuori nel mondo? Non ci interessava. Solo quella vecchia corriera, che passava due volte al giorno davanti alla nostra finestra, attirava la nostra attenzione.  Forse perché ci ricordava la nostra infanzia, quando la fame era ancora lontana. Quando avevamo altro a cui pensare.
Ogni giorno le stesse azioni, perché l’attesa è ripetizione. Dormivamo, mangiavamo, ogni tanto mettevamo qualche disco. E scopavamo. Scopavamo, perché l’amore l’avevamo barattato con la speranza. Anche quello era diventato un gesto meccanico, da compiere ogni qual volta le batterie erano cariche. Forse per questo giravamo nudi per casa. Non completamente nudi, ricordo che indossavamo solo i calzini. Entrambi lo facevamo, chissà perché, forse per evitare di dover infilare le scarpe.  A che servono le scarpe se non hai nessun posto dove andare?
Un tempo giravamo, anche parecchio. Eravamo curiosi. Così curiosi, che dovevamo dividere in due il fardello degli interessi. Ma due non bastavano più a un certo punto. Eravamo pochi. Accumulavamo. Dividevamo. Qualcosa avanzava sempre. Prima poco. Poi tanto. E quel tanto veniva da fuori, passava dentro di noi, arpionava le nostre carni, la nostra anima, la nostra coscienza, e spuntava fuori dall’altro lato. E lo mettevamo là. Lo impilavamo in un angolo. Ma l’angolo diventò una parete. La parte diventò una stanza. La stanza diventò una casa. La nostra.
A noialtri andò così, tutto quello che spurgavamo,  portava via un pezzo di noi. Ogni pezzo che andava via, accresceva il buco. Il buco aveva fame. Avevamo fame, perché il vuoto eravamo noi. Noi due, il nostro mondo e lo schifo senza nome che avevamo accumulato in casa.
Una semplice domanda, fatta non ricordo neanche da chi dei due, diede inizio all’isolamento. Perché prima che uno dei due ponesse quel quesito, la speranza non c’era. E se c’era, dormiva. Poi all’improvviso spuntò fuori. E come il più abile dei carpentieri, iniziò a tirar su le sue pareti. Sempre più spesse.
Ogni colpo d’anca un mattone. Ogni gemito una colata di cemento. Secondi, minuti, ore, giorni. Corriera, corriera.
Il mondo immobile, noi a recitare le nostre parti. Le coscienze sempre più sporche di delusione. Il fallimento pian piano che delineava i propri contorni, sempre più simili alle nostre sagome. La meccanica si inceppava sempre più spesso, così le parole prendevano il posto degli atti. Ogni tanto ci fermavamo, restavamo lì a guardarci, muti. Non ci riconoscevamo più in quei corpi sempre più smunti. Strizzati dagli eventi, dondolavamo avanti e dietro, quasi a nasconderci. Ci evitavamo, nonostante giocassimo a rincorrerci. La speranza aveva cambiato abito, era diventata senso di responsabilità. Quasi che lo dovessimo al Nostro Signore Il Vuoto Onnipotente. Facevamo quello che dovevamo fare perché dovevamo farlo. Così, tutto di un fiato, con quel fiato che ancora ci era rimasto. E ce ne era rimasto sempre meno. Perché l’aria si stava esaurendo in quella casa. A ogni passaggio di corriere era sempre meno. Il tempo ci stava prosciugando, ingialliva la nostra volontà, la essiccava. Piano piano, anche il senso del dovere evaporò. Rimanemmo così nudi, tranne che i per i calzini. Togliemmo anche quelli. Avevamo bisogno di lordarci, di riprendere possesso del mondo. Un passo per volta, ci allontanammo. La porta ogni giorno era sempre più vicina, poi diventò sempre più lontana, alle nostre spalle.
Noi che eravamo rimasti schiavi dell’ideale del futuro, vi rinunciammo. Il per sempre spiegò le sue vele seguendo altri venti. Lo schifo lo lasciammo dietro di noi. Eravamo delle lumache spurgate, pronte ad essere cucinate altrove.
Oggi non abbiamo più fame, almeno non quella fame. Ognuno sulla propria strada cammina seguendo i propri mattoni gialli, stando attenti a non sporcare anche le nuove scarpette, per preservarne il rosso accesso. Qualche volta ci incrociamo, facciamo finta di nulla, rimaniamo in silenzio, un silenzio però diverso da quello di quei giorni, e tiriamo avanti. Perché alla fine lo sappiamo entrambi, che se mai dovessimo riavvicinarci, Nostro Signore Il Vuoto Onnipotente reclamerebbe la sua parte. Così vaghiamo, corriere contromano, risospinti senza sosta nel passato.

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Non scrivevo da un paio d’anni, avrei dovuto continuare a non farlo.
Questo racconto è nato per caso, ho trovato un concorso che mi piaceva e mi son detto “quasi quasi”.
Mi intrigava l’idea di partire dall’incipit di qualcun altro, scelto da una rosa indicata nel bando (io ho optato per Murakami), per sviluppare la trama.
È venuta fuori questa cosa, una sorta di Ultimo Tango a Parigi in salsa baconiana.
Dato che non mi bastava sfruttare l’incipit di qualcuno molto più bravo di me, mi sono prefissato di terminare la storia parafrasando la chiusura  di un’opera qualsiasi di Francis Scott Fitzgerald, ho scelto “Il Grande Gatsby” (il più bel romanzo che sia stato mai scritto sui social media).
Il concorso è andato malissimo: su 152 ne hanno scelti 27 (non due o tre), il mio è stato scartato.
Non scrivevo da un paio d’anni, avrei dovuto continuare a non farlo.

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Buio

Posted in LaLittératureDuMarronoir on 11/04/2014 by gfcassatella

BUIO

Prospettiva n° 1

Come e quando era sceso quel buio intorno a lei? Ricordava solo un gran sonno, ma non quanto tempo fosse passato da che s’era addormentata.
Se mai s’era risvegliata.
Dov’erano i folletti, gli uccellini, le fate? Dov’era il bosco? Il suo mondo.
La pece ammantava tutto costringendola in un angolo. Rimanere o andare? Rimanere dove? Andare dove?
Allungò un braccio, poi l’altro. Nulla.
L’oscurità aveva fagocitato tutto.
Un goffo tentativo di guadagnare la posizione eretta fallì. Meglio gattonare nel buio pensò.
E così fu.
L’erba, che quindi esisteva ancora, le bagnava delicatamente le mani.
Un passo, poi due, poi tre. Qualcosa che le insozzava gli arti v’era; questo la rassicurò e la persuase a continuare.
Poi ci fu l’urto, nulla di doloroso, solo un tonfo sordo del suo capo su un qualcosa al contempo morbido e rigido.
Senza pensarci due volte s’inginocchiò e con la mano cercò la superficie su cui aveva cozzato.
Niente! Certo, si era scontrata mentre era a quattro zampe, ma ora era inginocchiata, doveva solo abbassare un po’ la mano per trovare…
…trovare cosa? Come poteva definire quello che stava toccando? Era qualcosa di appuntito, cartilagineo e peloso.
I crini le sfioravano in modo deciso e delicato la cute.
Scese lungo tutta la superficie, poi decise di ritornare verso la sommità.
Una volta, due, tre.
Le pareva un orecchio. Appuntito, lungo e peloso, ma pur sempre un orecchio.
Stavolta decise di non tornare verso l’alto. Così la sua mano s’imbatté in un ciuffo di peli, quasi dei capelli, che separava cosa? Un orecchio dall’altro?
Sì, così era! Perché il suo palmo ne trovò un’altra di quelle strane cose appuntite, proprio là accanto alla prima: gemella e parallela.
Allora scese sotto quello strano ciuffo di capelli, se tali erano, e avvertì una superficie coperta di peluzzi simili ai primi ma più corti e duri.
Un occhio, un qualcosa di umido, forse un naso, una bocca.
Più toccava, più i pezzi del mosaico andavano al loro posto.
Più i pezzi andavano al loro posto, più la luce faceva capolino.
Quando arrivò al collo, quasi poté vederlo oltre che avvertirlo.
Ma a lei non bastava, voleva toccare quel corpo dal capo asinino.
In quella dimensione solo il tatto contava, gli altri sensi erano superflui.
Poi venne la volta del petto, quello di un uomo.
L’addome scolpito, morbido e rigido. Ecco dove aveva picchiato qualche minuto prima.
Poi le braccia muscolose.
Le gambe tornite e incrociate.
Intorno a lei erano comparsi gli alberi, il passero, l’allodola, il fringuello.
Il buio era diventato favola. La sua, ma non solo sua.
Lo guardò, lo riconobbe.
Lo conosceva tant’era vero che non l’aveva mai visto prima.
Lui era stato là prima, ora e sempre.
Con un nome diverso, che poi è lo stesso che gli si da ogni volta, anche se modulato in modo diverso.
Posò la testa bionda e riccioluta là dove l’aveva urtato la prima volta e disse: “Amore”.

Prospettiva n° 2

Sono cose che succedono, non le avevano detto tutti così? I bisticci nelle coppie capitano sempre, non sarà il primo e non sarà l’ultimo.
Assurdità per lei, perché lei sapeva che questo era vero solo a metà: sai che non è il primo, se il primo non è, ma non sai mai se quello può essere l’ultimo, perché le storie finiscono.
All’inizio avverti le farfalle nello stomaco. Ti credi la regina di un mondo fatato. L’esistenza scorre felice: senti il passero, l’allodola, il fringuello cantare.
Poi arriva il buio, accompagnato dal gelo che cristallizza e rende tutto fragile.
Giri, vaghi, sbatti, urti.
Gli alberi diventano colonne di cemento.
Gli uccelli neri pipistrelli.
I suoni rumori.
Questo capita a tutti, è normale.
Questo capitò a lei.
Quanto durò la sua oscurità? Non lo sa, le sarebbe bastato poco a scoprirlo facendo due calcoli calendario alla mano. Ma a che pro?
Meglio il sonno della ragione, quello in cui la sua mente va a una certa velocità, quella normale perché è sua e il mondo ne ha un’altra, forse più lenta.
Tutta colpa del buio, dove le ombre non ci sono e, senza di loro i dubbi, scemano. Dove a vedere sono le mani, perché gli occhi sono ammantati da un drappo nero.
Là dove vai a tentoni e a strappi. Dove un passo avanti non è detto che non sia un passo indietro.
Là dove la solitudine non c’è, perché non puoi vedere chi manca: chi c’è non c’è e chi non c’è potrebbe esserci. Chissà.
Là dove la sinistra è sempre a destra della destra.
Puoi solo andare avanti, finché non urti su qualcosa.
Poi quel qualcosa è un qualcuno, o almeno per lei fu così.
La luce pian piano filtrò, si lasciò andare.
Iniziò a fidarsi, la vista si fece strada nel dominio del tatto.
Quello che le sembrava brutto, scoprì che poi così brutto non era.
Le sue orecchie, il suo naso, la sua bocca, si sovrapposero a quella di chissà chi altro.
Quello che prima era un mostro, oggi non lo è più.
Lei è tornata regina.
Lui è diventato il mastro tessitore delle sue emozioni, abile a intrecciare paura e insicurezza con dolcezza e desiderio.
Il passato è ormai alle spalle, il futuro ha il profumo della speranza e del mirto.
Ora lei lo sa, i bisticci nelle coppie capitano sempre, verrà il primo e non sarà l’ultimo.
Ma questo non le ha impedito di posare la testa là sul suo petto e pronunciare piano il suo nome: “Amore”.

