Terra & Fuoco

Terra

Oscar Marzorati, detto “stecco”, per tutta la notte non aveva chiuso occhio. La branda sudicia sembrava ardergli sotto il culo e così, quando il primo pallido sole filtrò tra le assi della tapparella rotta della sua stanza, decise di alzarsi.

La vita di Oscar Marzorati, detto “stecco”, non è che fosse complicata più di tanto, anzi, problemi ne aveva pochi, due per la precisione: procurasi la droga e procurarsi i soldi per procurasi la droga. Che poi, alla fine della giostra, erano un problema solo.

Inutile starvi a raccontare come il combustibile che alimentava il fuoco sotto la branda fosse rappresentato da quei due problemi, che poi, alla fine della giostra, erano uno solo.

Se qualcuno durante la notte avesse attaccato una dinamo e una lampadina a Oscar Marzorati, detto “stecco”, avrebbe potuto ricavarne della luce, visto che quell’anima pia s’era voltata e rivoltata nel letto in continuazione.

Be’, un po’ s’era calmato quando gli era venuta l’idea. Solo che poi gli era sopraggiunta una strizza nuova, e neanche tanto meno preoccupante di quella originaria. Il problema dei soldi poteva anche essere risolto se tutto andava bene, ma se qualcosa fosse andato storto, a un guaio solo se ne sarebbe aggiunto un altro. E due guai, per uno che nella vita aveva solo due problemi, che poi, alla fine della giostra, erano un problema solo, non erano mica pochi. Eh, no.

Il piano era semplice, perché semplice era la sua mente. Doveva andare al Campo dei Vetri, trovare una delle bustine sotterrate da Alano (in realtà si chiamava Sansone, ma sin da piccolo, il poveretto aveva subito l’onta di quel soprannome fumettistico) e poi rivenderle. Avrebbe avuto la grana per pagare Gratta-gratta (nessun riferimento ai fumetti, più che altro un problema giovanile di piattole. Rischi che si corrono perdendo la verginità con prostitute a basso costo). Facile a dirsi, meno a farsi (e dire che lui era un campione del “farsi”). Se Alano l’avesse beccato… meglio non pensarci.

Si mise quel maglione che nonna Carla, buonanima, gli aveva regalato secoli prima e che tanto bene gli stava, ovviamente secoli prima. Per la precisione quando Oscar Marzorati, detto “stecco”, non era ancora “stecco”. Quella mattina il suo corpo scheletrico ballava nel maglione, come un cazzo moscio in un preservativo. E gli uomini sanno bene quanto questa immagine non sia piacevole.

Col suo bel maglioncino addosso, Oscar Marzorati, detto “stecco”, si recò verso il Campo dei Vetri. A questo punto della storia c’è bisogno di una pausa per chiarire cosa sia il Campo dei Vetri. La mia spiegazione potrà apparire sarcastica e ricca di critica politica, ma vi assicuro che così non è. Sto solo raccontando dei fatti, e se qualche sentimento traspare dalla mie parole, è frutto della mia sbadataggine. Non mi permetterei mai d’influenzare il lettore.

Il Campo dei Vetri un tempo non era il Campo dei Vetri. Era solo un campo, di quelli che ce ne sono tanti in periferia. Circa una cinquantina d’anni prima il signor Mazzoleni Mario, operaio, che un tumore al colon ha portato via, diede inizio a una strana semina. Le Officine Meccaniche Menighetti si trovavano dall’altro lato del campo (che un giorno sarebbe diventato dei Vetri ma che all’epoca era ancora campo) rispetto all’abitazione del signor Mazzoleni Mario, operaio, che un tumore al colon ha portato via. Ogni mattina, quel solerte lavoratore, per arrivare a lavoro, ovviamente presso le Officine Meccaniche Menighetti, doveva superare quel terreno incolto. Chi di voi ha frequentato le periferie, con annessi campi incolti, sa bene come questi attraggano la cacca di cane. Questo nulla sarebbe se anche le suole di scarpa non attirassero la suddetta sostanza. Deve essere una questione di chimica, oltre che di destino. Il povero signor Mazzoleni Mario, operaio, che un tumore al colon ha portato via, un giorno sì e l’altro pure si ritrovava con la suole delle proprie calzature sporche. Quella era la parte meno brutta della cosa, il vero dramma era il ritorno a casa con conseguente sgridata da parte della di lui consorte (donna all’antica, che mai e poi mai avrebbe permesso al di lei consorte di pulire da sé la scarpa).

