Non è forse per questo che l’ho uccisa?

Posted in LaLittératureDuMarronoir, Uncategorized on 26/05/2018 by gfcassatella

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Lo so come vanno queste cose: chi è solo dirà che l’ho fatto perché non l’amavo, chi è troppo solo affermerà che il mio è stato un estremo gesto d’amore.
Entrambe le fazioni si sbaglieranno, perché io l’ho fatto con l’unico scopo di conoscere. Di capire.
L’ho uccisa per questo, non per altro. Non crediate a quello che leggerete sui giornali, l’unica verità è quella del dolore. Del dolore come metro di misura dei sentimenti. Del sentimento. Dell’amore.
Come può un uomo capire se ama e quanto ama?
Non è forse vero che le streghe della vita sin dall’infanzia gridano nelle tue orecchie “un giorno sarai innamorato!”?
Se così non fosse, cosa, oltre al mero istinto di preservazione, ci spingerebbe a legare il nostro destino a quello altrui in modo esclusivo?
Solo il dolore è scevro da ogni condizionamento. Sbeffeggia le nostre convinzioni e ci trafigge nell’intimo.
Per questo sono arrivato alla conclusione che solo la sofferenza del distacco, della perdita, mi avrebbe chiarito una volta per tutte se il mio fosse amore vero o teatro.
Solo un atto definitivo avrebbe potuto, libero com’è delle meschine pieghe delle alternative, mettermi innanzi alla giusta misura del mio impegno con lei.
Il dolore come la luce avrebbe dovuto viaggiare nel cosmo del mio Io, superare quel che c’è per bagnare quel che non c’era e che diventerà il nuovo c’è da oltrepassare. Moduli di sofferenza che corrono con i secondi, pur essendo miseramente destinati alla resa.
Perché anche il dolore finisce. Se così non fosse non sarebbe misurabile.
Ora sono qui seduto ad aspettare che monti dentro di me e che mi demolisca pian piano. Che faccia crollare prima le difese superficiali, per insinuarsi poi nei territori della coscienza.
Ecco perché sono solo, per non inquinare il mio malessere con la condivisione. Se epifania deve essere, allora che sia un atto pieno e onanistico.
Che il mio dolore non si diluisca in quello altrui. Che quello altrui non nutra il mio.
Solo oggi capisco quanto è frustante essere Dio. Cosa altro sono in questo momento se non l’Essere Supremo? Non è stato forse il mio atto a dare il via ai sentimenti che provo ora?
Però so che la mia è una divinità avvolta nel fallimento. Ho dato la vita al mio dolore, l’ho accompagnato nei sui primi passi incerti. Ora mi ritrovo a rincorrerlo, in balia della sua volontà. Dove e quando si fermerà è un sua decisione.
Oh, quanto è ipocrita un dio fallace: incapace com’è di governare il destino altrui, cerca riparo tra le braccia benigne del libero arbitrio!
Ma sono veramente un dio? Come posso considerarmi tale se non sono in grado di decidere quanto la vita della mia creatura dovrà terminare?
Non è forse il dolore il vero dio? Il mio io attuale non è forse nato quando il primo spasimo mi ha trafitto il cuore? E non è forse vero che lui mi tiene legato al suo destino, finché la sua morte mi travolgerà e io non sarò più quello di ora e neanche quello di prima?
Quello che temo non è il giudizio, neanche le mura e le sbarre. Ciò che mi fa paura è la tirannia del dolore e la sua mancanza di regole. Il suo scrutare dentro di me, in modo così innocente da essere sfrontato e privo di pudore.
Ecco la mia condanna. Scritta in caratteri tenui nella carne. Senza un data di fine pena.
Io me ne starò inerte ad aspettare quel giorno, perché solo allora saprò quanto l’ho amata.
Non è forse per questo che l’ho uccisa?

 

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Non ho la memoria di un Severian, ma so mentire bene come lui quando ricostruisco gli eventi, così tanto bene, da auto-convincermi che le cose siano andate così.
Per esempio, questo racconto è nato e morto il 15/12/2013, l’ho scritto dopo aver visto un qualcosa al teatro, ma non ricordo cosa. Ragionavo sulla perdita, sul dolore, di come questo potesse diventare uno strumento di misura dell’amore (chi mi conosce sa che sono un analfabeta emozionale). Mi son detto: “se voglio piangere sul latte versato, prima di tutto devo rovesciare la tazza”.  Il dado era tratto, questo racconto parla di questo, di latte versato.
Il 23 Febbraio 2016 è stato pubblicato su https://stoutstoriesblog.wordpress.com/

 

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Nostro Signore Il Vuoto Onnipotente

Posted in LaLittératureDuMarronoir on 22/09/2017 by gfcassatella

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In ogni caso, avevamo fame. Anzi, per l’esattezza, ci sembrava di aver inghiottito il vuoto cosmico, quella era la sensazione. All’inizio era un vuoto piccolo […] ma col passare dei giorni andava espandendosi all’interno del nostro corpo e prendeva le dimensioni di un abisso senza fondo. (Haruki Murakami)