Made in Italy – Fabbricato in Italia

Posted in LaLittératureDuMarronoir with tags , , , , , , , on 02/01/2013 by gfcassatella

I primi sono stati più fortunati. Ormai è piena emergenza, non siamo più in grado di garantire cure adeguate ai clandestini che arrivano dal mare.
Finché erano poche centinaia riuscivamo a curarli, almeno nei limiti delle esigue risorse messe a disposizione dal Ministero della Sanità. Ora non è più così: ne arrivano a migliaia ogni giorno e in più ci sono loro, i robot della Guardia Costiera.
Non dovrei scriverle queste cose, lo so. Rischio, ma ho bisogno di parlarne, anche solo a me stesso. Preferisco scribacchiare su carta per poi bruciare tutto. I computer sono sotto controllo, anche se loro negano.
Il manuale d’uso dei robot, redatto dal Ministero, è là sulla mia scrivania, con la sua copertina che ne raffigura uno con un bambino in braccio mentre altri giocano tranquilli intorno a lui. Per lo più sono piccoli quelli cha arrivano nelle nostre tende. Non sono forse loro quelli più affascinati da quelle macchine scintillanti? Non sono forse loro che nei giorni festivi si fanno portare da mamma e papà nei musei del Ministero della Difesa per vedere da vicino quei prodigi?
La guida illustra le dotazioni portentose di queste creature senzienti: taser, laser, radar (chissà perché poi finiscono tutte in “r”?).
C’è anche un fumetto che ne spiega il funzionamento. Vedere questi apparecchi ingentiliti dal tratto del disegnatore e gli sguardi cattivi dei clandestini è un controsenso.
Perché poi c’è la realtà.
Loro, i robot, sono algidi. Scintillanti. Puliti.
Loro, i clandestini, sono sporchi, per lo più di sangue.
I primi sono quasi sempre infallibili, tocca a noi correggere i loro errori, rattoppando le loro vittime
Avverto prima il rumore, poi l’odore. Il rumore dei loro passi, l’odore dei profughi che depositano innanzi all’ospedale.
A noi tocca fare i burocrati e poi i medici. Stiamo là con l’orecchio rapito dalle urla di dolore e con la mano che attende la ricevuta con il numero di uomini da prendere in custodia. Piccoli numeri destinati a diventare grandi nella bocca grassa della propaganda.
La bolla oggi riportava: “5=1+2+2: 1 uomo + 2 donna + 2 bambino”. Tutto è ragioneria di stato.
A me è capitato uno dei “2 bambino”. Aveva il corpo ricoperto di ustioni. È tipico nei piccoli. Appena arrivano sulla spiaggia corrono verso i robot per toccarli. Sono programmati per questo: se intercettano dei ragazzini devono solo aspettare. Saranno le vittime ad andare dal carnefice e, a traino, arriveranno i genitori.
I piccoli istintivamente porgono la mano alla macchina. I robot ricambiano. E quella che potrebbe sembrare la pantomima della Creazione di Michelangelo si conclude con odore di carne bruciata. I solerti redattori della guida non l’hanno scritto che dopo ore di esposizione al sole diventano roventi. Il bambino una volta in braccio sfiora e tocca la carlinga in più punti.
Poi c’è quello che io chiamo il Marchio. Sulla carne delle vittime spesso trovo la dicitura “Made in Italy – Fabbricato in Italia”. Pur scritta al contrario è facilmente leggibile. Capita che la vittima, nel tentativo di divincolarsi, poggi la propria carne sulla targa con l’iscrizione posta sul fianco del robot.
Il Marchio non è solo danno: è beffa. Quella frase ricorda che i robot ce li hanno venduti loro, gli italiani. Hanno venduto a noi la tecnologia che li rispedisce a casa. Che distrugge le loro speranze di farsi una vita lontano dal Paese che non può più ospitarli dopo la “Grande Sciagura”.
Costruiti per respingere noi, ce li hanno venduti e ora noi li usiamo contro di loro.
Mi chiamano, altri numeri in arrivo.
Devo distruggere ciò che ho scritto, spero solo che la cenere mondi la mia coscienza.
Tripoli, 25/04/2061

Storia di un povero diavolo

Posted in LaLittératureDuMarronoir on 14/11/2012 by gfcassatella

Questa è la storia di un povero diavolo. Uno di quegli individui che si mimetizza nel nulla dell’esistenza.
Questa è la storia di un tizio che, se può, le grane le scansa, come cacche sui marciapiedi.
Questa è la storia di un povero diavolo e di quella volta che ne pestò una.
Sia ben inteso, ne schiacciò una in senso metaforico, mica una vera. Non sarebbe educato da parte mia raccontare in giro certi avvenimenti sconvenienti.
La mia narrazione parte dal momento in cui lo sventurato è seduto in una sala d’attesa. Non è proprio l’inizio della vicenda, ma non è neanche la fine. È più o meno la metà, perché chi ben comincia è a metà dell’opera, ma se inizi bene dalla metà, giocoforza non annoi.
Seduto com’è, pare in fuga verso il basso: spalle curve, capo chino, mani conserte. Sembra quasi che la forza di gravità sia lì solo per lui, a reclamarne la sostanza.
Ma il lettore sappia che lo sventurato non è risucchiato dal pavimento, è solo oberato dal peso della faccenducola che l’ha portato in quel luogo, tra le genti più disparate.
Una scatola bianca con un foro d’ingresso. Sedie arringate in file parallele, soldatini consunti in attesa di deretani.
Piccole pesti che corrono qua e là gridando. Mamme esauste che rimpiangono una giovinezza terminata troppo presto. Uomini grassi che gironzolano in cerchio.
Gli odori sono dei vivi, ha detto qualcuno. E se non l’ha detto nessuno, qualcuno prima o poi lo farà. Là di vita ce n’è tanta, forse troppa. Così come le mosche, questuanti isteriche, regine degli avanzi.
Lo vediamo stringere tra le dita un biglietto con su un numero. Lo stesso che c’è su quel tabellone luminoso sul fondo della scatola.
S’alza come se non si fosse mai alzato prima. Cammina come se fosse l’ultima volta.
Scorge dietro un vetro una figura. È a lei che dice: «buongiorno, ho un reclamo da sporgere».
«Ha compilato il modulo?» questa volta è la bocca a parlare.
«Eccerto!».
«Dia qui».
«Ecco».
«Cos’è che non va con questa cosa qua?».
«È difettosa».
«In che senso?».
«Non fa quello che deve fare, per fare altro che non deve fare. Non so più cosa fare!».
«Ha contattato il venditore?».
«Certo, c’ho parlato con il Dottor Cassatella».
«E cosa le ha detto?».
«Che non sono problemi suoi, di rivolgermi a un centro assistenza, che quelli lì son bravi a risolvere i problemi».
«E lei ci è a andato?».
«Sì».
«Embeh?».
«Non sono così tanto bravi a risolvere i problemi».
«Quindi lei vorrebbe recedere dal contratto?».
«Se fosse possibile».
«Qui vedo che il prodotto è del 1975».
«Esatto».
«Ci sta che non funzioni bene dopo quasi quarant’anni».
«Ma che dice? Per questi prodotti qua il tempo non è un fattore determinante».
«Sarà…».
«Senta, sono secoli che sto nel settore, ne saprò qualcosa».
«Sarà…».
«Mi faccia il reso, non ho mica tempo da perdere io!».
«Si calmi. Ha ancora la ricevuta d’acquisto?».
«Eccola».
«L’ha pagata pochino, di cosa si meraviglia?».
«Senta, lei è un addetto all’ufficio resi o un critico?».
«Esprimevo un parere, ma che modi sono questi?».
«Faccia il suo lavoro!».
«Le mie giornate sono lunghe e noiose».
«Si compri un cucciolo».
«Se l’è meritata».
«Cosa?».
«La fregatura».
«Ma come si permette?».
«L’ha pagata pochissimo, cosa s’aspettava?».
«Ancora sta storia? Non l’ho pagata poco. E poi anche se fosse? Ho fatto un affare, frutto della mia abilità nel contrattare».
«Sarà… ma per me se l’è cercata».
«Le ripeto: lei è qui per fare i cambi o per giudicare?».
«Sono per qui fare i cambi, ma se quelli come lei fossero meno avventati nel fare gli acquisti, questo inferno sarebbe meno gravoso per tutti».
«Voglio parlare con un suo superiore!».
«Mavalà, ora risolviamo tutto! Lei ha barrato la casella guasto: qual è il problema».
«Non funge. L’anima di questo Cassatella è inutile».
«Come può essere un’anima inutile?».
«Le spiego, noi diavoli possiamo utilizzare le anime in due modi, a seconda che siano appartenute a soggetti buoni o cattivi. Nel primo caso le convertiamo al peccato, riuscendo in un colpo solo a rimpolpare le nostre schiere e a indebolire quelle avversarie. Se l’anima invece è cattiva, non dobbiamo neanche fare lo sforzo di tramutarle, possiamo passare direttamente alla fase tormento».
«E quindi?».
«L’anima di sto tipo l’ho testata sia in un modo che nell’altro, ma non reagisce: è apatica. Non ne traggo nessun godimento dal torturarla. Le mie corna restano in uno stato di rilassatezza quando la uso per ricavarne piacere. Che me ne faccio?».
«Capisco. Quindi lei vorrebbe indietro ciò che ha dato in cambio del prodotto difettoso?».
«Esatto».
«Qui leggo, testuali parole, che lei ha pagato come corrispettivo “superamento del blocco dello scrittore” ».
«Sì, quel mediocre non riusciva più a cavare un ragno dal buco, io l’ho sbloccato. Ho dato una spintarella. Appena m’ha stretto la mano, s’è messo a scrivere come un ossesso».
«Sa che questo non va a suo vantaggio?».
«In che senso?».
«Nel senso che se sto Cassatella finisce la sua storia, il contratto è perfetto, quindi lei non può ricevere il rimborso».
«Occacchio! Quindi?».
«Quindi da quel che risulta dai nostri terminali la storia non è ancora terminata, ma potrebbe esserlo da un momento all’altro. Deve spicciarsi prima che Cassatella scriva la parola “fine”».
«Allora sono in tempo, mi dia quanto mi spetta».
«Un attimo che le stampo la ricevuta, lei me la firma, ed è tutto a posto».
«La ringrazio».
«Ecco a lei, metta una firma qua e una qua».
Ora il lettore comprenderà che gli eventi non possono più andare avanti, costretto dalle vicissitudini mi vedo obbligato a interrompere bruscamente la mia narrazione. Forse non sarà educato, e per questo mi scuso. Ma arriva sempre il momento in cui l’autore deve scrivere quella parolina.
Fine.

Terra & Fuoco

Posted in LaLittératureDuMarronoir on 14/10/2012 by gfcassatella

Terra

Oscar Marzorati, detto “stecco”, per tutta la notte non aveva chiuso occhio. La branda sudicia sembrava ardergli sotto il culo e così, quando il primo pallido sole filtrò tra le assi della tapparella rotta della sua stanza, decise di alzarsi.

La vita di Oscar Marzorati, detto “stecco”, non è che fosse complicata più di tanto, anzi, problemi ne aveva pochi, due per la precisione: procurasi la droga e procurarsi i soldi per procurasi la droga. Che poi, alla fine della giostra, erano un problema solo.

Inutile starvi a raccontare come il combustibile che alimentava il fuoco sotto la branda fosse rappresentato da quei due problemi, che poi, alla fine della giostra, erano uno solo.

Se qualcuno durante la notte avesse attaccato una dinamo e una lampadina a Oscar Marzorati, detto “stecco”, avrebbe potuto ricavarne della luce, visto che quell’anima pia s’era voltata e rivoltata nel letto in continuazione.

Be’, un po’ s’era calmato quando gli era venuta l’idea. Solo che poi gli era sopraggiunta una strizza nuova, e neanche tanto meno preoccupante di quella originaria. Il problema dei soldi poteva anche essere risolto se tutto andava bene, ma se qualcosa fosse andato storto, a un guaio solo se ne sarebbe aggiunto un altro. E due guai, per uno che nella vita aveva solo due problemi, che poi, alla fine della giostra, erano un problema solo, non erano mica pochi. Eh, no.

Il piano era semplice, perché semplice era la sua mente. Doveva andare al Campo dei Vetri, trovare una delle bustine sotterrate da Alano (in realtà si chiamava Sansone, ma sin da piccolo, il poveretto aveva subito l’onta di quel soprannome fumettistico) e poi rivenderle. Avrebbe avuto la grana per pagare Gratta-gratta (nessun riferimento ai fumetti, più che altro un problema giovanile di piattole. Rischi che si corrono perdendo la verginità con prostitute a basso costo). Facile a dirsi, meno a farsi (e dire che lui era un campione del “farsi”). Se Alano l’avesse beccato… meglio non pensarci.

Si mise quel maglione che nonna Carla, buonanima, gli aveva regalato secoli prima e che tanto bene gli stava, ovviamente secoli prima. Per la precisione quando Oscar Marzorati, detto “stecco”, non era ancora “stecco”. Quella mattina il suo corpo scheletrico ballava nel maglione, come un cazzo moscio in un preservativo. E gli uomini sanno bene quanto questa immagine non sia piacevole.