Così, un giorno, il signor Mazzoleni Mario, operaio, che un tumore al colon ha portato via, ha iniziato a tritare cocci di vetro e seminarli nel campo. Voi direte: «ma come si può riempire un campo tutto tutto di vetri?». Semina oggi… semina domani, e vedi se in trent’anni di carriera presso le Officine Meccaniche Menighetti, il campo non si riempie. Poi c’erano anche i week end dedicati alla semina. Be’, se non siete dei tonti (e io so che non lo siete se state leggendo questa storia), avrete già capito che gli infidi vetri erano stati seminati sul terreno per tagliuzzare le zampette degli abituali defecatori. Ma quello era il minore dei danni prodotti: non bisogna dimenticare quelli inflitti all’orifizio meno nobile, all’intestino e al colon dei più sventurati cagnolini che trovavano del cibo nel campo. Non so se avete mai avuto un cane. Io l’ho avuto e posso dirvi che quelle creature di Dio stupide non sono e proprio per questo i quadrupedi che bazzicavano da quelle parti decisero che la città è grande e che un altro posto buono per svuotarsi lo si trova sempre. Quindi stettero alla larga da quel campo. Il tutto per la gioia del signor Mazzoleni Mario, operaio, che un tumore al colon ha portato via (al lettore più attento non sarà sfuggito il contrappasso: chi il colon ferisce, di colon perisce). Ma questa è solo la prima parte della genesi del Campo. Le periferie sono terre di confine (altrimenti si chiamerebbero in altro modo) e quando dei giovani virgulti videro fiorire su quel campo cocci di vetro, ben pensarono di passare notti intere a rompere bottiglie in quel terreno. Ma non solo, la notizia arrivò alle ben più gentili orecchie dei ragazzini del centro città che, pur avendo maniere assai più educate dei coetanei di periferia, non seppero resistere alla tentazione di seminare vetro anche loro. E come già detto, semina oggi… semina domani…

Il Campo dei Vetri era diventato così meta di eco-turismo: persone dalle città limitrofe venivano con buste cariche di vetri a dare il proprio contributo.

Negli anni si erano avvicendate giunte comunali e nessuna di queste aveva risolto l’annoso problema. Una volta, per esempio, un candidato sindaco, del quale non farò il nome per motivi di convenienza politica, tentò di farsi riprendere all’esterno del Campo. Lui era carico, aveva un discorso che era una bomba, avrebbe garantito al pubblico che con lui seduto sulla prima poltrona della città il problema sarebbe stato risolto. Già contava mentalmente i voti (se fossi stato un cane randagio l’avrei votato) quando il cameraman gli fece notare che non era possibile fare le riprese: il riflesso del sole sui vetri offuscava l’immagine. E così la politica dimenticò il Campo dei Vetri.

Ora, se non siete un cameraman o un candidato sindaco, non potete non rimanere affascinati dallo spettacolo offerto da quel terreno frammentato di vetri. Il sole vi ci si riflette, quasi a volersi specchiare. D’altra parte sembra che la nuda terra voglia sfidare quella stella così vicina al nostro pianeta. Pare dire: «Son terra, ma brillo come te e non causo tumori alla pelle, a differenza tua».

Se Oscar Marzorati, detto “stecco”, fosse stato ancora minimante interessato alla bellezza, si sarebbe fermato qualche secondo d’innanzi a quello spettacolo. Ma lui aveva altro a cui pensare. L’ultima volta che era stato da quelle parti aveva comprato la droga da Alano. Il pusher,dopo aver intascato il denaro, si era recato nel campo, non senza aver indossato un bel paio di guanti pesanti, e aveva iniziato ad alzare sassi a casaccio. Alza qua, alza là, dopo una decina di minuti se n’era tornato con una bustina contente una dose. Capire quale fosse stato il masso sotto il quale la roba era conservata sarebbe stato impossibile. Alano aveva un soprannome da cane, ma di cervello ne aveva eccome (se cresci per la strada e sei a contatto con i tossici qualcosa devi pure escogitare).