Perché eravamo affamati? Perché eravamo isolati. Di quell’isolamento generato dall’attesa, che ti coccola, ti sballotta, ti affatica, ti sfianca. Ti rende meno umano.
Furono giorni strani, giorni di fame. Di cibo ne avevamo, ci mancava altro. Vuoto cosmico, come l’ho chiamato prima, visto da qua, oggi, non appare una definizione esagerata. Eppure avevamo tutto, tutto quello che può servire in una casa. Noi dentro con il nostro tutto, dentro di  noi mancava tutto. E fuori, fuori nel mondo? Non ci interessava. Solo quella vecchia corriera, che passava due volte al giorno davanti alla nostra finestra, attirava la nostra attenzione.  Forse perché ci ricordava la nostra infanzia, quando la fame era ancora lontana. Quando avevamo altro a cui pensare.
Ogni giorno le stesse azioni, perché l’attesa è ripetizione. Dormivamo, mangiavamo, ogni tanto mettevamo qualche disco. E scopavamo. Scopavamo, perché l’amore l’avevamo barattato con la speranza. Anche quello era diventato un gesto meccanico, da compiere ogni qual volta le batterie erano cariche. Forse per questo giravamo nudi per casa. Non completamente nudi, ricordo che indossavamo solo i calzini. Entrambi lo facevamo, chissà perché, forse per evitare di dover infilare le scarpe.  A che servono le scarpe se non hai nessun posto dove andare?
Un tempo giravamo, anche parecchio. Eravamo curiosi. Così curiosi, che dovevamo dividere in due il fardello degli interessi. Ma due non bastavano più a un certo punto. Eravamo pochi. Accumulavamo. Dividevamo. Qualcosa avanzava sempre. Prima poco. Poi tanto. E quel tanto veniva da fuori, passava dentro di noi, arpionava le nostre carni, la nostra anima, la nostra coscienza, e spuntava fuori dall’altro lato. E lo mettevamo là. Lo impilavamo in un angolo. Ma l’angolo diventò una parete. La parte diventò una stanza. La stanza diventò una casa. La nostra.
A noialtri andò così, tutto quello che spurgavamo,  portava via un pezzo di noi. Ogni pezzo che andava via, accresceva il buco. Il buco aveva fame. Avevamo fame, perché il vuoto eravamo noi. Noi due, il nostro mondo e lo schifo senza nome che avevamo accumulato in casa.
Una semplice domanda, fatta non ricordo neanche da chi dei due, diede inizio all’isolamento. Perché prima che uno dei due ponesse quel quesito, la speranza non c’era. E se c’era, dormiva. Poi all’improvviso spuntò fuori. E come il più abile dei carpentieri, iniziò a tirar su le sue pareti. Sempre più spesse.
Ogni colpo d’anca un mattone. Ogni gemito una colata di cemento. Secondi, minuti, ore, giorni. Corriera, corriera.
Il mondo immobile, noi a recitare le nostre parti. Le coscienze sempre più sporche di delusione. Il fallimento pian piano che delineava i propri contorni, sempre più simili alle nostre sagome. La meccanica si inceppava sempre più spesso, così le parole prendevano il posto degli atti. Ogni tanto ci fermavamo, restavamo lì a guardarci, muti. Non ci riconoscevamo più in quei corpi sempre più smunti. Strizzati dagli eventi, dondolavamo avanti e dietro, quasi a nasconderci. Ci evitavamo, nonostante giocassimo a rincorrerci. La speranza aveva cambiato abito, era diventata senso di responsabilità. Quasi che lo dovessimo al Nostro Signore Il Vuoto Onnipotente. Facevamo quello che dovevamo fare perché dovevamo farlo. Così, tutto di un fiato, con quel fiato che ancora ci era rimasto. E ce ne era rimasto sempre meno. Perché l’aria si stava esaurendo in quella casa. A ogni passaggio di corriere era sempre meno. Il tempo ci stava prosciugando, ingialliva la nostra volontà, la essiccava. Piano piano, anche il senso del dovere evaporò. Rimanemmo così nudi, tranne che i per i calzini. Togliemmo anche quelli. Avevamo bisogno di lordarci, di riprendere possesso del mondo. Un passo per volta, ci allontanammo. La porta ogni giorno era sempre più vicina, poi diventò sempre più lontana, alle nostre spalle.
Noi che eravamo rimasti schiavi dell’ideale del futuro, vi rinunciammo. Il per sempre spiegò le sue vele seguendo altri venti. Lo schifo lo lasciammo dietro di noi. Eravamo delle lumache spurgate, pronte ad essere cucinate altrove.
Oggi non abbiamo più fame, almeno non quella fame. Ognuno sulla propria strada cammina seguendo i propri mattoni gialli, stando attenti a non sporcare anche le nuove scarpette, per preservarne il rosso accesso. Qualche volta ci incrociamo, facciamo finta di nulla, rimaniamo in silenzio, un silenzio però diverso da quello di quei giorni, e tiriamo avanti. Perché alla fine lo sappiamo entrambi, che se mai dovessimo riavvicinarci, Nostro Signore Il Vuoto Onnipotente reclamerebbe la sua parte. Così vaghiamo, corriere contromano, risospinti senza sosta nel passato.

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Non scrivevo da un paio d’anni, avrei dovuto continuare a non farlo.
Questo racconto è nato per caso, ho trovato un concorso che mi piaceva e mi son detto “quasi quasi”.
Mi intrigava l’idea di partire dall’incipit di qualcun altro, scelto da una rosa indicata nel bando (io ho optato per Murakami), per sviluppare la trama.
È venuta fuori questa cosa, una sorta di Ultimo Tango a Parigi in salsa baconiana.
Dato che non mi bastava sfruttare l’incipit di qualcuno molto più bravo di me, mi sono prefissato di terminare la storia parafrasando la chiusura  di un’opera qualsiasi di Francis Scott Fitzgerald, ho scelto “Il Grande Gatsby” (il più bel romanzo che sia stato mai scritto sui social media).
Il concorso è andato malissimo: su 152 ne hanno scelti 27 (non due o tre), il mio è stato scartato.
Non scrivevo da un paio d’anni, avrei dovuto continuare a non farlo.