Col suo bel maglioncino addosso, Oscar Marzorati, detto “stecco”, si recò verso il Campo dei Vetri. A questo punto della storia c’è bisogno di una pausa per chiarire cosa sia il Campo dei Vetri. La mia spiegazione potrà apparire sarcastica e ricca di critica politica, ma vi assicuro che così non è. Sto solo raccontando dei fatti, e se qualche sentimento traspare dalla mie parole, è frutto della mia sbadataggine. Non mi permetterei mai d’influenzare il lettore.

Il Campo dei Vetri un tempo non era il Campo dei Vetri. Era solo un campo, di quelli che ce ne sono tanti in periferia. Circa una cinquantina d’anni prima il signor Mazzoleni Mario, operaio, che un tumore al colon ha portato via, diede inizio a una strana semina. Le Officine Meccaniche Menighetti si trovavano dall’altro lato del campo (che un giorno sarebbe diventato dei Vetri ma che all’epoca era ancora campo) rispetto all’abitazione del signor Mazzoleni Mario, operaio, che un tumore al colon ha portato via. Ogni mattina, quel solerte lavoratore, per arrivare a lavoro, ovviamente presso le Officine Meccaniche Menighetti, doveva superare quel terreno incolto. Chi di voi ha frequentato le periferie, con annessi campi incolti, sa bene come questi attraggano la cacca di cane. Questo nulla sarebbe se anche le suole di scarpa non attirassero la suddetta sostanza. Deve essere una questione di chimica, oltre che di destino. Il povero signor Mazzoleni Mario, operaio, che un tumore al colon ha portato via, un giorno sì e l’altro pure si ritrovava con la suole delle proprie calzature sporche. Quella era la parte meno brutta della cosa, il vero dramma era il ritorno a casa con conseguente sgridata da parte della di lui consorte (donna all’antica, che mai e poi mai avrebbe permesso al di lei consorte di pulire da sé la scarpa).

Così, un giorno, il signor Mazzoleni Mario, operaio, che un tumore al colon ha portato via, ha iniziato a tritare cocci di vetro e seminarli nel campo. Voi direte: «ma come si può riempire un campo tutto tutto di vetri?». Semina oggi… semina domani, e vedi se in trent’anni di carriera presso le Officine Meccaniche Menighetti, il campo non si riempie. Poi c’erano anche i week end dedicati alla semina. Be’, se non siete dei tonti (e io so che non lo siete se state leggendo questa storia), avrete già capito che gli infidi vetri erano stati seminati sul terreno per tagliuzzare le zampette degli abituali defecatori. Ma quello era il minore dei danni prodotti: non bisogna dimenticare quelli inflitti all’orifizio meno nobile, all’intestino e al colon dei più sventurati cagnolini che trovavano del cibo nel campo. Non so se avete mai avuto un cane. Io l’ho avuto e posso dirvi che quelle creature di Dio stupide non sono e proprio per questo i quadrupedi che bazzicavano da quelle parti decisero che la città è grande e che un altro posto buono per svuotarsi lo si trova sempre. Quindi stettero alla larga da quel campo. Il tutto per la gioia del signor Mazzoleni Mario, operaio, che un tumore al colon ha portato via (al lettore più attento non sarà sfuggito il contrappasso: chi il colon ferisce, di colon perisce). Ma questa è solo la prima parte della genesi del Campo. Le periferie sono terre di confine (altrimenti si chiamerebbero in altro modo) e quando dei giovani virgulti videro fiorire su quel campo cocci di vetro, ben pensarono di passare notti intere a rompere bottiglie in quel terreno. Ma non solo, la notizia arrivò alle ben più gentili orecchie dei ragazzini del centro città che, pur avendo maniere assai più educate dei coetanei di periferia, non seppero resistere alla tentazione di seminare vetro anche loro. E come già detto, semina oggi… semina domani…

Il Campo dei Vetri era diventato così meta di eco-turismo: persone dalle città limitrofe venivano con buste cariche di vetri a dare il proprio contributo.

Negli anni si erano avvicendate giunte comunali e nessuna di queste aveva risolto l’annoso problema. Una volta, per esempio, un candidato sindaco, del quale non farò il nome per motivi di convenienza politica, tentò di farsi riprendere all’esterno del Campo. Lui era carico, aveva un discorso che era una bomba, avrebbe garantito al pubblico che con lui seduto sulla prima poltrona della città il problema sarebbe stato risolto. Già contava mentalmente i voti (se fossi stato un cane randagio l’avrei votato) quando il cameraman gli fece notare che non era possibile fare le riprese: il riflesso del sole sui vetri offuscava l’immagine. E così la politica dimenticò il Campo dei Vetri.

Ora, se non siete un cameraman o un candidato sindaco, non potete non rimanere affascinati dallo spettacolo offerto da quel terreno frammentato di vetri. Il sole vi ci si riflette, quasi a volersi specchiare. D’altra parte sembra che la nuda terra voglia sfidare quella stella così vicina al nostro pianeta. Pare dire: «Son terra, ma brillo come te e non causo tumori alla pelle, a differenza tua».

Se Oscar Marzorati, detto “stecco”, fosse stato ancora minimante interessato alla bellezza, si sarebbe fermato qualche secondo d’innanzi a quello spettacolo. Ma lui aveva altro a cui pensare. L’ultima volta che era stato da quelle parti aveva comprato la droga da Alano. Il pusher,dopo aver intascato il denaro, si era recato nel campo, non senza aver indossato un bel paio di guanti pesanti, e aveva iniziato ad alzare sassi a casaccio. Alza qua, alza là, dopo una decina di minuti se n’era tornato con una bustina contente una dose. Capire quale fosse stato il masso sotto il quale la roba era conservata sarebbe stato impossibile. Alano aveva un soprannome da cane, ma di cervello ne aveva eccome (se cresci per la strada e sei a contatto con i tossici qualcosa devi pure escogitare).

Il piano di Oscar Marzorati, detto “stecco”, era quello di rovistare, anche tutta la giornata, nel campo, scovare la roba, venderla (magari trattenendo qualcosa per sé, nel caso il raccolto fosse andato bene) e con il ricavato pagare Gratta-gratta.

Entrò in quella distesa di terra luccicante, incurante del rumore del vetro che si frantumava sotto la suola delle proprie scarpe e di tutto quello che avveniva intorno a lui.

Fuoco

Michele Curcio, detto “Mercalli”, aveva dormito come un ghiro con una flebo di Valium attaccata alla coda pelosa. Di alzarsi dal letto non ne aveva la minima intenzione. Vi era attaccato, e non solo perché le gocce di sperma del suo trastullo pre-sonno si erano seccate appiccicando pigiama e lenzuolo fra loro. Era proprio che non aveva voglia di andare a scuola. Passare cinque ore tra i banchi a far finta d’ascoltare i professori, non era cosa quella mattina. E poi c’era sempre la mezz’oretta prima e quella dopo la lezione (senza scordare l’intervallo, quindici minuti circa) in cui tutti gli altri scolari passavano da lui a prenderlo per il culo. Non era mica colpa sua se soffriva di tic. A loro poco importava e lo sfottevano.

Le voci provenienti dalla Tv ruppero il silenzio nella stanza. La mamma era sveglia e di lì a poco avrebbe fatto capolino nella sua camera. Tanto valeva farsi trovare già sveglio. E poi doveva pulire il lenzuolo.

Indossò il maglione che nonna Carla, che prima o poi deve schiattare la vecchia rincoglionita, gli aveva regalato il Natale precedente. Lo indossò, nonostante gli andasse stretto. Per sua nonna aveva ancora dieci anni e non quindici. Ma prima o poi sarebbe morta anche lei e forse qualche cosa l’avrebbe eredita anche lui. Lo meritava, indossava quel maglione solo per farla contenta (in realtà lo faceva per non sorbirsi le prediche di mamma, ma questo meglio che la nonnina non lo sapesse), eccheccazzo!

Si vestì, ripulì il lenzuolo e andò in cucina. Detto così sembrano semplici operazioni. Probabilmente lo sono per molti di voi. Ma se ti chiamano “Mercalli” è perché qualche problemino motorio ce l’hai. Michele Curcio, detto “Mercalli”, non aveva un semplice tic all’occhio o al labbro o ancora meglio sotto le palle (meglio perché nessuno se ne accorge, non per altro). No, lui aveva mille tic e quando si muoveva sembrava un ballerino di break dance fatto di crack che danza durante una scossa di terremoto. Per farvi capire il suo dramma vi faccio un esempio: in classe lui aveva un banco singolo appoggiato al muro poiché i suoi movimenti convulsi lo spingevano in avanti. Avevano provato a metterlo in fondo, ma a fine giornata si ritrovava a ridosso della cattedra. Tanto valeva, pensò Nicola, bidello che se si fa i cazzi suoi forse è meglio, appoggiare il banco al muro, non dopo aver messo un po’ di spugna sul bordo così la parete non si rovina. Quel poverello di un Michele Curcio, detto “Mercalli”, si trovava sul fianco di spalle alla cattedra e quindi passava cinque ore con il collo girato. Magari a voi che leggete forse piaceva andare a scuola, ma credo che comunque comprendiate come mai Michele Curcio, detto “Mercalli”, poco gradiva alzarsi ogni mattina per sottoporsi a quella tortura.

Quel giorno niente scuola, aveva deciso. Sarebbe andato al Campo dei Vetri, era tanto che non ci andava. A lui piaceva guardare i piccoli frammenti che riflettevano la luce. Aveva anche pensato di andarci a vivere in quel campo. Nei suoi sogni si vedeva al centro del terreno, tutto pieno di tic (neanche nelle sue fantasie riusciva a liberarsi di quei movimenti convulsi). A un certo punto dal sole partivano tanti raggi che, rifrangendosi sui vetri, accendevano tanti piccoli fuochi. E poi i piccoli fuochi diventavano grandi fuochi. E lui là, al centro, a sciogliersi pian piano. A diventare un tutt’uno con il fuoco. E vaffanculo mondo. Se non posso bruciare te, brucio me.

A Michele Curcio, detto “Mercalli”, il fuoco piaceva. Portava sempre con sé un accendino. Ci metteva un po’ a fare il movimento giusto per accendere la fiamma, ma quando ci riusciva…

Quella mattina sarebbe andato al Campo, ma prima si sarebbe fermato a comprare un po’ di alcool. La busta nera per la spazzatura l’avrebbe presa da casa. E poi, se fosse stato fortunato, avrebbe trovato un bel gattino per strada, l’avrebbe messo nella busta, gli avrebbe dato fuoco.

Lo aveva fatto già in passato e la cosa lo affascinava sempre. Vedere il gatto impazzito, con le fiamme su per il culo, correre per il campo lo faceva star meglio. E poi c’era l’effetto che lui chiamava scia: i vetri disseminati su terreno riflettevano il fuoco in movimento, illuminandosi uno alla volta, per poi spegnersi appena il felino s’allontanava.

Be’, se per un attimo scordiamo che il fuoco corre grazie al gatto che ci sta sotto, non possiamo non ammettere che l’effetto abbia un suo fascino.

Quando Michele Curcio, detto “Mercalli”, arrivò al Campo dei Vetri, il suo morale era sotto i tacchi. Non aveva trovato un gatto, neanche uno. Aveva provato anche vicino al pino grande, dove Rosa la “gattara” ogni giorno lasciava dei papponi maleodoranti, ma nulla.

Prima dell’una e trenta a casa non poteva tornare, tanto valeva sedersi e aspettare. Magari qualche gatto da lì ci passava pure (anche se non ne aveva mai visto uno da quelle parti. Colpa dei vetri, ovvio). Vide una grossa pietra in tufo dalla forma squadrata. Si lasciò andare, ma il suo culo non centrò il masso. Essere coordinati quando si è pieni di tic non è cosa semplice. Ci riprovò e le cose non andarono meglio. Si arrese e decise di rimanere per terra, appoggiò la schiena al masso, ma i movimenti convulsi gli causavano un fastidioso sfregamento. Prese lo zaino e lo frappose tra lui e la pietra, non prima di aver estratto dalla sacca la busta nera e la bottiglia di alcool. Con lo schienale le cose andarono meglio. Chiuse gli occhi. Il sonno sopraggiunse subito.