Il piano di Oscar Marzorati, detto “stecco”, era quello di rovistare, anche tutta la giornata, nel campo, scovare la roba, venderla (magari trattenendo qualcosa per sé, nel caso il raccolto fosse andato bene) e con il ricavato pagare Gratta-gratta.

Entrò in quella distesa di terra luccicante, incurante del rumore del vetro che si frantumava sotto la suola delle proprie scarpe e di tutto quello che avveniva intorno a lui.

Fuoco

Michele Curcio, detto “Mercalli”, aveva dormito come un ghiro con una flebo di Valium attaccata alla coda pelosa. Di alzarsi dal letto non ne aveva la minima intenzione. Vi era attaccato, e non solo perché le gocce di sperma del suo trastullo pre-sonno si erano seccate appiccicando pigiama e lenzuolo fra loro. Era proprio che non aveva voglia di andare a scuola. Passare cinque ore tra i banchi a far finta d’ascoltare i professori, non era cosa quella mattina. E poi c’era sempre la mezz’oretta prima e quella dopo la lezione (senza scordare l’intervallo, quindici minuti circa) in cui tutti gli altri scolari passavano da lui a prenderlo per il culo. Non era mica colpa sua se soffriva di tic. A loro poco importava e lo sfottevano.

Le voci provenienti dalla Tv ruppero il silenzio nella stanza. La mamma era sveglia e di lì a poco avrebbe fatto capolino nella sua camera. Tanto valeva farsi trovare già sveglio. E poi doveva pulire il lenzuolo.

Indossò il maglione che nonna Carla, che prima o poi deve schiattare la vecchia rincoglionita, gli aveva regalato il Natale precedente. Lo indossò, nonostante gli andasse stretto. Per sua nonna aveva ancora dieci anni e non quindici. Ma prima o poi sarebbe morta anche lei e forse qualche cosa l’avrebbe eredita anche lui. Lo meritava, indossava quel maglione solo per farla contenta (in realtà lo faceva per non sorbirsi le prediche di mamma, ma questo meglio che la nonnina non lo sapesse), eccheccazzo!

Si vestì, ripulì il lenzuolo e andò in cucina. Detto così sembrano semplici operazioni. Probabilmente lo sono per molti di voi. Ma se ti chiamano “Mercalli” è perché qualche problemino motorio ce l’hai. Michele Curcio, detto “Mercalli”, non aveva un semplice tic all’occhio o al labbro o ancora meglio sotto le palle (meglio perché nessuno se ne accorge, non per altro). No, lui aveva mille tic e quando si muoveva sembrava un ballerino di break dance fatto di crack che danza durante una scossa di terremoto. Per farvi capire il suo dramma vi faccio un esempio: in classe lui aveva un banco singolo appoggiato al muro poiché i suoi movimenti convulsi lo spingevano in avanti. Avevano provato a metterlo in fondo, ma a fine giornata si ritrovava a ridosso della cattedra. Tanto valeva, pensò Nicola, bidello che se si fa i cazzi suoi forse è meglio, appoggiare il banco al muro, non dopo aver messo un po’ di spugna sul bordo così la parete non si rovina. Quel poverello di un Michele Curcio, detto “Mercalli”, si trovava sul fianco di spalle alla cattedra e quindi passava cinque ore con il collo girato. Magari a voi che leggete forse piaceva andare a scuola, ma credo che comunque comprendiate come mai Michele Curcio, detto “Mercalli”, poco gradiva alzarsi ogni mattina per sottoporsi a quella tortura.

Quel giorno niente scuola, aveva deciso. Sarebbe andato al Campo dei Vetri, era tanto che non ci andava. A lui piaceva guardare i piccoli frammenti che riflettevano la luce. Aveva anche pensato di andarci a vivere in quel campo. Nei suoi sogni si vedeva al centro del terreno, tutto pieno di tic (neanche nelle sue fantasie riusciva a liberarsi di quei movimenti convulsi). A un certo punto dal sole partivano tanti raggi che, rifrangendosi sui vetri, accendevano tanti piccoli fuochi. E poi i piccoli fuochi diventavano grandi fuochi. E lui là, al centro, a sciogliersi pian piano. A diventare un tutt’uno con il fuoco. E vaffanculo mondo. Se non posso bruciare te, brucio me.