Buio

Posted in LaLittératureDuMarronoir on 11/04/2014 by gfcassatella

BUIO

Prospettiva n° 1

Come e quando era sceso quel buio intorno a lei? Ricordava solo un gran sonno, ma non quanto tempo fosse passato da che s’era addormentata.
Se mai s’era risvegliata.
Dov’erano i folletti, gli uccellini, le fate? Dov’era il bosco? Il suo mondo.
La pece ammantava tutto costringendola in un angolo. Rimanere o andare? Rimanere dove? Andare dove?
Allungò un braccio, poi l’altro. Nulla.
L’oscurità aveva fagocitato tutto.
Un goffo tentativo di guadagnare la posizione eretta fallì. Meglio gattonare nel buio pensò.
E così fu.
L’erba, che quindi esisteva ancora, le bagnava delicatamente le mani.
Un passo, poi due, poi tre. Qualcosa che le insozzava gli arti v’era; questo la rassicurò e la persuase a continuare.
Poi ci fu l’urto, nulla di doloroso, solo un tonfo sordo del suo capo su un qualcosa al contempo morbido e rigido.
Senza pensarci due volte s’inginocchiò e con la mano cercò la superficie su cui aveva cozzato.
Niente! Certo, si era scontrata mentre era a quattro zampe, ma ora era inginocchiata, doveva solo abbassare un po’ la mano per trovare…
…trovare cosa? Come poteva definire quello che stava toccando? Era qualcosa di appuntito, cartilagineo e peloso.
I crini le sfioravano in modo deciso e delicato la cute.
Scese lungo tutta la superficie, poi decise di ritornare verso la sommità.
Una volta, due, tre.
Le pareva un orecchio. Appuntito, lungo e peloso, ma pur sempre un orecchio.
Stavolta decise di non tornare verso l’alto. Così la sua mano s’imbatté in un ciuffo di peli, quasi dei capelli, che separava cosa? Un orecchio dall’altro?
Sì, così era! Perché il suo palmo ne trovò un’altra di quelle strane cose appuntite, proprio là accanto alla prima: gemella e parallela.
Allora scese sotto quello strano ciuffo di capelli, se tali erano, e avvertì una superficie coperta di peluzzi simili ai primi ma più corti e duri.
Un occhio, un qualcosa di umido, forse un naso, una bocca.
Più toccava, più i pezzi del mosaico andavano al loro posto.
Più i pezzi andavano al loro posto, più la luce faceva capolino.
Quando arrivò al collo, quasi poté vederlo oltre che avvertirlo.
Ma a lei non bastava, voleva toccare quel corpo dal capo asinino.
In quella dimensione solo il tatto contava, gli altri sensi erano superflui.
Poi venne la volta del petto, quello di un uomo.
L’addome scolpito, morbido e rigido. Ecco dove aveva picchiato qualche minuto prima.
Poi le braccia muscolose.
Le gambe tornite e incrociate.
Intorno a lei erano comparsi gli alberi, il passero, l’allodola, il fringuello.
Il buio era diventato favola. La sua, ma non solo sua.
Lo guardò, lo riconobbe.
Lo conosceva tant’era vero che non l’aveva mai visto prima.
Lui era stato là prima, ora e sempre.
Con un nome diverso, che poi è lo stesso che gli si da ogni volta, anche se modulato in modo diverso.
Posò la testa bionda e riccioluta là dove l’aveva urtato la prima volta e disse: “Amore”.

Prospettiva n° 2

Sono cose che succedono, non le avevano detto tutti così? I bisticci nelle coppie capitano sempre, non sarà il primo e non sarà l’ultimo.
Assurdità per lei, perché lei sapeva che questo era vero solo a metà: sai che non è il primo, se il primo non è, ma non sai mai se quello può essere l’ultimo, perché le storie finiscono.
All’inizio avverti le farfalle nello stomaco. Ti credi la regina di un mondo fatato. L’esistenza scorre felice: senti il passero, l’allodola, il fringuello cantare.
Poi arriva il buio, accompagnato dal gelo che cristallizza e rende tutto fragile.
Giri, vaghi, sbatti, urti.
Gli alberi diventano colonne di cemento.
Gli uccelli neri pipistrelli.
I suoni rumori.
Questo capita a tutti, è normale.
Questo capitò a lei.
Quanto durò la sua oscurità? Non lo sa, le sarebbe bastato poco a scoprirlo facendo due calcoli calendario alla mano. Ma a che pro?
Meglio il sonno della ragione, quello in cui la sua mente va a una certa velocità, quella normale perché è sua e il mondo ne ha un’altra, forse più lenta.
Tutta colpa del buio, dove le ombre non ci sono e, senza di loro i dubbi, scemano. Dove a vedere sono le mani, perché gli occhi sono ammantati da un drappo nero.
Là dove vai a tentoni e a strappi. Dove un passo avanti non è detto che non sia un passo indietro.
Là dove la solitudine non c’è, perché non puoi vedere chi manca: chi c’è non c’è e chi non c’è potrebbe esserci. Chissà.
Là dove la sinistra è sempre a destra della destra.
Puoi solo andare avanti, finché non urti su qualcosa.
Poi quel qualcosa è un qualcuno, o almeno per lei fu così.
La luce pian piano filtrò, si lasciò andare.
Iniziò a fidarsi, la vista si fece strada nel dominio del tatto.
Quello che le sembrava brutto, scoprì che poi così brutto non era.
Le sue orecchie, il suo naso, la sua bocca, si sovrapposero a quella di chissà chi altro.
Quello che prima era un mostro, oggi non lo è più.
Lei è tornata regina.
Lui è diventato il mastro tessitore delle sue emozioni, abile a intrecciare paura e insicurezza con dolcezza e desiderio.
Il passato è ormai alle spalle, il futuro ha il profumo della speranza e del mirto.
Ora lei lo sa, i bisticci nelle coppie capitano sempre, verrà il primo e non sarà l’ultimo.
Ma questo non le ha impedito di posare la testa là sul suo petto e pronunciare piano il suo nome: “Amore”.