Terra & Fuoco

La fortuna è una bestia, con il buco del culo rosso, che ci corre sempre innanzi. Per quanto cerchiamo di raggiungerla, la bestia s’allontana.

A questo punto della storia sarà chiaro che Oscar Marzorati, detto “stecco”, e Michele Curcio, detto “Mercalli”, nelle loro vite in comune non solo avevano avuto una nonna con lo stesso nome, ma anche l’esser riusciti al massimo a vedere da vicino quel puntino rosso (magari sentendone pure il puzzo) senza oltrepassarlo.

Ora voi starete pensando che essendo tutti e due arrivati al Campo dei Vetri, inevitabilmente debbano incontrarsi. E infatti così è stato.

Quando Michele Curcio, detto “Mercalli”, si svegliò, vide un culo rinsecchito spuntare nel terreno. Ovviamente era il deretano di Oscar Marzorati, detto “stecco”, ma questo Michele Curcio, detto “Mercalli”, non poteva saperlo.

Il corpo a cui quel culo era attaccato si muoveva convulsamente nel terreno. Si spostava da un punto all’altro senza apparente logica. Ogni volta che un sasso volava via, quel corpo subito dopo si muoveva.

Oscar Marzorati, detto “stecco”, inconsapevole dello sguardo di Michele Curcio, detto “Mercalli”, alzava ogni sasso che gli capitasse a tiro e iniziava a scavare con le nude mani, in modo febbrile. I palmi ormai erano d’un colore strano, a metà tra il marrone e il rosso. E brillavano. Ma Oscar Marzorati, detto “stecco”, non solo non percepiva lo sguardo curioso di Michele Curcio, detto “Mercalli”, ma non sentiva neanche il dolore, tanto era la sua frenesia. Era lì da più di due ore e non aveva trovato ancora nessuna bustina. E prima o poi Alano sarebbe venuto a prendere qualche dose da vendere. Certo poteva anche andar via e non correre rischi. Mai poi come avrebbe pagato Gratta-gratta?

Questi erano i pensieri che scorrevano veloci sulle autostrade formate dai neuroni di Oscar Marzorati, detto “stecco”. Ben altre riflessioni impegnavano Michele Curcio, detto “Mercalli”. Prendete un ragazzo con dei problemi (uno che brucia vivi dei gatti tanto normale non è), mettetegli in mano una busta nera per la spazzatura e un bottiglia d’alcool. Supponete che abbia anche un accendino in tasca (e noi sappiamo che ce l’ha) e che provi tanta delusione poiché i propri programmi da “re della griglia” sono andati in fumo. Allora, capirete pure che per Michele Curcio, detto “Mercalli”, quel culo era più che un degno sostituto del gatto.

Se mi avete seguito con attenzione sin qui, avrete inteso che Michele Curcio, detto “Mercalli”, bontà sua, non era la persona più agile e disinvolta di questo mondo. Quindi se riuscì a portarsi alle spalle di Oscar Marzorati, detto “stecco”, senza che questi se ne accorgesse, fu più che altro per colpa del drogato.

Michele Curcio, detto “Mercalli”, raccolse un sasso (non senza sentire piccole schegge di vetro entrare nella propria mano) e lo scagliò con tutta la forza che aveva a disposizione sul capo dell’uomo chinato innanzi a lui.

Il colpo non andò a segno, per gli ormai famosi problemi del ragazzo.

Oscar Marzorati, detto “stecco”, rotolò su se stesso. Schegge di vetro penetrarono attraverso il maglione di nonna Carla, buonanima, e si conficcarono nella pelle. Non ebbe migliore fortuna il volto. Le mani erano già rovinate da un pezzo.

Quando vide il ragazzo che gli stava di fronte, la prima domanda che si pose non fu come mai quello sconosciuto avesse cercato di colpirlo, ma invece si chiese perché il tizio stesse ballando innanzi a lui. Ci mise qualche secondo per intendere che quei movimenti non erano una danza, ma una serie di tic convulsi. Dei tic. Un catalogo di tic. Un’enciclopedia di tic.

Raccolse il primo sasso che scovò e si ritrovò a contemplare una bustina bianca. Non ebbe il tempo di riflettere su questa cosa, che il ragazzo si buttò su di lui. I due iniziarono a rotolare uno attaccato all’altro.

Oscar Marzorati, detto “stecco”, cercava di colpire Michele Curcio, detto “Mercalli”, ma il tic permetteva al ragazzo di schivare ogni colpo indirizzato al volto.

Viceversa il ragazzo, per un puro gioco delle probabilità, riuscì finalmente a colpire con un grosso masso il suo antagonista al capo.

Tossico, stremato dalle lunghe ore passate a scavare senza costrutto (e pensare che la maledetta bustina era sotto l’ultimo sasso), Oscar Marzorati, detto “stecco”, svenne.

Michele Curcio, detto “Mercalli”, tentò di colpire nuovamente al capo il drogato, ma soltanto un terzo scarso dei suoi colpi andò a segno. Furono comunque sufficienti a spedire tra gli angeli benedetti del Signore Oscar Marzorati, detto “stecco”.

Inebriato dal successo raccolse la bottiglia con l’alcool e iniziò a versarne il contenuto sulla sua vittima. L’alcool formava dei rigagnoli sul terreno (pieno di vetri) che insozzava il corpo di Oscar Marzorati, detto “stecco”. Più che un uomo, sembrava una di quelle opere di sabbia che qualche volta si vedono in Tv. Solo che questa volta la scultura era di terreno e luccicava.

Prese l’accendino dalla tasca, accese un fazzoletto di carta che aveva con sé e lo buttò sul corpo che prese immediatamente fuoco.

E la magia iniziò. I piccoli frammenti di vetro che erano sparsi sul terreno presero vita e iniziarono a luccicare. Michele Curcio, detto “Mercalli”, non sapeva dove guardare. Il suo sguardo passava dal corpo, al terreno. Il suo collo si muoveva come quello di un arbitro d’una partita a tennis. Destra-sinistra. Corpo-terreno.

I suoi occhi si riempirono di fumo e lacrimarono. L’odore della carne era nauseante. Ma quello era senza dubbio il momento più bello della sua vita. Anche perché fu l’ultimo.

Ho avuto già modo di dire come Alano non fosse uno stupido. Quindi ci mise poco a capire che quello strano ragazzo che stava ballando in modo convulso aveva dato fuoco all’altro. Sempre perché non era uno stupido, aveva ben chiaro il motivo: la sua droga. Non era forse una delle sue bustine quella che si vedeva a qualche metro di distanza dal corpo? Non era uno dei suoi clienti, ma forse lui e il suo socio bruciacchiato l’avevano visto nascondere la droga lì al Campo dei Vetri e poi l’avevano cercata. Una volta trovata si erano azzuffati e il ragazzo (ma perché indossava quel maglione stretto?) aveva pensato bene di dar fuoco al suo ex socio. Certo che doveva esser un duro (o un pazzo) perché non solo era rimasto là a guardare lo spettacolo, ma stava anche ballando.

Il coltello di Alano non provò nessuno scrupolo quando penetrò nella schiena di Michele Curcio, detto “Mercalli”. Nonostante il duro colpo inflitto, il ragazzo continuò la sua strana danza. La cosa fece innervosire Alano, che non era uno stupido e neanche un tipo paziente. Si accanì con violenza sul corpo del ballerino (oramai per lui era ballerino) finché questi non smise di danzare.

Il calore emanato dal fuoco era insopportabile, così come il fetore di carne bruciata. L’adrenalina girava a mille nel suo corpo. Vomitò.

Vomitò sul maglione che nonna Carla, che prima o poi deve schiattare la vecchia rincoglionita, aveva regalato al suo nipotino.

Quando smise di rigettare la colazione, Alano si pulì la bocca con il polsino e si piegò a raccogliere la bustina contente la droga. Al contatto con la mano, la plastica incandescente diventò un tutt’uno con la pelle. Alano lanciò un urlo degno del proprio soprannome e si allontanò dalla scena del delitto.

Una colonna di fumo s’alzava dal campo e pareva quasi una grande freccia grigia che indicava il punto in cui lo scempio era stato compiuto. Il fuoco, spinto dal vento, divorò tutto ciò che c’era sul campo: erba secca, cartacce, bottiglie e buste di plastica. La sua era una marcia lenta ma implacabile, che nulla poteva fermare. Il fuoco è uno scarlatto e rude predatore con gambe agili e bocca grossa. La terra è una bruna e grassa matrona con il cuore generoso. Così diversi tra loro non poterono non amarsi, perché l’amore è dare e prendere. Qualcuno dà di più, qualcuno prende meno. Ma è sempre e soltanto dare e avere e, soprattutto, non presentare mai il conto. Perché, ahimè, il conto arriva sempre alla fine e, quando te lo ritrovi tra le mani, ti rendi conto che altro non è che una lista di pietanze insipide o, al più, inacidite con accanto un prezzo.

Ma per terra e fuoco non era ancora il tempo di guardarsi indietro. Era il principio. E all’inizio tutto è passione e tutto arde, senza bisogno d’inganni e\o compromessi. Così chi arrivò al campo, prima che l’incendio si fosse spento, parlò d’uno spettacolo stupendo. Terra e fuoco uniti insieme a creare uno strano effetto: un cielo marrone pieno di vitree stelle luccicanti.

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Agnello del caso

Posted in LaLittératureDuMarronoir on 07/03/2012 by gfcassatella

1

Guardò la lingua che puliva l’ultima traccia di sperma presente sulle labbra.
– Quanto ti devo?
– Te l’ho già detto prima, no?
– Ma è durato meno di una scoreggia di una pulce!
– Non è colpa mia se hai un uccello più veloce di uno struzzo che si tira di coca, bello!
– Fanculo, ti ho portato a casa mia. Questo mi varrà uno sconticino!
– Se ti lamenti ancora ti metto in conto il costo del vaccino che dovrò farmi appena esco da qua!
– Dove cazzo sono andate a finire le buone maniere con i clienti?
– Le buone maniere le ho perse con la verginità, e a quel tempo il tuo uccellino non produceva neanche la schiumetta.
In effetti, poteva esser vero, a occhio e croce la puttana aveva almeno una ventina d’anni più di lui.
Raccolse i pantaloni, sfilò dalle tasche i soldi e li porse alla donna. Lei li contò e li mise in una borsetta di vernice rossa.
– Non mi vedrai mai più, bella.
– Sai che danno – disse lei e andò via sbattendo la porta.

2

Amava cagare quasi quanto amava leggere la Bibbia. Per questo quando era sul cesso e leggeva le Sacre Scritture si sentiva a suo agio, come la cannuccia di un clistere in un deretano.
Leggere la Bibbia era un atto necessario, soprattutto dopo aver trombato con una puttana. Scoparsi una bagascia non era peccato. Gesù stesso se la spassava con la Maddalena, ma la loro era una coppia fissa, mentre lui saltava di troia in troia. E questo era peccato.
Dopo essersi mondato lo spirito con la lettura, passò a lavarsi il culo.
Raccattò gli slip, contò le macchie e le giudicò insufficienti per etichettare come sporche le mutande.
Aprì il cassetto e tirò fuori la Bibbia. Ne aveva una in ogni stanza e finché aveva avuto un’auto ne conservava sempre una nel portaoggetti. Cazzo, quale libro meglio della Bibbia può indicarti la via?
Sfogliò e arrivò al punto in cui aveva lasciato il segnalibro, che immediatamente accese e si portò alla bocca. Adorava fumarsi uno spinello mentre leggeva la Parola del Signore. Certo preferiva cacare e leggere. Si era ripromesso anche di cacare, leggere e fumarsi uno spinello contemporaneamente. Ma quando ti viene da fare quella grossa, non stai mica lì a pensare che devi prenderti una canna.
Proprio mentre leggeva di Dalila e Sansone sentì il citofono trillare.
Si trascinò controvoglia alla cornetta.
– Chi è?
– Siamo della società del gas, dobbiamo controllare il contatore.
Spinse il bottone e corse a nascondere le prove di quello che stava facendo sino a qualche momento prima.
Sentì il campanello suonare e spalancò la porta.
– Oh, merda! – fu l’unica cosa che riuscì a dire prima che il mondo sparisse alla sua vista.