A Michele Curcio, detto “Mercalli”, il fuoco piaceva. Portava sempre con sé un accendino. Ci metteva un po’ a fare il movimento giusto per accendere la fiamma, ma quando ci riusciva…

Quella mattina sarebbe andato al Campo, ma prima si sarebbe fermato a comprare un po’ di alcool. La busta nera per la spazzatura l’avrebbe presa da casa. E poi, se fosse stato fortunato, avrebbe trovato un bel gattino per strada, l’avrebbe messo nella busta, gli avrebbe dato fuoco.

Lo aveva fatto già in passato e la cosa lo affascinava sempre. Vedere il gatto impazzito, con le fiamme su per il culo, correre per il campo lo faceva star meglio. E poi c’era l’effetto che lui chiamava scia: i vetri disseminati su terreno riflettevano il fuoco in movimento, illuminandosi uno alla volta, per poi spegnersi appena il felino s’allontanava.

Be’, se per un attimo scordiamo che il fuoco corre grazie al gatto che ci sta sotto, non possiamo non ammettere che l’effetto abbia un suo fascino.

Quando Michele Curcio, detto “Mercalli”, arrivò al Campo dei Vetri, il suo morale era sotto i tacchi. Non aveva trovato un gatto, neanche uno. Aveva provato anche vicino al pino grande, dove Rosa la “gattara” ogni giorno lasciava dei papponi maleodoranti, ma nulla.

Prima dell’una e trenta a casa non poteva tornare, tanto valeva sedersi e aspettare. Magari qualche gatto da lì ci passava pure (anche se non ne aveva mai visto uno da quelle parti. Colpa dei vetri, ovvio). Vide una grossa pietra in tufo dalla forma squadrata. Si lasciò andare, ma il suo culo non centrò il masso. Essere coordinati quando si è pieni di tic non è cosa semplice. Ci riprovò e le cose non andarono meglio. Si arrese e decise di rimanere per terra, appoggiò la schiena al masso, ma i movimenti convulsi gli causavano un fastidioso sfregamento. Prese lo zaino e lo frappose tra lui e la pietra, non prima di aver estratto dalla sacca la busta nera e la bottiglia di alcool. Con lo schienale le cose andarono meglio. Chiuse gli occhi. Il sonno sopraggiunse subito.

Terra & Fuoco

La fortuna è una bestia, con il buco del culo rosso, che ci corre sempre innanzi. Per quanto cerchiamo di raggiungerla, la bestia s’allontana.

A questo punto della storia sarà chiaro che Oscar Marzorati, detto “stecco”, e Michele Curcio, detto “Mercalli”, nelle loro vite in comune non solo avevano avuto una nonna con lo stesso nome, ma anche l’esser riusciti al massimo a vedere da vicino quel puntino rosso (magari sentendone pure il puzzo) senza oltrepassarlo.

Ora voi starete pensando che essendo tutti e due arrivati al Campo dei Vetri, inevitabilmente debbano incontrarsi. E infatti così è stato.

Quando Michele Curcio, detto “Mercalli”, si svegliò, vide un culo rinsecchito spuntare nel terreno. Ovviamente era il deretano di Oscar Marzorati, detto “stecco”, ma questo Michele Curcio, detto “Mercalli”, non poteva saperlo.

Il corpo a cui quel culo era attaccato si muoveva convulsamente nel terreno. Si spostava da un punto all’altro senza apparente logica. Ogni volta che un sasso volava via, quel corpo subito dopo si muoveva.

Oscar Marzorati, detto “stecco”, inconsapevole dello sguardo di Michele Curcio, detto “Mercalli”, alzava ogni sasso che gli capitasse a tiro e iniziava a scavare con le nude mani, in modo febbrile. I palmi ormai erano d’un colore strano, a metà tra il marrone e il rosso. E brillavano. Ma Oscar Marzorati, detto “stecco”, non solo non percepiva lo sguardo curioso di Michele Curcio, detto “Mercalli”, ma non sentiva neanche il dolore, tanto era la sua frenesia. Era lì da più di due ore e non aveva trovato ancora nessuna bustina. E prima o poi Alano sarebbe venuto a prendere qualche dose da vendere. Certo poteva anche andar via e non correre rischi. Mai poi come avrebbe pagato Gratta-gratta?