Il metallo italiano ai tempi del grunge

Posted in LaMusiqueDuMarronoir with tags , , , , , , , , , , , , , , on 25/06/2013 by gfcassatella

Più o meno di ‘sti tempi, venti e passa anni fa (meglio non quantificare quel “passa”, correrei il rischio di apparire più vecchio di quanto io non sia), iniziò il mio cammino consapevole nel metal. Prima di allora avevo sempre ascoltato di rimando ciò che trasmettevano raramente in radio o i vecchi dischi di qualche parente. Di come sia passato dal rock più canonico (Pink Floyd e Dire Straits) alla musica pesante, magari, lo racconterò altrove. Oggi mi preme parlare del metallo in Italia negli anni 90, quando internet non c’era e i metallari li contavi sulle dita di una mano: l’heavy metal era una passione che maturavi in solitudine. Certo avevo amici che ascoltavano cose più alternative, per lo più, però, si trattava di grunge. Io invece ero metallaro, quando il metal non se lo calcolava nessuno. Le etichette se non venivi da Seattle non ti producevano, figuriamoci se poi eri italiano. Qualcuno ce la faceva, in barba alle difficoltà. Per me erano degli eroi non da poco. Oggi è tutto un supportate il metal italiano, all’epoca non era così: se ascoltavi i gruppi nostrani, ti prendevano per un pazzo. Attualmente leggo recensioni che vanno dall’otto in su, se sei nato da questo lato delle Alpi, cosa che trovo fastidiosa e controproducente (tant’è che la scena nostrana è mediocre e derivativa). È agli eroi di quei tempi che voglio rendere tributo. La classifica dei dieci album metal italiani degli anni è ipermegasoggettiva, non prende in considerazione il valore assoluto dell’album, ma quello relativo, cioè ciò che rimane dopo l’esser passato dal filtro della mia sensibilità. Era un periodo particolare per me, ricco di entusiasmo (stavo scoprendo un mondo musicale nuovo) e di tempo libero (le estati erano tre mesi veri di vacanza). Quindi se mai qualcuno dovesse leggere questo pezzo, non stia lì a dire “ma questo non capisce una mazza di musica”, oppure “ma quel disco è una cagata pazzesca”. Non vanno bene neanche i professorini del tipo: “manca questo, manca quello”.Manca un sacco di roba (sempre meno di quella che mancherebbe se mi fossi concentrato sugli anni che vanno dal 2000 in poi) sia perché per me non hanno un valore affettivo, sia perché magari non avevo quel disco (prima non era tutto a portata di link).

Gli album in questione sono stati scelti prendendo in considerazione tre fattori:
1) Cronologico: usciti tra il 1990 e il 1999;
2) Possesso: dovevo avere tra le mani il disco nello stesso lasso di tempo;
3) Affettivo: devono avere per me un valore sentimentale.

Quindi fuori rimarranno gli In.Si.Dia., per quanto importanti storicamente, all’epoca li snobbai (non so perché, forse per l’uso dell’italiano). I Natron, solo perché Bad Time For Mercy, il loro primo album che ho comprato, è stato pubblicato nel 2000. I W.O.M.P. gruppo che rientra nel decennio, ma che ha inciso qualcosa di veramente brutto.

10) Evol – Portraits (1999)

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Pacchiano, rustico, al limite del brutto. Però ha un fascino avatiano e pane e salame, che mi solletica le fantasie più recondite. Come si può resistere a un disco così, che ti spiattella il male in questo modo casereccio?

09) Mortuary Drape – Secret Sudaria (1997)

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L’altra faccia del male, quella sporca di sangue e polvere. Qui il male è cattivo, concreto. Un misticismo terreno, poco raccomandabile. Facevano sul serio questi tipi, non erano dei meri imitatori dei signori del nord.

08) Labyrinth – Return to Heaven Denied (1998)

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Già vi vedo là a storcere il muso, ma com’è fa tanto l’esperto al cazzo e poi mette un disco di power? Primo, io non faccio l’esperto al cazzo: io sono un esperto. Secondo, questo disco, non solo mi piace, ma è uno dei più importanti album della storia metallica di casa nostra. Se non ci fossero stati i Labyrinth a dimostrare che anche gli italiani sapevano essere seri e professionali, probabilmente oggi fuori ci considererebbero ancora il terzo mondo. Questo platter ha aperto la strada al mercato internazione ai gruppi nostrani di ogni genere: dopo il successo di RTHD partì la caccia grossa alle band dello Stivale. Un cambio di tendenza che non era capitato neanche con lo sbarco dei Bulldozer su RoadRunner (anche se, in verità, a quei tempi l’etichetta, allora olandese, non era ancora il colosso attuale).

07) Sinoath – Still in the Grey Dying (1995)

sinoath
Non ricordo come mai comprai questo lavoro, forse perché ne avevo letto la recensione da qualche parte, o più probabilmente solo perché costava poco e mi servì per raggiungere il minimo di spesa per abbattere le spese di spedizione. In ogni caso, il primo ascolto fu folgorante, black metal in salsa mediterranea con tastiere grandiose. Decadente e, a suo modo, barocco. Una piccola perla nera che riascolto spesso e volentieri. Qualche anno dopo ho avuto la possibilità di recensire il suo successore, ma in parte il fascino amatoriale di questo lavoro è andato perso. Un gruppo che avrebbe meritato migliore fortuna.

06) Novembre – Wish I Could Dream It Again… (1994)

novembre
Ancor’oggi il miglior disco dei Novembre (so che molti non la pensano così), nonostante una certa immaturità di fondo. Questo lp è la risposta mediterranea alle pubblicazioni Peaceville. Se quelle dell’etichetta inglese erano delle opere gotiche, WICDIA è un album verista, verghiano (forse in questo senso subisco l’influenza della copertina). La band romana ha ripubblicato questo esordio qualche anno dopo, credo che sia stato risuonato completamente. Mi sono sempre rifiutato di ascoltare la nuova versione, non ne ricordo neanche il titolo.