3

Fu quello basso a parlare per primo. Quello con i baffi neri e cespugliosi. – Sai perché sei qui?
Si guardo intorno. La stanza era bianca, piccola e con un tavolo al centro. C’erano anche due sedie, una per lui e l’altra per quello pelato con la benda all’occhio.
– Avete ritrovato la mia macchina?
– Esatto – fu quello con la benda a rispondere.
– Beh, non c’era bisogno di venire a casa a prendermi. Bastava una telefonata e venivo io a riprendermela qui in commissariato.
Quello con i baffi si voltò. Aveva il culo più largo delle spalle. Sembrava una piramide con braccia, gambe e una merda di capra per testa.
– Abbiamo trovato questo nell’auto – con un gioco da prestidigitatore fece comparire dal nulla un libro. Riconobbe subito la sua copia della Bibbia.
– Non è roba mia, lo giuro. Deve averla dimenticata il ladro.
– E ha dimenticato anche queste? – fu il bendato a far comparire dal nulla le copie delle Sacre Scritture che conservava in bagno e nel comodino.
– Da quando è illegale possedere un libro? – disse a voce alta cercando di ostentare sicurezza.
– Dal 2117 – disse Benda.
– Dal 5 maggio 2117 – precisò Culone.
– Un attimo, sono bandite le opere di fantasia…
– E i testi sacri lo sono – disse Benda
– Ma non lo sapevo mica! Se prendo quel bastardo che mi ha venduto questi libri spacciandomeli per manuali per la preparazione dell’oppio…
Benda si sfilò il quadratino nero e rimase a fissarlo con la cavità scura. – Pezzo di merda, lo vedi questo buco?
– Lo vedo sì il buco, con creanza parlando.
– Bene, me lo sono fatto da me.
– Bel lavoro, complimenti! Non è rimasto nulla! Come si suol dire, chi fa da sé…
La mano di Baffone planò sulle sue labbra con l’avidità di una mosca su una carogna.
– Sai perché l’ho fatto?
– Per rendere meno simmetrico il viso? Bastava cambiare taglio di capel…
Altro colpo di Baffone.
– L’ho fatto perché una volta quest’occhio s’è posato su un libro. Eravamo nel pieno di un’azione di sgombero di un centro raccolta testi fantastici, quando il mio sguardo si è posato su un volume. La copertina blu era lucida e il mio occhio l’aveva fissata. Ero lì immobile, se non fosse stato per lui, magari l’avrei anche sfogliato!
Baffone prese la parola – Dovetti colpirlo con queste mani per farlo tornare in sé e portarlo via.
– Non ti ci vedo a colpire la gente, fratello – aspettò l’ennesimo schiaffo ma questa volta non arrivò.
Il Prigioniero Di Zenda, questo era il titolo. Lo accesi e me lo portati all’occhio…
– Io l’aiutai – aggiunse baffone.
– Come? Scoreggiandogli in faccia per ravvivare la fiamma?
Il dolore questa volta fu avvertito dalle palle. Evidentemente Benda portava scarpe con punta d’acciaio.
– Sentite, io ho letto il titolo del libro, ma non sapevo di che cosa parlasse. Figuriamoci, il tipo che me li ha venduti me ne ha dati tre, che me ne facevo di tre opere di fantasia identiche?
– Mentre di tre manuali sulla lavorazione dell’oppio?
– Beh, uno l’avrei tenuto per me, due li avrei regalati ai miei due nipotini. Hanno appena iniziato a crescere le loro due prime pianticelle…
– Non cercare di commuoverci parlandoci di bambini e oppio – disse Benda.
– Non riuscirai a far leva sui nostri sentimenti – confermò Baffo.
– In ogni modo lasciai la mia copia in macchina e portai i due volumi a casa. Avevo intenzione di comprare della carta regalo…

4

L’uomo che gli stava di fronte lo guardava passandosi una sigaretta spenta da un orecchio all’altro.
– Se usi la bocca invece delle orecchie, mi sa che la fumi più facilmente.
– Ci penserò. Perché sei qui?
– Mi hanno beccato con dei libri.
– Opere di fantasia?
– Bibbia.
– Che roba è?
– Parla di un essere chiamato Dio, che prima si diverte a creare l’uomo, poi, per far divertire anche lui, crea la donna. Va tutto bene, i due hanno da mangiare in abbondanza e quando non dormono scopano e Dio probabilmente guarda. Dio disse loro “Potete fare tutto quello che volete, ma se mangiate una mela, beh sono cazzi per voi”.
– Perché proprio una mela?
– Credo che avrebbe potuto scegliere anche una banana, la cosa non avrebbe fatto differenza. Il fatto è che Dio voleva far capire che loro potevano credersi liberi, ma alla fine era lui che comandava.
– Ci sta.
– Ci sta, sì. Per farla breve la donna convince l’uomo a mangiare la mela su consiglio di un serpente.
– Mai fidarsi di una donna.
– Dio s’incazza e caccia via i due da quel posto e contento dice: “Mo so cazzi vostri”.
– Per una mela?
– La mela è un simbolo… Resta il fatto che l’uomo da quel giorno è stato costretto a lavorare per mangiare, lei ha messo su la cellulite, ha iniziato a lamentarsi di ogni cosa e aveva sempre il mal di testa quando c’era da scopare. E come se non bastasse è rimasta pure incinta!
– L’avrà fatto apposta. Lo fanno tutte per farsi mantenere. Lui lavora e lei sta in casa a guardare la Tv.
– Beh, come se non bastasse nascono due figli…
In quel momento le sbarre si aprirono.
– Che succede?
– È arrivato il momento di lavarti, piccolo.

5

Cercò di lavarsi senza guardare a mezza altezza. Non voleva passare per frocio il primo giorno di carcere, era importante fare buona impressione.
Sentì prima un rumore e poi una voce. – Raccogli il sapone.
Gli sembrò di essere capitato in un luogo comune. Qualcosa del tipo i negri hanno tutti il cazzo grosso o le donne incinte sono più arrapate. Solo che a lui era capitato lo stereotipo più pericoloso.
– Non posso, soffro di mal di schiena.
Lo scimmione che lo fissava doveva pesare almeno centottanta chili e, considerando tutto quel pelo bagnato che aveva addosso in quel momento, i duecento non dovevano essere lontani.
– Raccogli il sapone o il mal di schiena sarà l’ultimo dei tuoi problemi.
Si calò cercando di non dare le spalle a King Kong e il prezzo da pagare fu un incontro ravvicinato con il cazzo in tiro del tipo, ma almeno il suo portamerda era rimasto integro.
– Grazie – disse King Kong quando prese dalla sua mano la saponetta.
In quel momento capì che non tutti i luoghi comuni erano veri e tirò un sospiro di sollievo.
– Visto che sei stato così bravo a raccogliere la saponetta – ora una piccola folla si era riunita intorno ai due – prova a raccogliere il sapone liquido, con le manine
King Kong svuotò un intero flacone sul piatto della doccia.
La folla gli si strinse intorno e non ebbe scelta. Rimpianse solo che un po’ di sapone non fosse finito sul suo terzocchio posteriore.

6

Contava le macchie di sangue di mosca sul soffitto per non pensare a quello che gli era capitato nelle docce.
– Fa male? – era la voce del suo compagno di cella che arrivava da una dimensione lontana nello spazio e nel tempo.
– Non quanto quello che farò io a loro. Altro che porgere l’altra guancia! Vedranno di che…
– Cos’è ‘sta storia?
– Non venirmi a dire che non devo vendicarmi!
– Fai quello che cazzo vuoi. Intendo, cos’è ‘sta storia dell’altra guancia.
– È una cosa che è scritta nella Bibbia.
– Il libro dell’altra volta?
– Sì. C’è sto tizio di nome Gesù che dopo aver vissuto trent’anni con la mamma, non ce l’ha fa più e va fuori di brocca, così inizia a girare per raccontare delle storie.
– Ma è il figlio dei due tizi della mela?
– No, questo è nato molto tempo dopo.
– Ah.
– Beh, Gesù diceva che se uno ti dà uno schiaffo tu devi porgere l’altra guancia.
– Beh, a te andata bene.
– Perché?
– Non hai un altro buco.
– Ma vaffanculo!
– Dai dimmi un’altra storia di Gesù che poi mi metto a dormire.
– Vediamo un po’. Ah, ecco! Una volta Gesù andò con la mamma a un matrimonio. Sai come sono queste feste, bevi tu che bevo io… il vino finì.
– Merda! Passarono alla birra?
– Mai mischiare vino e birra, scemo. Gesù si fece portare dell’acqua e la trasformò in vino. E giù tutti a bere di nuovo…

7

La luce al neon illuminava in modo algido lo stanzone affollato di gente intenta a mangiare o a far la fila dinnanzi al bancone dei cuochi.
– ‘Sta roba è sempre poca – disse un detenuto.
Tutti quanti acconsentirono chi con un sì, chi con un cenno del capo, chi con una bestemmia.
– Ci vorrebbe quel Gesù a fare la moltiplicazione del cibo – disse un altro.
– Questa non la so – disse il detenuto che qualche momento prima si lamentava della scarsità del cibo.
Il suo compagno di cella mormorò: – Dai raccontagliela.
Sempre più gente veniva da lui in cerca di storie. Le voci riguardanti le sue capacità di raccontarle s’erano diffuse nel penitenziario più velocemente di quanto si espanda un’epidemia di morbillo in una colonia estiva per bambini. Il più delle volte era ben lieto di farlo poiché difficilmente i detenuti venivano a mani vuote. Perlopiù i doni erano stecche di sigarette, cioccolata o vivande di altro genere. Poi c’erano volte come questa in cui doveva raccontarle gratis, e questo non era bene.
Non erano mancati neanche momenti di terrore puro, come quando si era ritrovato faccia a faccia con King Kong che pretendeva una storia. Lui gliel’avrebbe raccontata anche gratis, ma questi non si era presentato a mani vuote: aveva come dono un flacone di sapone liquido. Un bene che allo scimmione non mancava mai.
E lui pian piano era prima diventato il tizio che raccontava le storie di Gesù, poi il tizio di Gesù e infine semplicemente Gesù.
Si schiarì la voce e inizio: – I fatti sono più o meno questi: Gesù era via di casa. Arrivò su una spiaggia dove c’era tanta gente affamata.
– Come qui! – esclamò un tipo.
– Stai zitto, stronzo, e fallo parlare.
– Questi tipi sulla spiaggia aspettavano che i pescatori tornassero con il pesce. Ma il mare era più vuoto del cervello di un secondino.
Risate ovunque.
– Allora Gesù disse: “Portatemi quelle ceste con il pane e il pesce, anche se è poco per sfamare tutti”.
Nel grande salone regnava il silenzio. Tutti lo circondavano con attenzione mentre i secondini lasciavano stare, ormai erano abituati a quelle scene.
– Portarono le ceste così come Gesù aveva chiesto e lui fece un miracolo, moltiplicando il pane e il pesce che diventarono sufficienti per sfamare tutti.
Una voce dal fondo della sala chiese: – Ma trasformò l’acqua in vino anche ‘sta volta?
Lui rispose: – No, era giorno di lavoro e i pescatori dovevano tornare in barca. Era vietato guidare dopo aver bevuto.
– Giusto, che cazzo di domande fai? – disse un detenuto mentre colpiva l’uomo che aveva sollevato l’interrogativo.
La sirena suonò e tutti tornarono nelle proprie celle.

