Buio

BUIO

Prospettiva n° 1

Come e quando era sceso quel buio intorno a lei? Ricordava solo un gran sonno, ma non quanto tempo fosse passato da che s’era addormentata.
Se mai s’era risvegliata.
Dov’erano i folletti, gli uccellini, le fate? Dov’era il bosco? Il suo mondo.
La pece ammantava tutto costringendola in un angolo. Rimanere o andare? Rimanere dove? Andare dove?
Allungò un braccio, poi l’altro. Nulla.
L’oscurità aveva fagocitato tutto.
Un goffo tentativo di guadagnare la posizione eretta fallì. Meglio gattonare nel buio pensò.
E così fu.
L’erba, che quindi esisteva ancora, le bagnava delicatamente le mani.
Un passo, poi due, poi tre. Qualcosa che le insozzava gli arti v’era; questo la rassicurò e la persuase a continuare.
Poi ci fu l’urto, nulla di doloroso, solo un tonfo sordo del suo capo su un qualcosa al contempo morbido e rigido.
Senza pensarci due volte s’inginocchiò e con la mano cercò la superficie su cui aveva cozzato.
Niente! Certo, si era scontrata mentre era a quattro zampe, ma ora era inginocchiata, doveva solo abbassare un po’ la mano per trovare…
…trovare cosa? Come poteva definire quello che stava toccando? Era qualcosa di appuntito, cartilagineo e peloso.
I crini le sfioravano in modo deciso e delicato la cute.
Scese lungo tutta la superficie, poi decise di ritornare verso la sommità.
Una volta, due, tre.
Le pareva un orecchio. Appuntito, lungo e peloso, ma pur sempre un orecchio.
Stavolta decise di non tornare verso l’alto. Così la sua mano s’imbatté in un ciuffo di peli, quasi dei capelli, che separava cosa? Un orecchio dall’altro?
Sì, così era! Perché il suo palmo ne trovò un’altra di quelle strane cose appuntite, proprio là accanto alla prima: gemella e parallela.
Allora scese sotto quello strano ciuffo di capelli, se tali erano, e avvertì una superficie coperta di peluzzi simili ai primi ma più corti e duri.
Un occhio, un qualcosa di umido, forse un naso, una bocca.
Più toccava, più i pezzi del mosaico andavano al loro posto.
Più i pezzi andavano al loro posto, più la luce faceva capolino.
Quando arrivò al collo, quasi poté vederlo oltre che avvertirlo.
Ma a lei non bastava, voleva toccare quel corpo dal capo asinino.
In quella dimensione solo il tatto contava, gli altri sensi erano superflui.
Poi venne la volta del petto, quello di un uomo.
L’addome scolpito, morbido e rigido. Ecco dove aveva picchiato qualche minuto prima.
Poi le braccia muscolose.
Le gambe tornite e incrociate.
Intorno a lei erano comparsi gli alberi, il passero, l’allodola, il fringuello.
Il buio era diventato favola. La sua, ma non solo sua.
Lo guardò, lo riconobbe.
Lo conosceva tant’era vero che non l’aveva mai visto prima.
Lui era stato là prima, ora e sempre.
Con un nome diverso, che poi è lo stesso che gli si da ogni volta, anche se modulato in modo diverso.
Posò la testa bionda e riccioluta là dove l’aveva urtato la prima volta e disse: “Amore”.

Prospettiva n° 2

Sono cose che succedono, non le avevano detto tutti così? I bisticci nelle coppie capitano sempre, non sarà il primo e non sarà l’ultimo.
Assurdità per lei, perché lei sapeva che questo era vero solo a metà: sai che non è il primo, se il primo non è, ma non sai mai se quello può essere l’ultimo, perché le storie finiscono.
All’inizio avverti le farfalle nello stomaco. Ti credi la regina di un mondo fatato. L’esistenza scorre felice: senti il passero, l’allodola, il fringuello cantare.
Poi arriva il buio, accompagnato dal gelo che cristallizza e rende tutto fragile.
Giri, vaghi, sbatti, urti.
Gli alberi diventano colonne di cemento.
Gli uccelli neri pipistrelli.
I suoni rumori.
Questo capita a tutti, è normale.
Questo capitò a lei.
Quanto durò la sua oscurità? Non lo sa, le sarebbe bastato poco a scoprirlo facendo due calcoli calendario alla mano. Ma a che pro?
Meglio il sonno della ragione, quello in cui la sua mente va a una certa velocità, quella normale perché è sua e il mondo ne ha un’altra, forse più lenta.
Tutta colpa del buio, dove le ombre non ci sono e, senza di loro i dubbi, scemano. Dove a vedere sono le mani, perché gli occhi sono ammantati da un drappo nero.
Là dove vai a tentoni e a strappi. Dove un passo avanti non è detto che non sia un passo indietro.
Là dove la solitudine non c’è, perché non puoi vedere chi manca: chi c’è non c’è e chi non c’è potrebbe esserci. Chissà.
Là dove la sinistra è sempre a destra della destra.
Puoi solo andare avanti, finché non urti su qualcosa.
Poi quel qualcosa è un qualcuno, o almeno per lei fu così.
La luce pian piano filtrò, si lasciò andare.
Iniziò a fidarsi, la vista si fece strada nel dominio del tatto.
Quello che le sembrava brutto, scoprì che poi così brutto non era.
Le sue orecchie, il suo naso, la sua bocca, si sovrapposero a quella di chissà chi altro.
Quello che prima era un mostro, oggi non lo è più.
Lei è tornata regina.
Lui è diventato il mastro tessitore delle sue emozioni, abile a intrecciare paura e insicurezza con dolcezza e desiderio.
Il passato è ormai alle spalle, il futuro ha il profumo della speranza e del mirto.
Ora lei lo sa, i bisticci nelle coppie capitano sempre, verrà il primo e non sarà l’ultimo.
Ma questo non le ha impedito di posare la testa là sul suo petto e pronunciare piano il suo nome: “Amore”.

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