05) Extrema – The Positive Pressure (Of Injustice) (1995)

extrema
Fu una mezza delusione per tutti, con il senno di poi, oggi viene considerato un gradino sotto rispetto all’esordio. All’epoca però fu incensato, recensioni tutte positive, interviste, copertina di HM. Per me rimane l’album simbolo dei milanesi, forse perché sembrava che finalmente avevamo un gruppo che ce l’aveva fatta. Questi non solo incisero un disco, ma erano stati capaci anche di fare il bis. Poi avevano una clip in rotazione su VideoMusic, vuoi mettere? Aprirono per i Metallica e Vasco Rossi (nessuno è perfetto). Erano delle star. Per quanto panteroso, TPPOI è per me l’Album degli Extrema.

04) Paul Chain – Alkahest (1995)

chain
Ma quant’è bello ‘sto disco? All’epoca avevo sentito solo parlare di Paul Chain, sapevo che aveva fatto parte dei Death SS, ma non avevo ancora ascoltato nulla di suo. Chi conoscevo era Lee Dorian, un garante fin troppo credibile. Questo è anche una delle prime pubblicazioni della Godhead Records, sottoetichetta della Flying Records di Napoli, che cercava di entrare nel mondo del metal (in quegli anni era comunque uno dei maggiori distributori italiani). La GodHead si rivelò un’operazione fallimentare, ma c’ha lasciato diverse chicche firmate Acrimony e Sadness, solo per citarne alcune. Io considero Alkahest il miglior lavoro di P. Chain, mi perdonino i puristi. In questo lp il marchigiano raggiunge l’equilibrio perfetto, riuscendo a tramutare in forma di canzone tutto quello che aveva fatto prima. Poi come posso scordare le interviste rilasciate dall’inglese in cui raccontava di come il buon Paolo lo portasse in giro per cimiteri nelle pause tra una registrazione e l’altra?

03) Opera IX – The Call of the Wood (1995)

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Ancora una pubblicazione del 1995. Uno degli album più suggestivi che abbia mai ascoltato. Tornando ai soliti parallelismi letterari, definirei TCOTW “silvano” (che D’Annunzio mi perdoni). Quante band ho ascoltato che si autodefiniscono pagane? Tante. Quanti lavori di queste lo sono, poche, forse nessuno. Però questo non vale per TCOTW. Black metal con influenze dark (che piano piano prenderanno il sopravvento, almeno sino alla fuoruscita della singer), su tutto la straziante voce di Cadaveria. La colonna sonora ideale per una versione nera del “Sogno di una notte di mezza estate”.

02) Sadist – Above The Light (1993)

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Chi ne capisce dice che il suo successore, Tribe, è anche meglio. Però per me questo esordio resta il capolavoro assoluto dei Sadist. Se non fossero stati italiani, questo disco avrebbe creato un piccolo fenomeno di culto a livello mondiale. Troppo intelligenti per fare il botto, e la storia insegna che un certo tipo di band (Nocturnus, Atheist, Cynic e Pestilence) alla fine si sono sciolte per scarse vendite, per poi riscoprirsi acclamate nell’epoca del download (tradotto: se dovevi spendere i soldi, li dirottavi su band sicure. Se non paghi per la musica, puoi pure fare il figo con le compagini eccentriche). Di questo disco ricordo tutto, dalla pubblicità su HM a cosa stavo leggendo mentre l’ascoltavo per le prime volte: Il Signore degli Anelli. Nonostante siano passati un sacco d’anni, ed abbiano fatto una ciofeca di trilogia cinematografica, nessuno mi toglie dalla testa oggi che ho quasi 38 anni, che quel diciassettenne ha ascoltato l’unica e vera colonna sonora del capolavoro di Tolkien.

01) Sylvester’s Death – The Cursed Concert (1992)

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Un grande amore nato per caso, grazie a un errore. Da giovin metallaro ero succube del genere che all’epoca andava per la maggiore, il death. Avevo appena scoperto Sepultura, Obituary e Deicide, ero alla costante ricerca di gruppi che suonassero come i tre nomi di cui sopra. Nel negozio di dischi di mio padre comparve un cd con una copertina poco chiara e un bel death nel monicker. Per mia grossa sorpresa la band non aveva nulla da spartire con le sonorità che cercavo, ma era qualcosa di più: la trasposizione in musica dei miei film horror preferiti, quelli della Hammer. Inoltre avevano un’immagine scioccante, altro che Kiss! Da quel momento iniziai la ricerca dei loro lavori precedenti, non ebbi difficoltà nel recuperare quasi subito i vinili di Heavy Demons e Where Are Have You Gone?, e comprai tutte le loro uscite successive, singoli, lp, ep, vhs (in primis proprio la trasposizione visiva di questo concerto) e dvd. Oggi il grande amore è finito, dopo che per anni s’è trascinato (da Panic in poi non c’ho capito più nulla), però The Cursed Concert è il mio album metallico italiano dei novanta per antonomasia.

Made in Italy – Fabbricato in Italia

Posted in LaLittératureDuMarronoir with tags , , , , , , , on 02/01/2013 by gfcassatella