8

Sarebbe stata considerata una stanza immensa in qualsiasi immobile. Ma in un edificio in cui più del novanta percento degli alloggi erano grandi poco più di tre metri per tre, l’ufficio del direttore del carcere spiccava come una mosca su una montagna di panna.
Sulla parete situata dietro la scrivania campeggiava la foto di Martin Kneiz, l’Ideologo. L’uomo che per primo aveva sentenziato che la fantasia è contagiosa. La fantasia è l’agente primo del disordine. Bisognava spegnerla per mantenere l’ordine.
Deriso dagli intellettuali. Accolto con interesse dalle classi politiche.
Le sue idee in trecento anni, ormai, si erano ben consolidate. Dai paesi africani, i primi ad accogliere le sue teorie, sino agli Stati Uniti, ultimo baluardo a cedere. La classe politica, che aveva individuato nelle teorie kneiziane uno strumento per il mantenimento dell’ordine e dello status quo, aveva dovuto lottare non poco con gli imprenditori statunitensi che vedevano nell’assioma “fantasia uguale innovazione uguale nuovi profitti” la propria ragion d’essere. Ma alla fine anche loro avevano ceduto. A persuaderli furono i fatti. Così come aveva previsto Kneiz, l’ostracismo nei confronti della fantasia aveva portato a un aumento delle nascite, il che equivaleva a maggior numero di manodopera disponibile e a una crescita della domanda di beni. La gente avrebbe lavorato sodo per comprarsi tutto ciò che produceva.
La classe operaia sarebbe stata più che mansueta, perché la mancanza di immaginazione avrebbe progressivamente causato un calo delle ambizioni personali.
I ben informati sostenevano che in una conversazione personale l’Ideologo avesse affermato: “Se non posso immaginarmi migliore, non posso desiderare di diventarlo. E sopratutto non farò nulla per diventarlo”.
Gli agenti di diffusione della fantasia furono individuati abbastanza facilmente: televisione, cinema e libri.
Televisione e cinema furono definiti fattori secondari di diffusione. Chi osservava uno spettacolo veniva stimolato in modo minore. Tecnicamente interveniva la fantasia del regista a stemperare il processo di “fantasticazione” dello spettatore.
I libri furono dichiarati fattori di diffusione primari. Chi leggeva un libro elaborava la fantasia dello scrittore, adeguandola alle proprie esperienze e alle proprie attitudini, innestando un nuovo processo creativo.
Non furono banditi Tv, cinema e libri. Ma solo le opere fantastiche. I testi divulgativi e i documentari venivano prodotti. Però una statistica aveva dimostrato come l’eliminazione dei testi fantastici avesse portato a un calo di interesse anche nei confronti delle opere scientifiche.
Si leggeva sempre meno e si studiava sempre meno. Il mondo ormai era cristallizzato sui livelli tecnologici di duecento anni prima.
Kneiz non lottò contro le religioni. Aveva affermato: “La religione si sostiene su due pilastri: ambizione e speranza. Ambizione che di là la propria situazione possa migliorare. Speranza che di là la propria situazione possa migliorare. Togliete la fantasia al popolo e questo non crederà più in dio”.
E così era stato. L’editto con il quale furono proibiti i testi religiosi, una cinquantina d’anni dopo la morte di Kneiz, era stato un atto dovuto. L’ultimo colpo alle morenti chiese. L’ultima pala di terra sulla bara.
Il mondo era diventato un posto tranquillo. Non c’erano più rivoluzioni. Non c’erano più lotte di classe. Il numero dei detenuti nelle carceri era sceso ben al disotto dei livelli di delinquenza frizionale.
Era stato un successo.
L’uomo vestito in grigio, che in quel momento fissava il direttore, tutto questo lo sapeva, poiché lui lavorava per perpetuarlo.
– Nel suo carcere c’è un fattore di disturbo.
– Lo metteremo in cella di isolamento. Gli passerà la voglia di raccontare storie!
– Spero che non sottovaluti la cosa, noi del ministero siamo infastiditi.
– Anche io lo sono! In dieci anni di carriera non mi era mai capitato un raccontastorie. Ma stia certo che lo addrizzeremo!
– È un tipo pericoloso quel detenuto. È stato trovato con ben tre copie dello stesso libro! Fortunatamente siamo riusciti a risalire alla stamperia clandestina. Il problema non sussiste più.
– È scandaloso che tra il popolo ci sia ancora gente che abbia voglia di leggere!
– Dobbiamo garantire la cultura alla popolazione. Dobbiamo scoraggiare la fantasia, non la conoscenza. Non dimentichi mai questo.
– Sì. Sì. Certo – bofonchiò il direttore imbarazzato.
– In ogni caso, abbiamo aumentato la quantità di oppio in circolazione, questo dovrebbe aiutarci.
L’idea dell’oppio non era stata di Martin Kneiz, ma del suo delfino Anadi Ben Alif. Le droghe leggere avrebbero intontito il volgo, diminuendo ulteriormente le ambizioni personali.
E a chi sosteneva che l’uso delle droghe avrebbe innescato dei processi di “fantasticazione” lui rispondeva con la sua frase più celebre: “Date del concime a un terreno sterile e riceverete in cambio piantagioni di sterilità”. La sterilizzazione era stata fatta da Kneiz, a lui era toccata la concimazione.

9

La cella era buia. La cella non aveva correnti d’aria. La cella era il nulla.
Ormai si trovava in isolamento da quaranta giorni quando la porta si aprì. La luce che filtrava alle spalle del nuovo arrivato gli trafisse gli occhi.
Sentì la scodella che gli veniva passata. La prese. Mangiò.
– Oggi è l’ultimo giorno. Domani uscirai da qui – la mano del secondino accarezzò dolcemente i suoi capelli luridi. – Domani potrai mangiare alla tavola del direttore, ti vuole parlare.
Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio – fu l’unica cosa che riuscì a rispondere prima di riprendere a mangiare.
Il secondino lo guardò e gli disse: – Non capisci che la fantasia ti ha causato tutto questo? Ti ha forse reso la permanenza in cella migliore? Ti ha forse fatto vedere la luce? Ti ha forse fatto diventare bianche queste pareti? Ti ha forse reso questo cibo più gustoso? Smettila di fantasticare e la tua vita sarà più semplice.
Non tenterai il Signore Dio tuo.
Questa volta la mano del secondino fu meno dolce. Lo prese per il colletto e lo trascinò fuori dal pertugio in cui si trovava.
Gli occhi lacrimavano a causa della luce. Cercò di coprirseli, ma il poliziotto glielo impedì ammanettandogli le mani dietro la schiena.
Lo condusse alla finestra più vicina e gli ordinò di guardare fuori.
Attraverso lo strato di lacrime riuscì a intuire la presenza della valle che circondava il carcere.
Il secondino spalancò la finestra e il cinguettio esterno giunse attraverso le sbarre sino alle sue orecchie.
– Tutte queste cose saranno tue se ti prostrerai al direttore e rinuncerai alle tue storie.
Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo presterai culto.
– Ma vaffanculo – disse la guardia e lo colpì forte con un pugno. – Portatelo nella sua cella – ordinò alle altre guardie.
Piegato su stesso, con le mani sul naso, si domandava perché mai non avesse accettato l’offerta del direttore.

10

Le pulsazioni del naso rotto dettavano i tempi dei suoi pensieri. Steso nella sua cella sulla sua vecchia brandina si chiedeva ancora perché non avesse detto di sì. Probabilmente la fame, probabilmente il lungo isolamento, sicuramente la propria stronzagine, l’avevano spinto a ripetere quei versi della Bibbia. Riflettendo si accese in lui la speranza che il secondino non avesse intuito che le sue frasi erano tratte dalle Sacre Scritture. Non poteva averlo capito, non aveva mai letto quel libro e probabilmente neanche era al corrente della sua esistenza.
Però, e c’era un però, il suo naso continuava a pulsare. E quello metteva in chiaro che, Bibbia non Bibbia, la guardia aveva inteso che il suo era un netto rifiuto.
Allora decise. Avrebbe smesso di raccontare storie, lo avrebbe fatto per davvero. Non potevano non notare, i responsabili delle carceri, che lui aveva finito una volta per tutte. E se non era questa una manifestazione di buona volontà, cosa poteva esserlo?
Magari un giorno avrebbe chiesto un incontro con il direttore e avrebbe patteggiato la propria scarcerazione per buona condotta. Sì, avrebbe fatto così. Sarebbe andato tutto liscio.
Si sentiva decisamente meglio quando le porte della cella si aprirono per permettere ai due detenuti di andare a pranzare.

11

Giunse nel refettorio su una sedia a rotelle. La lunga permanenza in isolamento gli aveva anchilosato gli arti. Non sapeva come avesse fatto il suo compagno di cella a procurasene una, ma ora era lì alle sue spalle che la spingeva.
Fu proprio lo sferragliare della sedia ad avvisare gli altri commensali del suo arrivo. Pian piano, quelli seduti al tavolo alzarono la testa dal proprio piatto, quelli in fila si girarono verso di lui.
Quel giorno c’era dell’insalata nel menù, perché, quando si sentì il volto bagnato e raccolse ciò che l’aveva colpito, vide che era una grande foglia.
Con un gesto nervoso la lanciò via e l’insalata sbatté su un secondino.
Il boato nel salone fu clamoroso. Tutti quanti i detenuti iniziarono a sventolare una foglia e a gridare il nome Gesù.
Qualcuno pensò anche bene di tirargliela contro. Lui seduto sulla sedia a rotelle agitava le mani per far cessare il lancio. Ma non fu cosa. I detenuti intesero quel gesto come un invito a continuare.
Cercò di alzarsi dalla sedia per andare dai secondini a spiegare che non era assolutamente sua intenzione colpire il loro collega. Le sue gambe, dopo la lunga inattività, non risposero al suo comando e così fu costretto a rimanere seduto.
Arrivarono i rinforzi e le manifestazioni di giubilo furono sedate.
Quando fu circondato da cinque secondini fu chiaro che quel giorno avrebbe saltato il pranzo. Ma quello era l’ultimo dei suoi problemi.

12

– Non mi piace come sta gestendo la situazione.
Il direttore guardò con aria smarrita l’uomo del ministero al quale, poco più d’un mese prima, aveva garantito che la situazione era sotto controllo.
– Lo giustiziamo – decise di giocarsi subito la sua carta migliore per mettere in chiaro una volta per tutte che quello era il suo carcere e che nessuno meglio di lui sapeva come risolvere le grane.
– Ieri mi ha detto che nessuno era pronto a testimoniare che il lancio dell’insalata era stato un atto volontario e che soprattutto era mirato a far esplodere una rivolta.
Con occhi furbi il direttore disse: – Lei non ha idea cosa sarebbero disposti a testimoniare i detenuti per trenta giorni di libertà.
– Bene, bene. Voglio una bella esecuzione. Deve essere di monito a tutti.
– Non si preoccupi, ho preparato tutto al meglio. Nessuno avrà più il coraggio di andare in giro a raccontare delle storie nel mio carcere.

13

L’uomo il cui nome era perduto e che tutti ormai chiamavano Gesù fu condotto su una delle torrette di guardia. Qui fu legato a delle catene per i piedi e fu calato giù sino a metà dell’altezza della torre.
Il sole picchiava sulla sua pelle. Il sudore gli scivolava sulle labbra e il sapore salato gli entrava in bocca.
Il sangue pian piano giungeva alla sua testa e l’ossigeno iniziava a mancare. Scene del Vecchio e Nuovo Testamento si alternavano nella sua mente annebbiata. L’ultima fu quella di San Paolo a testa in giù.

14

Nessuno in quel carcere raccontò più storie.

15

Metà dei suoi giorni di permesso erano volati via. Stancamente, ma erano andati. La ricordava diversa la libertà. La ricordava più gustosa.
Sin a quel punto, la sua sapeva di umori vaginali e di luppolo. Non un granché, considerando che per entrambi doveva pagare.
Il carcere gli mancava. Era quella la realtà in cui aveva passato gli ultimi ventisei anni della sua vita.
Come diceva Gesù? Non desiderare la donna d’altri. Che diamine, quella che lui aveva violentato era così brutta che non se l’era presa nessuno, eppure gli avevano dato l’ergastolo. Boh, almeno il Dio di Gesù non avrebbe avuto nulla da ridire nei suoi confronti: non aveva desiderato la passera altrui.
Altri quindici giorni e sarebbe tornato alla sua vita in carcere. Certo, un altro penitenziario. Per motivi di sicurezza non poteva più tornare là. Era chiaro che era stato lui a dare la testimonianza, era l’unico in permesso il giorno dell’esecuzione.
A dirla tutta, era contento di non aver visto Gesù morire e, per quanto ne sapeva lui, poteva non essere neppure morto. Magari qualcuno l’aveva fatto scappare via prima dell’esecuzione. O magari era accaduta la “resurrezione”. Lui la chiamava così.
Sì, doveva essere andata così, lui non aveva mai desiderato la passera altrui e mai ammazzato.
Una era zitella e l’altro era risorto. Lui con Dio non aveva nessun debito. Quando sarebbe morto, sarebbe andato in Paradiso, e cazzo se non lo meritava, dopo una vita d’inferno carcerario!
Lui non aveva tradito. No, no non aveva mandato al macello il suo compagno di cella, lui l’aveva mandato a resuscitare.
Tutti dovevano saperlo. Tutti dovevano sapere che lui era ancora in grazia di Dio. Lui avrebbe lavorato per il Signore e un giorno si sarebbe seduto alla sua destra.
– Amico, hai una penna e un foglio? – gridò al barman.
Questi stancamente gli lanciò quello che aveva chiesto.
Avrebbe iniziato a scrivere quella della mela. Era la prima che aveva sentito ed era rimasta la sua preferita.
Scrisse per un’ora buona con grafia incerta, ma era pur sempre soddisfatto.
Sarebbe evaso. Da quando qualcuno non evadeva da un carcere? Da tanto, dai tempi in cui gli uomini potevano ancora desiderare la libertà e ideare un piano.
Nessuno l’avrebbe trovato. Nessuno era pronto a un’evasione.
Lasciò sul bancone le monete del conto e si diresse alla porta.
– Ehi, amico, la mia penna!
– Non chiamarmi amico. Chiamami fratello. Fratello Pietro.
Detto questo lanciò la biro al barman e sparì nella strada.