Questi erano i pensieri che scorrevano veloci sulle autostrade formate dai neuroni di Oscar Marzorati, detto “stecco”. Ben altre riflessioni impegnavano Michele Curcio, detto “Mercalli”. Prendete un ragazzo con dei problemi (uno che brucia vivi dei gatti tanto normale non è), mettetegli in mano una busta nera per la spazzatura e un bottiglia d’alcool. Supponete che abbia anche un accendino in tasca (e noi sappiamo che ce l’ha) e che provi tanta delusione poiché i propri programmi da “re della griglia” sono andati in fumo. Allora, capirete pure che per Michele Curcio, detto “Mercalli”, quel culo era più che un degno sostituto del gatto.

Se mi avete seguito con attenzione sin qui, avrete inteso che Michele Curcio, detto “Mercalli”, bontà sua, non era la persona più agile e disinvolta di questo mondo. Quindi se riuscì a portarsi alle spalle di Oscar Marzorati, detto “stecco”, senza che questi se ne accorgesse, fu più che altro per colpa del drogato.

Michele Curcio, detto “Mercalli”, raccolse un sasso (non senza sentire piccole schegge di vetro entrare nella propria mano) e lo scagliò con tutta la forza che aveva a disposizione sul capo dell’uomo chinato innanzi a lui.

Il colpo non andò a segno, per gli ormai famosi problemi del ragazzo.

Oscar Marzorati, detto “stecco”, rotolò su se stesso. Schegge di vetro penetrarono attraverso il maglione di nonna Carla, buonanima, e si conficcarono nella pelle. Non ebbe migliore fortuna il volto. Le mani erano già rovinate da un pezzo.

Quando vide il ragazzo che gli stava di fronte, la prima domanda che si pose non fu come mai quello sconosciuto avesse cercato di colpirlo, ma invece si chiese perché il tizio stesse ballando innanzi a lui. Ci mise qualche secondo per intendere che quei movimenti non erano una danza, ma una serie di tic convulsi. Dei tic. Un catalogo di tic. Un’enciclopedia di tic.

Raccolse il primo sasso che scovò e si ritrovò a contemplare una bustina bianca. Non ebbe il tempo di riflettere su questa cosa, che il ragazzo si buttò su di lui. I due iniziarono a rotolare uno attaccato all’altro.

Oscar Marzorati, detto “stecco”, cercava di colpire Michele Curcio, detto “Mercalli”, ma il tic permetteva al ragazzo di schivare ogni colpo indirizzato al volto.

Viceversa il ragazzo, per un puro gioco delle probabilità, riuscì finalmente a colpire con un grosso masso il suo antagonista al capo.

Tossico, stremato dalle lunghe ore passate a scavare senza costrutto (e pensare che la maledetta bustina era sotto l’ultimo sasso), Oscar Marzorati, detto “stecco”, svenne.

Michele Curcio, detto “Mercalli”, tentò di colpire nuovamente al capo il drogato, ma soltanto un terzo scarso dei suoi colpi andò a segno. Furono comunque sufficienti a spedire tra gli angeli benedetti del Signore Oscar Marzorati, detto “stecco”.

Inebriato dal successo raccolse la bottiglia con l’alcool e iniziò a versarne il contenuto sulla sua vittima. L’alcool formava dei rigagnoli sul terreno (pieno di vetri) che insozzava il corpo di Oscar Marzorati, detto “stecco”. Più che un uomo, sembrava una di quelle opere di sabbia che qualche volta si vedono in Tv. Solo che questa volta la scultura era di terreno e luccicava.

Prese l’accendino dalla tasca, accese un fazzoletto di carta che aveva con sé e lo buttò sul corpo che prese immediatamente fuoco.

E la magia iniziò. I piccoli frammenti di vetro che erano sparsi sul terreno presero vita e iniziarono a luccicare. Michele Curcio, detto “Mercalli”, non sapeva dove guardare. Il suo sguardo passava dal corpo, al terreno. Il suo collo si muoveva come quello di un arbitro d’una partita a tennis. Destra-sinistra. Corpo-terreno.

I suoi occhi si riempirono di fumo e lacrimarono. L’odore della carne era nauseante. Ma quello era senza dubbio il momento più bello della sua vita. Anche perché fu l’ultimo.