I primi sono stati più fortunati. Ormai è piena emergenza, non siamo più in grado di garantire cure adeguate ai clandestini che arrivano dal mare.
Finché erano poche centinaia riuscivamo a curarli, almeno nei limiti delle esigue risorse messe a disposizione dal Ministero della Sanità. Ora non è più così: ne arrivano a migliaia ogni giorno e in più ci sono loro, i robot della Guardia Costiera.
Non dovrei scriverle queste cose, lo so. Rischio, ma ho bisogno di parlarne, anche solo a me stesso. Preferisco scribacchiare su carta per poi bruciare tutto. I computer sono sotto controllo, anche se loro negano.
Il manuale d’uso dei robot, redatto dal Ministero, è là sulla mia scrivania, con la sua copertina che ne raffigura uno con un bambino in braccio mentre altri giocano tranquilli intorno a lui. Per lo più sono piccoli quelli cha arrivano nelle nostre tende. Non sono forse loro quelli più affascinati da quelle macchine scintillanti? Non sono forse loro che nei giorni festivi si fanno portare da mamma e papà nei musei del Ministero della Difesa per vedere da vicino quei prodigi?
La guida illustra le dotazioni portentose di queste creature senzienti: taser, laser, radar (chissà perché poi finiscono tutte in “r”?).
C’è anche un fumetto che ne spiega il funzionamento. Vedere questi apparecchi ingentiliti dal tratto del disegnatore e gli sguardi cattivi dei clandestini è un controsenso.
Perché poi c’è la realtà.
Loro, i robot, sono algidi. Scintillanti. Puliti.
Loro, i clandestini, sono sporchi, per lo più di sangue.
I primi sono quasi sempre infallibili, tocca a noi correggere i loro errori, rattoppando le loro vittime
Avverto prima il rumore, poi l’odore. Il rumore dei loro passi, l’odore dei profughi che depositano innanzi all’ospedale.
A noi tocca fare i burocrati e poi i medici. Stiamo là con l’orecchio rapito dalle urla di dolore e con la mano che attende la ricevuta con il numero di uomini da prendere in custodia. Piccoli numeri destinati a diventare grandi nella bocca grassa della propaganda.
La bolla oggi riportava: “5=1+2+2: 1 uomo + 2 donna + 2 bambino”. Tutto è ragioneria di stato.
A me è capitato uno dei “2 bambino”. Aveva il corpo ricoperto di ustioni. È tipico nei piccoli. Appena arrivano sulla spiaggia corrono verso i robot per toccarli. Sono programmati per questo: se intercettano dei ragazzini devono solo aspettare. Saranno le vittime ad andare dal carnefice e, a traino, arriveranno i genitori.
I piccoli istintivamente porgono la mano alla macchina. I robot ricambiano. E quella che potrebbe sembrare la pantomima della Creazione di Michelangelo si conclude con odore di carne bruciata. I solerti redattori della guida non l’hanno scritto che dopo ore di esposizione al sole diventano roventi. Il bambino una volta in braccio sfiora e tocca la carlinga in più punti.
Poi c’è quello che io chiamo il Marchio. Sulla carne delle vittime spesso trovo la dicitura “Made in Italy – Fabbricato in Italia”. Pur scritta al contrario è facilmente leggibile. Capita che la vittima, nel tentativo di divincolarsi, poggi la propria carne sulla targa con l’iscrizione posta sul fianco del robot.
Il Marchio non è solo danno: è beffa. Quella frase ricorda che i robot ce li hanno venduti loro, gli italiani. Hanno venduto a noi la tecnologia che li rispedisce a casa. Che distrugge le loro speranze di farsi una vita lontano dal Paese che non può più ospitarli dopo la “Grande Sciagura”.
Costruiti per respingere noi, ce li hanno venduti e ora noi li usiamo contro di loro.
Mi chiamano, altri numeri in arrivo.
Devo distruggere ciò che ho scritto, spero solo che la cenere mondi la mia coscienza.
Tripoli, 25/04/2061