Tutto quel bianco

Posted in LaLittératureDuMarronoir with tags , , , , , , , on 11/02/2012 by gfcassatella

Per dirla tutta, sembrava di stare nel buco del culo dell’omino Michelin, tanto era il bianco che ci circondava.

Voglio essere sincero: la fine del mondo me l’aspettavo più profumata. Non dico odore di fiori o Chanel N° 5, ma neanche puzza di sudore, cipolla e chissà cos’altro.

Che una cinquantina di persone fossero ammassate in un ambiente minuscolo, era il primo segnale che qualcosa non funzionasse. Ma in quel momento nessuno ci pensava, tutti eravamo intenti a sopravvivere, anzi a soprammorire, in quella cella.

E poi c’era tutto quel bianco, che non aiutava di certo a mantenere la concentrazione.

Non che in vita fossi stato uno che si metteva a rimuginare sulle cose per poi venirne fuori con un piano brillante: lasciavo tutto al caso.

Anche questa cosa della fine del mondo non l’avevo gestita al meglio. Io, un po’ per pigrizia e un po’ per scetticismo, non mi ero organizzato.

Per chi voleva darsi da fare, le alternative non mancavano. Ogni giorno qualcuno appariva in Tv per divulgare il proprio metodo di sopravvivenza all’Armageddon. C’era anche chi andava oltre l’Ultimo Giorno, e ti dava consigli pratici sul cosa fare “per arrivare puro al cospetto di dio”. Che poi quel dio potesse essere quello dei cristiani, Allah, Jahveh, Buddha, un tizio con la testa di elefante, una tipa con sei braccia o un omino verde, poco importava.

Come si era arrivati alla certezza che il 12/12/12 il mondo sarebbe finito? Beh, all’inizio c’erano state quelle chiacchiere sui Maya, ma per far convergere tutte le religioni, le filosofie e le altre stronzate su quella data, ci volle un processo lungo un anno.

La macchina si mise in moto lentamente, forse già il secondo giorno del 2012. Chi te la proponeva dal punto di vista (fanta)scientifico, chi da un punto di vista scettico, la tiritera della fine del mondo diventò uno degli argomenti preferiti delle emittenti televisive.

Ai documentari si sostituirono i talk show e i salotti televisivi. Scienziati si accomodavano accanto a filosofi e religiosi. Nei primi mesi ognuno era lì a dire: “non succederà nulla”. Poi però le cose presero una piega diversa. Le emittenti capirono che se non c’è cacarella, carta igienica non se ne vende. Così invitarono i catastrofisti. Gli ascolti salirono.

Verso giugno, però, anche questo giochetto perse efficacia.

Decisero che, per andare avanti, bisognava tornare indietro: ecco di nuovo gli scettici in versione uomini di fede e scienziati.

Il bombardamento via etere però aveva persuaso anche loro che la fine sarebbe arrivata. Sotto gli abiti talari, le tuniche, i pastrani, c’erano degli uomini. E come tali condizionabili.

Le eminenze religiose, invece di rassicurare la popolazione mondiale, davano ricette di comportamento per ritrovarsi alla fine, dopo la catastrofe, dalla parte dei buoni (che poi era sempre la loro), oppure spiegavano cosa fare per poter accedere alla navicella pronta a salpare verso chissà quale pianeta (non mancavano i santoni filo-extraterrestri).

Tutti avevano la certezza che il mondo sarebbe finito. Questo avrebbe dovuto far sorgere una comunione di intenti, no? Una cosa del tipo “volemoce bene, andiamo incontro alla morte!”, magari seguito da qualche ehi ho. Macché! Le varie religioni iniziarono a contendersi i passaggi televisivi, sbraitando e a puntando l’indice sugli altri. Fu necessario creare una sorta di par condicio, come per le elezioni.

E il popolo? D’innanzi alla certezza della fine, spuntarono due fazioni: i religiosi e i goderecci.

I primi pregavano, i secondi scopavano.

Poi c’eravamo noi, gli apatici, che continuavamo a non pregare (per scelta) e a non scopare (per scelta altrui, almeno nel mio caso).

I mesi caldi della lotta interconfessionale furono quelli tra giugno e settembre, poi giunse l’idea. Fu uno sfigato, un certo Martella, a tirar fuori un culto nuovo: una sorta di Frankenstein teologico in cui convergevano i princîpi fondamentali di tutti i riti. La sua trovata funzionò e si arrivò alla religione unica. Non più gente che pregava in modo diverso. Non più gente che scopava. Semplicemente si pregava mentre si scopava. Anzi lo scopare era di per sé una preghiera. Pur non credendoci, ne ho approfittato.

Quel 12/12/12 era un mercoledì, e io ero stanco di dispensare il mio uccello. Mi ero tolto tutti gli sfizi ed ero scetticamente pronto a morire.

Infatti, non mi accadde nulla. Nisba. Sembrava una replica del flop del millenium bug.

Ora non so voi come vi immaginate la fine del mondo, però suppongo che nella vostra testa sia una cosa rapida e violenta. Un bum che porta tutto via.

Non fu così, l’Armageddon durò una settimana e fu incruento.

La gente iniziò a sparire dalle 00:01 del giorno 12/12/12 e lo fece sino alle 23:59 del 18/12/12.

I cavalieri dell’apocalisse ci prelevarono. Non erano quattro, erano molti di più. Non cavalcavano, avevano delle Ford Falcon senza targa.

All’inizio se ne accorsero in pochi. Io per esempio non mi resi conto di nulla. Ero figlio unico, i miei genitori erano morti da un pezzo. Non avevo né moglie né figli. Il mio salumiere di fiducia era stato licenziato da un pezzo. Non avevo punti di riferimento sociale di cui avvertire la mancanza.

Altri invece se ne resero conto, ma non capivano né il come, né il perché la gente sparisse. Ok, c’era stata quella cosa del 12/12/12, ma il mondo era ancora lì. Tanta preoccupazione per niente, nessuno perciò legava gli ultimi avvenimenti a quella data.

E intanto la gente si eclissava, sempre più. Man mano che le sparizioni aumentavano, crescevano gli avvistamenti di Ford Falcon.

Anche i quotidiani i primi giorni ne parlarono timidamente, poi la cosa fu talmente palese che non poterono tacere.

Gli stessi governi, che al momento delle prime sparizioni non sapevano come agire, preoccupati che la responsabilità fosse dei propri servizi segreti, assunsero atteggiamenti aggressivi. Chi se la prendeva con il paese confinante, chi con gli arabi, chi con Israele. Era un tutto contro tutti. Finché quei tutti non sparirono, tutti.

Le mamme degli scomparsi si recavano dai preti o dall’esercito a chiedere informazioni. La polizia era sommersa di telefonate. Poi più nulla, perché non c’erano più mamme. E, se per questo, neanche preti, militari e poliziotti.

Ci ammassarono in quelle camere con le pareti bianche. Non ci dicevano nulla, a malapena ci portavano un pasto e le latrine non le svuotavano.

Era terribile condividere quello spazio ridotto con altre quarantanove persone.

Le sevizie arrivarono con le prime rivolte. Quelli (non saprei come altro chiamarli) se  sentivano gridare, entravano nella cella e torturavano. Ma non brutalizzavano te. No, no. Se la prendevano con un tuo caro. Facevano quello che si chiama il sottomarino, cioè immergevano la testa del malcapitato nel recipiente che usavamo come latrina, quasi sino al soffocamento. Per non parlare poi dei fili con moschettoni attaccati ai genitali da una parte e alla batteria di un’auto dall’altra.

Grazie a dio, io sono sempre stato uno che si fa i cazzi i suoi, e me ne stavo zitto senza commentare.

Molti diventarono dei vegetali. Altri impazzirono.

Io? Fui più vicino alla follia che allo stato vegetativo.

Quel bianco mi entrava dagli occhi e si appiccicava alle sinapsi.

Eravamo morti, ma in un modo molto simile alla vita.

Poi Quelli vennero a prenderci, ci spostarono in una sorta di iperstanza (non saprei come altro definirla) in cui c’era il resto della defunta popolazione mondiale. Sei miliardi di persone stipate in quella che era la più grande piazza dell’universo. Al centro si innalzava un trespolo sul quale erano assiepati dei tipi che indossavano delle divise da generale. Discutevano tra loro e sembravano arrabbiati. Agitavano ali e coda (sì, perché avevano ali e coda).

Alla fine uno di loro disse: «il mondo è finito, quando non doveva. C’avete persuaso che era giunto il momento, ma così non era. Noi non siamo pronti a sopportare la gestione di sei miliardi di umani. Vi rispediamo indietro!».

Fu così che tutto quel bianco sparì e mi ritrovai sul divano di casa.

Toccò al presidente Obama spiegare a tutti cosa fosse successo, erano stati gli stessi Generali a dirglielo. Non starò qui a riproporre il discorso parola per parola, ma ne ripeterò una sola: psicopompa.

Quando il leader, o meglio il suo traduttore, in Tv comunicò al mondo quel termine, io pensai che fosse un sinonimo di sega mentale. Ovviamente mi sbagliavo (ma non di tanto). I Generali avevano riferito all’inquilino della Casa Bianca che quella storiella della fine del mondo datata 2012 era così entrata a far parte dell’immaginifico dell’umanità, che alla fine le forze cerebrali di noi tutti avevano causato un blackout cosmico. Quello che era avvenuto non era altro che un trasporto di anime dalla vita alla morte. Il tutto, ci fu riferito, era stato una mera illusione, in quanto tutti noi eravamo rimasti nella condizione iniziale: quella di vivi.

Però, ed è un però grande quanto un pero, i Generali c’erano cascati. La nostra illusione era diventata la loro. E avevano mandato Quelli a prelevarci con le loro auto senza targa. Solo dopo, si erano resi conto dell’errore, ma non sapevano come agire. Per questo ci hanno tenuto un bel po’ in cattività, finché non sono arrivati alla conclusione che dovevano liberarci. Eravamo in troppi per stare nel regno dei morti.

Dopo il discorso all’umanità di Mister President, in molti uscirono in strada a festeggiare. Ce l’eravamo vista brutta, ma avevamo una seconda possibilità: sarebbe iniziata una nuova epoca di pace e prosperità.

Le cose girarono bene, per un po’.

Poi ci si ricordò che i Generali non erano pronti a riceverci tutti, quindi perché non sfruttare questa cosa?

In tutta sincerità, molti non avevano apprezzato che i graduati avessero scelto Obama. I francesi dicevano: «perché lui e non Sarkozy?» Gli iraniani urlavano: «chi ci assicura che il presidente degli Stati Uniti e quei militari ultraterreni non siano in combutta?».

Manco il Papa aveva reagito in modo gaudente. Già la fede aveva subito un drastico colpo con l’ascesa di quel Martella, in più quegli esseri dell’aldilà avevano scelto un altro come rappresentante sulla terra…

Una cosa tira l’altra, così arrivò la guerra che fece partire i titoli di coda per una seconda volta.

In questo giro la fine fu vera, non psicopompa, e arrivò inaspettata per noi.