Ho avuto già modo di dire come Alano non fosse uno stupido. Quindi ci mise poco a capire che quello strano ragazzo che stava ballando in modo convulso aveva dato fuoco all’altro. Sempre perché non era uno stupido, aveva ben chiaro il motivo: la sua droga. Non era forse una delle sue bustine quella che si vedeva a qualche metro di distanza dal corpo? Non era uno dei suoi clienti, ma forse lui e il suo socio bruciacchiato l’avevano visto nascondere la droga lì al Campo dei Vetri e poi l’avevano cercata. Una volta trovata si erano azzuffati e il ragazzo (ma perché indossava quel maglione stretto?) aveva pensato bene di dar fuoco al suo ex socio. Certo che doveva esser un duro (o un pazzo) perché non solo era rimasto là a guardare lo spettacolo, ma stava anche ballando.

Il coltello di Alano non provò nessuno scrupolo quando penetrò nella schiena di Michele Curcio, detto “Mercalli”. Nonostante il duro colpo inflitto, il ragazzo continuò la sua strana danza. La cosa fece innervosire Alano, che non era uno stupido e neanche un tipo paziente. Si accanì con violenza sul corpo del ballerino (oramai per lui era ballerino) finché questi non smise di danzare.

Il calore emanato dal fuoco era insopportabile, così come il fetore di carne bruciata. L’adrenalina girava a mille nel suo corpo. Vomitò.

Vomitò sul maglione che nonna Carla, che prima o poi deve schiattare la vecchia rincoglionita, aveva regalato al suo nipotino.

Quando smise di rigettare la colazione, Alano si pulì la bocca con il polsino e si piegò a raccogliere la bustina contente la droga. Al contatto con la mano, la plastica incandescente diventò un tutt’uno con la pelle. Alano lanciò un urlo degno del proprio soprannome e si allontanò dalla scena del delitto.

Una colonna di fumo s’alzava dal campo e pareva quasi una grande freccia grigia che indicava il punto in cui lo scempio era stato compiuto. Il fuoco, spinto dal vento, divorò tutto ciò che c’era sul campo: erba secca, cartacce, bottiglie e buste di plastica. La sua era una marcia lenta ma implacabile, che nulla poteva fermare. Il fuoco è uno scarlatto e rude predatore con gambe agili e bocca grossa. La terra è una bruna e grassa matrona con il cuore generoso. Così diversi tra loro non poterono non amarsi, perché l’amore è dare e prendere. Qualcuno dà di più, qualcuno prende meno. Ma è sempre e soltanto dare e avere e, soprattutto, non presentare mai il conto. Perché, ahimè, il conto arriva sempre alla fine e, quando te lo ritrovi tra le mani, ti rendi conto che altro non è che una lista di pietanze insipide o, al più, inacidite con accanto un prezzo.

Ma per terra e fuoco non era ancora il tempo di guardarsi indietro. Era il principio. E all’inizio tutto è passione e tutto arde, senza bisogno d’inganni e\o compromessi. Così chi arrivò al campo, prima che l’incendio si fosse spento, parlò d’uno spettacolo stupendo. Terra e fuoco uniti insieme a creare uno strano effetto: un cielo marrone pieno di vitree stelle luccicanti.

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6 Risposte to “Terra & Fuoco”

  1. esteralfarano@libero.it Says:

    scorre come un fiume in piena.
    non mi piacciono le parentesi, mi fanno venire il singhiozzo.
    questa volta la tenerezza ti è sfuggita di mano.

    • effettivamente avrei potuto utilizzare altri escamotage in sostituzione delle parentesi
      vorrei raggiungere una forma stilistica volgarmente tenera o teneramente volgare
      ho volutamente incafonire uno degli aforismi più celebri di Shakespeare
      tra le cose che ho scritto, questo racconto è quello chi si avvicina di più al mio idelae
      grazie mille

  2. Va bene. L’ho letto tutto d’un fiato (strano) e mi sono divertito (stranissimo). Non ho trovato neanche una falla. Complimenti.

  3. Non credevo potesse essere tuo…bello…davvero bello e avvincente lo stile! però concordo con ester: non mi aspettavo quella sviolinata finale…rovina un pò!

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