Storia di un povero diavolo

Posted in LaLittératureDuMarronoir on 14/11/2012 by gfcassatella

Questa è la storia di un povero diavolo. Uno di quegli individui che si mimetizza nel nulla dell’esistenza.
Questa è la storia di un tizio che, se può, le grane le scansa, come cacche sui marciapiedi.
Questa è la storia di un povero diavolo e di quella volta che ne pestò una.
Sia ben inteso, ne schiacciò una in senso metaforico, mica una vera. Non sarebbe educato da parte mia raccontare in giro certi avvenimenti sconvenienti.
La mia narrazione parte dal momento in cui lo sventurato è seduto in una sala d’attesa. Non è proprio l’inizio della vicenda, ma non è neanche la fine. È più o meno la metà, perché chi ben comincia è a metà dell’opera, ma se inizi bene dalla metà, giocoforza non annoi.
Seduto com’è, pare in fuga verso il basso: spalle curve, capo chino, mani conserte. Sembra quasi che la forza di gravità sia lì solo per lui, a reclamarne la sostanza.
Ma il lettore sappia che lo sventurato non è risucchiato dal pavimento, è solo oberato dal peso della faccenducola che l’ha portato in quel luogo, tra le genti più disparate.
Una scatola bianca con un foro d’ingresso. Sedie arringate in file parallele, soldatini consunti in attesa di deretani.
Piccole pesti che corrono qua e là gridando. Mamme esauste che rimpiangono una giovinezza terminata troppo presto. Uomini grassi che gironzolano in cerchio.
Gli odori sono dei vivi, ha detto qualcuno. E se non l’ha detto nessuno, qualcuno prima o poi lo farà. Là di vita ce n’è tanta, forse troppa. Così come le mosche, questuanti isteriche, regine degli avanzi.
Lo vediamo stringere tra le dita un biglietto con su un numero. Lo stesso che c’è su quel tabellone luminoso sul fondo della scatola.
S’alza come se non si fosse mai alzato prima. Cammina come se fosse l’ultima volta.
Scorge dietro un vetro una figura. È a lei che dice: «buongiorno, ho un reclamo da sporgere».
«Ha compilato il modulo?» questa volta è la bocca a parlare.
«Eccerto!».
«Dia qui».
«Ecco».
«Cos’è che non va con questa cosa qua?».
«È difettosa».
«In che senso?».
«Non fa quello che deve fare, per fare altro che non deve fare. Non so più cosa fare!».
«Ha contattato il venditore?».
«Certo, c’ho parlato con il Dottor Cassatella».
«E cosa le ha detto?».
«Che non sono problemi suoi, di rivolgermi a un centro assistenza, che quelli lì son bravi a risolvere i problemi».
«E lei ci è a andato?».
«Sì».
«Embeh?».
«Non sono così tanto bravi a risolvere i problemi».
«Quindi lei vorrebbe recedere dal contratto?».
«Se fosse possibile».
«Qui vedo che il prodotto è del 1975».
«Esatto».
«Ci sta che non funzioni bene dopo quasi quarant’anni».
«Ma che dice? Per questi prodotti qua il tempo non è un fattore determinante».
«Sarà…».
«Senta, sono secoli che sto nel settore, ne saprò qualcosa».
«Sarà…».
«Mi faccia il reso, non ho mica tempo da perdere io!».
«Si calmi. Ha ancora la ricevuta d’acquisto?».
«Eccola».
«L’ha pagata pochino, di cosa si meraviglia?».
«Senta, lei è un addetto all’ufficio resi o un critico?».
«Esprimevo un parere, ma che modi sono questi?».
«Faccia il suo lavoro!».
«Le mie giornate sono lunghe e noiose».
«Si compri un cucciolo».
«Se l’è meritata».
«Cosa?».
«La fregatura».
«Ma come si permette?».
«L’ha pagata pochissimo, cosa s’aspettava?».
«Ancora sta storia? Non l’ho pagata poco. E poi anche se fosse? Ho fatto un affare, frutto della mia abilità nel contrattare».
«Sarà… ma per me se l’è cercata».
«Le ripeto: lei è qui per fare i cambi o per giudicare?».
«Sono per qui fare i cambi, ma se quelli come lei fossero meno avventati nel fare gli acquisti, questo inferno sarebbe meno gravoso per tutti».
«Voglio parlare con un suo superiore!».
«Mavalà, ora risolviamo tutto! Lei ha barrato la casella guasto: qual è il problema».
«Non funge. L’anima di questo Cassatella è inutile».
«Come può essere un’anima inutile?».
«Le spiego, noi diavoli possiamo utilizzare le anime in due modi, a seconda che siano appartenute a soggetti buoni o cattivi. Nel primo caso le convertiamo al peccato, riuscendo in un colpo solo a rimpolpare le nostre schiere e a indebolire quelle avversarie. Se l’anima invece è cattiva, non dobbiamo neanche fare lo sforzo di tramutarle, possiamo passare direttamente alla fase tormento».
«E quindi?».
«L’anima di sto tipo l’ho testata sia in un modo che nell’altro, ma non reagisce: è apatica. Non ne traggo nessun godimento dal torturarla. Le mie corna restano in uno stato di rilassatezza quando la uso per ricavarne piacere. Che me ne faccio?».
«Capisco. Quindi lei vorrebbe indietro ciò che ha dato in cambio del prodotto difettoso?».
«Esatto».
«Qui leggo, testuali parole, che lei ha pagato come corrispettivo “superamento del blocco dello scrittore” ».
«Sì, quel mediocre non riusciva più a cavare un ragno dal buco, io l’ho sbloccato. Ho dato una spintarella. Appena m’ha stretto la mano, s’è messo a scrivere come un ossesso».
«Sa che questo non va a suo vantaggio?».
«In che senso?».
«Nel senso che se sto Cassatella finisce la sua storia, il contratto è perfetto, quindi lei non può ricevere il rimborso».
«Occacchio! Quindi?».
«Quindi da quel che risulta dai nostri terminali la storia non è ancora terminata, ma potrebbe esserlo da un momento all’altro. Deve spicciarsi prima che Cassatella scriva la parola “fine”».
«Allora sono in tempo, mi dia quanto mi spetta».
«Un attimo che le stampo la ricevuta, lei me la firma, ed è tutto a posto».
«La ringrazio».
«Ecco a lei, metta una firma qua e una qua».
Ora il lettore comprenderà che gli eventi non possono più andare avanti, costretto dalle vicissitudini mi vedo obbligato a interrompere bruscamente la mia narrazione. Forse non sarà educato, e per questo mi scuso. Ma arriva sempre il momento in cui l’autore deve scrivere quella parolina.
Fine.

Terra & Fuoco

Posted in LaLittératureDuMarronoir on 14/10/2012 by gfcassatella

Terra

Oscar Marzorati, detto “stecco”, per tutta la notte non aveva chiuso occhio. La branda sudicia sembrava ardergli sotto il culo e così, quando il primo pallido sole filtrò tra le assi della tapparella rotta della sua stanza, decise di alzarsi.

La vita di Oscar Marzorati, detto “stecco”, non è che fosse complicata più di tanto, anzi, problemi ne aveva pochi, due per la precisione: procurasi la droga e procurarsi i soldi per procurasi la droga. Che poi, alla fine della giostra, erano un problema solo.

Inutile starvi a raccontare come il combustibile che alimentava il fuoco sotto la branda fosse rappresentato da quei due problemi, che poi, alla fine della giostra, erano uno solo.

Se qualcuno durante la notte avesse attaccato una dinamo e una lampadina a Oscar Marzorati, detto “stecco”, avrebbe potuto ricavarne della luce, visto che quell’anima pia s’era voltata e rivoltata nel letto in continuazione.

Be’, un po’ s’era calmato quando gli era venuta l’idea. Solo che poi gli era sopraggiunta una strizza nuova, e neanche tanto meno preoccupante di quella originaria. Il problema dei soldi poteva anche essere risolto se tutto andava bene, ma se qualcosa fosse andato storto, a un guaio solo se ne sarebbe aggiunto un altro. E due guai, per uno che nella vita aveva solo due problemi, che poi, alla fine della giostra, erano un problema solo, non erano mica pochi. Eh, no.