Fortunatamente, loro, come da programma, ci rispedirono sulla terra, non erano ancora pronti.

Allora il mondo finì una terza, una quarta e una quinta volta.

Nelle occasioni successive furono i politici di turno ad avvisarci che lo spettacolino dell’esistenza sarebbe stato sospeso momentaneamente. Apparivano in Tv qualche giorno prima per comunicare che all’ora tot del giorno tot sarebbe stato lanciato l’attacco definitivo al nemico di turno. Perché il nemico cambiava sempre. Una volta era l’islamico, l’altra il comunista, l’altra ancora colui che metteva in pericolo il nostro ueioflaif. Cambiando gli avversari, cambiano anche gli amici. Oggi te la facevi con uno, domani con l’altro. Come in 1984.

Possibile che la popolazione mondiale si facesse mettere i piedi in testa dai propri governanti?

Possibilissimo. Loro chiedevano, noi ci sacrificavamo. Anche perché, sterminando in una botta sola l’intera popolazione mondiale, resuscitavamo in blocco. Tana libera tutti, no?

Ma tornavamo simili, non uguali a prima.

Un tempo avevo un cane. Per lui avevo comprato un frisbee. Io lo lanciavo, lui lo riportava.

Dopo il primo lancio l’oggetto mi fu restituito un po’ sbavato. Dopo il secondo, sporco di saliva e con delle piccole incisioni dovute ai denti. Dopo il terzo, in quei forellini c’era del terreno.

Il mondo è come quel frisbee, torna sempre indietro, solo più sporco e leggermente diverso.  

Eccomi qua, l’ennesima notte in bianco, in attesa dell’attacco nucleare che a breve distruggerà tutto per la sesta volta.

Ce l’hanno comunicato due settimane fa. Niente di trascendentale, lanceremo i nostri confetti, loro risponderanno. Finirà tutto in un baleno, altro che settimana di sparizioni.

Che senso ha distruggere, se poi si torna? Beh, quando riappari sia tu che il tuo nemico avete meno armi. Un giorno, quando torneremo, solo uno avrà ancora dei giocattoli esplosivi, l’altro li avrà finiti. C’è da sperare di essere quell’uno.

Ormai tutti c’hanno fatto il callo a queste attese. Anche io mi ci sono abituato, rimpiango solo i vecchi tempi, quando prima della fine almeno si scopava un po’.

Il sindaco s’è inventato una notte bianca per celebrare l’evento, così dalla strada sale un vocio. Dalla piazza arriva la musica sincopata di chissà quale gruppo.

Io non mi unirò a loro, preferisco passarla tra amici la fine.

Raccatto una vecchia maglietta dei Velvet Underground, la indosso ed esco.

Per strada vedo i negozi illuminati, le vetrine sono addobbate con festoni che richiamano alla fine imminente.

Un commesso annoiato fuma sulla porta, evidentemente le vendite non sono un granché. Eppure di gente per strada ce n’è.

Incrocio un uomo con due bambine, entrambe hanno un copricapo a forma di fungo atomico.

Arrivo a casa del mio amico, la porta è aperta. Noi non abbiamo paura della peste, per questo non spranghiamo le entrate. Che venga pure la Maschera della Morte Rossa, saremo felici di ballare con lei.

Mi guardo intorno, gli invitati ci sono tutti. C’è anche Rebecca con il pancione. Una mano con il bicchiere, l’altra sul ventre gravido. Parla e sorride al suo interlocutore. Sa che oggi finirà e che comunque il bambino nascerà, magari non sano e forte ― perché il mondo è un frisbee che torna sempre indietro, solo più sporco e leggermente diverso ― ma nascerà.

Saluto, accenno qualche battuta. Non mangio, preferisco arrivare leggero alla morte. L’ultima volta al mio ritorno ero costipato, una vera rogna.

Raggiungo gli altri sul balcone, guardano giù. Quando non passa nessuno buttano sul marciapiede sottostante i vecchi oggetti che al ritorno non serviranno più. Sbagliano, per poco non colpiscono una passante, lei alza la testa e urla: «ve possino ammazza’!». È solo una questione di minuti, baby penso tra me e me.

Rientro, Maria è là che mi guarda, mi dice: «che fine hai fatto?».

«Scusami, dovevo chiamarti, lo so. Ma ero tutto preso dalla fine  ».

«Tu preso dalla fine? Ma se non te n’è mai fregato nulla!».

«Non fare così. Domani, appena torniamo, ti chiamo. Cascasse il mondo se non lo faccio!» le dico sparando il mio migliore sorriso alla Mandrake.

Lei alza la mano e mi liquida con un misero «ok, ok…».

Prendo una sedia e mi accomodo. Guardo quell’umanità varia. Sono consapevoli che la fine sta per verificarsi, che quella notte è l’ultima (fasulla) della loro esistenza. Si comportano come se fosse l’ennesimo capodanno della loro vita. Non cercano vie di fuga, non hanno comportamenti sopra le righe. Quelli c’erano stati solo all’appropinquarsi del 12/12/12 e della terza fine, la prima programmata. Omicidi, stupri, furti. Senza dimenticare le orge martelliane. La certezza di morire, anche se nel caso della terza si sapeva che sarebbe stata momentanea, aveva fatto crollare tutti i princîpi civici. Ma poi ci si era abituati. L’eccezionalità dell’Armageddon era diventata mera routine. Se ci penso con distacco, trovo questa normalità eccezionale. Nessuno scrittore avrebbe potuto ideare una situazione del genere. Anni e anni di produzione letteraria avevano descritto i momenti pre-Apocalisse come un ritorno alla barbarie, e invece eccoci qua come se nulla fosse. Il mondo è un frisbee che torna sempre indietro, solo più sporco e leggermente diverso, e noi di ne siamo al corrente.

Ho sete, vado in cucina. Apro il frigo, so che ne tengono una bottiglia solo per me. Infatti, ecco la mia Coca Cola. La stappo, assaporo prima il lieve shhhh del gas che esce e poi ne tracanno un po’.

«Quella roba ti ucciderà» mi dice Teodoro, il simpatico Teodoro, ridendo sguaiatamente. È un dejà vu, è la quarta volta che spara quella battuta.

La Tv è accesa, il Liverpool gioca in casa. Gli inglesi non si fermano mai, mica come noi. Sfilo dalla tasca la ricevuta della mia scommessa, lancio una bestemmia: ho l’uno fisso e i Reds sono sotto due a zero ad Anfield a pochi secondi dalla fine. Il telecronista esalta i tifosi della squadra di casa, anche se perdono cantano il tradizionale You’ll never walk alone. Loro, i supporter, saranno sempre al fianco della propria squadra. Anche se il sempre ultimamente ha il singhiozzo.

Qualcuno mi chiama. È il momento. Mi avvicino anche io al grande schermo LCD, il costosissimo spot è finito (le cifre pagate dalle aziende per le pubblicità nell’intervallo del superbowl, sono spiccioli rispetto a quelle versate per accaparrarsi l’ultimo passaggio televisivo prima del countdown), il presentatore di turno, circondato da tre o quattro ragazzine poco vestite, sorride e indica il grande orologio a forma di bomba. Tra meno di due minuti i razzi partiranno, quelli veri, non i mortaretti che i ragazzini stanno esplodendo dalle prime ore del pomeriggio.

Quando il contatore indica i sessanta secondi, tre o quattro bottiglie di spumante vengono aperte. Ce le passiamo concitatamente, scambiando gli auguri. Abbiamo solo un minuto per festeggiare. Poi arriverà l’Armageddon e tutto riprenderà come prima.

Lei mi sorride, si avvicina, mi bacia. Finiremo insieme, come le ultime due volte.

Guardo i visi dei miei compagni, sono tutti rilassati. Siamo morti e resuscitati già cinque volte. Gesù l’ha fatto una volta sola e dopo tre giorni. Noi ci metteremo solo un battito di ciglia.

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1

0

Tutto quel bianco mi circonda di nuovo.

Non doveva andare così. Morire e ritrovarmi sul divano di casa, nel mio letto o sulla tazza del cesso, quello era il mio programma. Invece eccomi nella cella bianca, come la prima volta.

La seconda, terza, quarta e quinta fine erano state al netto della prigionia. I Generali non c’avevano voluto manco per un secondo nel regno dei morti.

Quindi, se ora sono qua, significa che alla fine si sono rotti le palle (magari loro le hanno sotto la coda) del nostro giochetto. Hanno finalmente risolto l’annoso problema dello spazio: sanno come ospitare sei miliardi di persone!

Urlo. Serve a poco. Nella stanza entrano tre Quelli, due mi afferrano, uno mi infila in un sacco di plastica trasparente e chiude la zip.

I due che mi trattengono mi spingono a terra. Sono steso in mezzo a tutto quel bianco. Respiro l’aria che entra da un’apertura circolare posta più o meno all’altezza della mia bocca. Il terzo attacca un tubo a quel foro. Sento prima il rumore di un motore, poi inizio ad avvertire che l’aria pian piano esce dal sacco. Mi stanno mettendo sottovuoto.

Ora sono più morto di prima, però è sempre uno stato simile alla vita. Il sacco di plastica è diventato una sorta di guaina aderente che non permette movimenti.

Uno del terzetto mi solleva e mi carica su quella che sarebbe stata una spalla, se il Quello fosse stato un uomo.

Con una mano spinge un bottone, e tutto quel bianco si apre, facendo apparire una porta dal nulla. Lui l’attraversa, ci ritroviamo così in una cella frigorifera. Uno di quegli esseri, con indosso una tuta bianca, tira giù un gancio dal soffitto. Mi appendono come un salame.

Mi guardo intorno, una moltitudine infinita ― anche se dentro di me so che è finita, sei miliardi, per la precisione ― di corpi.

Alla mente mi torna la copertina dell’omonimo della Edgar Broughton Band, quella con il cadavere che spunta tra i pezzi di carne da macello appesi.

Canticchio “Evening Over Rooftops”, la mia vita, come in un luogo comune, mi scorre davanti agli occhi alla maniera di un film: i miei genitori, gli anni della scuola, il lavoro, il mio cane. Poi vivido nella mia testa si forma il ricordo di uno specchio d’acqua. La sua superficie è di un verde malsano, ci sono qualche foglia e qualche bolla che spuntano qua e là. Ciò che attrae la mia attenzione è il cerchio rosso che galleggia per un po’ al centro, prima di inabissarsi. Lancia oggi, lancia domani, il gioco del mio cane è finito, irrecuperabilmente, nello stagno.

Il mondo è come un frisbee, torna indietro, solo più sporco e leggermente diverso.  Non sempre però.

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Racconto nato per un concorso, lo stesso di “Dalì all’eternità”, ma concepito prima di avere il tema definitivo (“Notte bianca in attesa d’Armageddon”). Quella che potrebbe sembrare una novella sulla fine del mondo, in realtà non lo è.
O forse lo è, ma non in via esclusiva.
Questa storia parla della piaga della desaparicion argentina. Potrei star qui a fare il professorino, raccontandovi per filo e per segno cose accadde, ma preferisco evitare. Vi consiglio, però, di procuravi “Le irregolari. Buenos Aires horror tour” di Massimo Carlotto. Molti spunti provengono da lì. Se vi capita, guardate anche “Garage Olimpo” e/o la miriade di filmati sull’argomento presenti su youtube.
Anche l’incipit mi è venuto in mente prima di decidere di partecipare al concorso. Sapevo che il mio nuovo racconto sarebbe iniziato in quel modo, e questa è stata la prima occasione utile.
Avevo tre puntini (incipit, desaparicion e armageddon), mi son divertito a unirli per vedere cosa saltava fuori.
Per quanto concerne la mia solita caccia all’influenza, direi che qualcosa di King c’è. Secondo me, la frase sul frisbee è farina del suo sacco. Altri ascendenti illustri non ne trovo.
Le citazioni sparse qua e là, come sempre, non sono casuali: sta a voi individuarle.
Il titolo è un piccolo furto-tributo a “Tutto quel nero” di Cristiana Astori. L’ho avvisata della cosa, lei si è detta felice. Per il momento i suoi avvocati non si son fatti sentire.
I due racconti non hanno nulla in comune: se il mio vi ha fatto schifo, potete comunque comprare il suo senza correre alcun rischio.