Storia di un povero diavolo

Questa è la storia di un povero diavolo. Uno di quegli individui che si mimetizza nel nulla dell’esistenza.
Questa è la storia di un tizio che, se può, le grane le scansa, come cacche sui marciapiedi.
Questa è la storia di un povero diavolo e di quella volta che ne pestò una.
Sia ben inteso, ne schiacciò una in senso metaforico, mica una vera. Non sarebbe educato da parte mia raccontare in giro certi avvenimenti sconvenienti.
La mia narrazione parte dal momento in cui lo sventurato è seduto in una sala d’attesa. Non è proprio l’inizio della vicenda, ma non è neanche la fine. È più o meno la metà, perché chi ben comincia è a metà dell’opera, ma se inizi bene dalla metà, giocoforza non annoi.
Seduto com’è, pare in fuga verso il basso: spalle curve, capo chino, mani conserte. Sembra quasi che la forza di gravità sia lì solo per lui, a reclamarne la sostanza.
Ma il lettore sappia che lo sventurato non è risucchiato dal pavimento, è solo oberato dal peso della faccenducola che l’ha portato in quel luogo, tra le genti più disparate.
Una scatola bianca con un foro d’ingresso. Sedie arringate in file parallele, soldatini consunti in attesa di deretani.
Piccole pesti che corrono qua e là gridando. Mamme esauste che rimpiangono una giovinezza terminata troppo presto. Uomini grassi che gironzolano in cerchio.
Gli odori sono dei vivi, ha detto qualcuno. E se non l’ha detto nessuno, qualcuno prima o poi lo farà. Là di vita ce n’è tanta, forse troppa. Così come le mosche, questuanti isteriche, regine degli avanzi.
Lo vediamo stringere tra le dita un biglietto con su un numero. Lo stesso che c’è su quel tabellone luminoso sul fondo della scatola.
S’alza come se non si fosse mai alzato prima. Cammina come se fosse l’ultima volta.
Scorge dietro un vetro una figura. È a lei che dice: «buongiorno, ho un reclamo da sporgere».
«Ha compilato il modulo?» questa volta è la bocca a parlare.
«Eccerto!».
«Dia qui».
«Ecco».
«Cos’è che non va con questa cosa qua?».
«È difettosa».
«In che senso?».
«Non fa quello che deve fare, per fare altro che non deve fare. Non so più cosa fare!».
«Ha contattato il venditore?».
«Certo, c’ho parlato con il Dottor Cassatella».
«E cosa le ha detto?».
«Che non sono problemi suoi, di rivolgermi a un centro assistenza, che quelli lì son bravi a risolvere i problemi».
«E lei ci è a andato?».
«Sì».
«Embeh?».
«Non sono così tanto bravi a risolvere i problemi».
«Quindi lei vorrebbe recedere dal contratto?».
«Se fosse possibile».
«Qui vedo che il prodotto è del 1975».
«Esatto».
«Ci sta che non funzioni bene dopo quasi quarant’anni».
«Ma che dice? Per questi prodotti qua il tempo non è un fattore determinante».
«Sarà…».
«Senta, sono secoli che sto nel settore, ne saprò qualcosa».
«Sarà…».
«Mi faccia il reso, non ho mica tempo da perdere io!».
«Si calmi. Ha ancora la ricevuta d’acquisto?».
«Eccola».
«L’ha pagata pochino, di cosa si meraviglia?».
«Senta, lei è un addetto all’ufficio resi o un critico?».
«Esprimevo un parere, ma che modi sono questi?».
«Faccia il suo lavoro!».
«Le mie giornate sono lunghe e noiose».
«Si compri un cucciolo».
«Se l’è meritata».
«Cosa?».
«La fregatura».
«Ma come si permette?».
«L’ha pagata pochissimo, cosa s’aspettava?».
«Ancora sta storia? Non l’ho pagata poco. E poi anche se fosse? Ho fatto un affare, frutto della mia abilità nel contrattare».
«Sarà… ma per me se l’è cercata».
«Le ripeto: lei è qui per fare i cambi o per giudicare?».
«Sono per qui fare i cambi, ma se quelli come lei fossero meno avventati nel fare gli acquisti, questo inferno sarebbe meno gravoso per tutti».
«Voglio parlare con un suo superiore!».
«Mavalà, ora risolviamo tutto! Lei ha barrato la casella guasto: qual è il problema».
«Non funge. L’anima di questo Cassatella è inutile».
«Come può essere un’anima inutile?».
«Le spiego, noi diavoli possiamo utilizzare le anime in due modi, a seconda che siano appartenute a soggetti buoni o cattivi. Nel primo caso le convertiamo al peccato, riuscendo in un colpo solo a rimpolpare le nostre schiere e a indebolire quelle avversarie. Se l’anima invece è cattiva, non dobbiamo neanche fare lo sforzo di tramutarle, possiamo passare direttamente alla fase tormento».
«E quindi?».
«L’anima di sto tipo l’ho testata sia in un modo che nell’altro, ma non reagisce: è apatica. Non ne traggo nessun godimento dal torturarla. Le mie corna restano in uno stato di rilassatezza quando la uso per ricavarne piacere. Che me ne faccio?».
«Capisco. Quindi lei vorrebbe indietro ciò che ha dato in cambio del prodotto difettoso?».
«Esatto».
«Qui leggo, testuali parole, che lei ha pagato come corrispettivo “superamento del blocco dello scrittore” ».
«Sì, quel mediocre non riusciva più a cavare un ragno dal buco, io l’ho sbloccato. Ho dato una spintarella. Appena m’ha stretto la mano, s’è messo a scrivere come un ossesso».
«Sa che questo non va a suo vantaggio?».
«In che senso?».
«Nel senso che se sto Cassatella finisce la sua storia, il contratto è perfetto, quindi lei non può ricevere il rimborso».
«Occacchio! Quindi?».
«Quindi da quel che risulta dai nostri terminali la storia non è ancora terminata, ma potrebbe esserlo da un momento all’altro. Deve spicciarsi prima che Cassatella scriva la parola “fine”».
«Allora sono in tempo, mi dia quanto mi spetta».
«Un attimo che le stampo la ricevuta, lei me la firma, ed è tutto a posto».
«La ringrazio».
«Ecco a lei, metta una firma qua e una qua».
Ora il lettore comprenderà che gli eventi non possono più andare avanti, costretto dalle vicissitudini mi vedo obbligato a interrompere bruscamente la mia narrazione. Forse non sarà educato, e per questo mi scuso. Ma arriva sempre il momento in cui l’autore deve scrivere quella parolina.
Fine.

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6 Risposte to “Storia di un povero diavolo”

  1. schwarzfranz Says:

    bene. fa un po’ Cornelio Bizzarro, il fumetto di Lucarelli, ma molto alla lontana.
    espediente metatestuale semplice ma efficace

    • Questo racconto è nato per caso. Anni fa scrissi tutta una serie di falsi stralci d’interviste rilasciate dai LesboMammuth a grandi riviste musicali (Rolling Stones, Billboard, ecc).
      Giocai con il solito adagio del rocker che ha venduto l’anima al diavolo.
      La dichiarazione era più o meno questa: “abbiamo venduto l’anima al diavolo, ma lui ce l’ha restituita poiché difettosa”.
      Mi è parso un buono spunto per un racconto, ma non c’ho mai lavorato, almeno sino a febbraio di quest’anno.
      L’ho ripreso solo nell’ultimo mesetto. Non sapevo dove sarei andato a parare, avevo solo lo spunto di base del reso.
      Poi m’è venuta l’idea di contestualizzare, avevo (ho) realmente il blocco. Il finale è venuto come conseguenza naturale.
      Il risultato è qualcosa che s’avvicina alle vecchie storie in cui il contadino gabba il demonio.
      Poi smitizza il Faust. Che vuoi di più?

  2. marcello introna Says:

    Bello . Specie lo stile di scrittura.

  3. esteralfarano@libero.it Says:

    infatti; che vuoi ancora?? è così bello. davvero!
    mi sono divertita molto

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