Il piano era semplice, perché semplice era la sua mente. Doveva andare al Campo dei Vetri, trovare una delle bustine sotterrate da Alano (in realtà si chiamava Sansone, ma sin da piccolo, il poveretto aveva subito l’onta di quel soprannome fumettistico) e poi rivenderle. Avrebbe avuto la grana per pagare Gratta-gratta (nessun riferimento ai fumetti, più che altro un problema giovanile di piattole. Rischi che si corrono perdendo la verginità con prostitute a basso costo). Facile a dirsi, meno a farsi (e dire che lui era un campione del “farsi”). Se Alano l’avesse beccato… meglio non pensarci.

Si mise quel maglione che nonna Carla, buonanima, gli aveva regalato secoli prima e che tanto bene gli stava, ovviamente secoli prima. Per la precisione quando Oscar Marzorati, detto “stecco”, non era ancora “stecco”. Quella mattina il suo corpo scheletrico ballava nel maglione, come un cazzo moscio in un preservativo. E gli uomini sanno bene quanto questa immagine non sia piacevole.

Col suo bel maglioncino addosso, Oscar Marzorati, detto “stecco”, si recò verso il Campo dei Vetri. A questo punto della storia c’è bisogno di una pausa per chiarire cosa sia il Campo dei Vetri. La mia spiegazione potrà apparire sarcastica e ricca di critica politica, ma vi assicuro che così non è. Sto solo raccontando dei fatti, e se qualche sentimento traspare dalla mie parole, è frutto della mia sbadataggine. Non mi permetterei mai d’influenzare il lettore.

Il Campo dei Vetri un tempo non era il Campo dei Vetri. Era solo un campo, di quelli che ce ne sono tanti in periferia. Circa una cinquantina d’anni prima il signor Mazzoleni Mario, operaio, che un tumore al colon ha portato via, diede inizio a una strana semina. Le Officine Meccaniche Menighetti si trovavano dall’altro lato del campo (che un giorno sarebbe diventato dei Vetri ma che all’epoca era ancora campo) rispetto all’abitazione del signor Mazzoleni Mario, operaio, che un tumore al colon ha portato via. Ogni mattina, quel solerte lavoratore, per arrivare a lavoro, ovviamente presso le Officine Meccaniche Menighetti, doveva superare quel terreno incolto. Chi di voi ha frequentato le periferie, con annessi campi incolti, sa bene come questi attraggano la cacca di cane. Questo nulla sarebbe se anche le suole di scarpa non attirassero la suddetta sostanza. Deve essere una questione di chimica, oltre che di destino. Il povero signor Mazzoleni Mario, operaio, che un tumore al colon ha portato via, un giorno sì e l’altro pure si ritrovava con la suole delle proprie calzature sporche. Quella era la parte meno brutta della cosa, il vero dramma era il ritorno a casa con conseguente sgridata da parte della di lui consorte (donna all’antica, che mai e poi mai avrebbe permesso al di lei consorte di pulire da sé la scarpa).

Così, un giorno, il signor Mazzoleni Mario, operaio, che un tumore al colon ha portato via, ha iniziato a tritare cocci di vetro e seminarli nel campo. Voi direte: «ma come si può riempire un campo tutto tutto di vetri?». Semina oggi… semina domani, e vedi se in trent’anni di carriera presso le Officine Meccaniche Menighetti, il campo non si riempie. Poi c’erano anche i week end dedicati alla semina. Be’, se non siete dei tonti (e io so che non lo siete se state leggendo questa storia), avrete già capito che gli infidi vetri erano stati seminati sul terreno per tagliuzzare le zampette degli abituali defecatori. Ma quello era il minore dei danni prodotti: non bisogna dimenticare quelli inflitti all’orifizio meno nobile, all’intestino e al colon dei più sventurati cagnolini che trovavano del cibo nel campo. Non so se avete mai avuto un cane. Io l’ho avuto e posso dirvi che quelle creature di Dio stupide non sono e proprio per questo i quadrupedi che bazzicavano da quelle parti decisero che la città è grande e che un altro posto buono per svuotarsi lo si trova sempre. Quindi stettero alla larga da quel campo. Il tutto per la gioia del signor Mazzoleni Mario, operaio, che un tumore al colon ha portato via (al lettore più attento non sarà sfuggito il contrappasso: chi il colon ferisce, di colon perisce). Ma questa è solo la prima parte della genesi del Campo. Le periferie sono terre di confine (altrimenti si chiamerebbero in altro modo) e quando dei giovani virgulti videro fiorire su quel campo cocci di vetro, ben pensarono di passare notti intere a rompere bottiglie in quel terreno. Ma non solo, la notizia arrivò alle ben più gentili orecchie dei ragazzini del centro città che, pur avendo maniere assai più educate dei coetanei di periferia, non seppero resistere alla tentazione di seminare vetro anche loro. E come già detto, semina oggi… semina domani…

Il Campo dei Vetri era diventato così meta di eco-turismo: persone dalle città limitrofe venivano con buste cariche di vetri a dare il proprio contributo.

Negli anni si erano avvicendate giunte comunali e nessuna di queste aveva risolto l’annoso problema. Una volta, per esempio, un candidato sindaco, del quale non farò il nome per motivi di convenienza politica, tentò di farsi riprendere all’esterno del Campo. Lui era carico, aveva un discorso che era una bomba, avrebbe garantito al pubblico che con lui seduto sulla prima poltrona della città il problema sarebbe stato risolto. Già contava mentalmente i voti (se fossi stato un cane randagio l’avrei votato) quando il cameraman gli fece notare che non era possibile fare le riprese: il riflesso del sole sui vetri offuscava l’immagine. E così la politica dimenticò il Campo dei Vetri.

Ora, se non siete un cameraman o un candidato sindaco, non potete non rimanere affascinati dallo spettacolo offerto da quel terreno frammentato di vetri. Il sole vi ci si riflette, quasi a volersi specchiare. D’altra parte sembra che la nuda terra voglia sfidare quella stella così vicina al nostro pianeta. Pare dire: «Son terra, ma brillo come te e non causo tumori alla pelle, a differenza tua».

Se Oscar Marzorati, detto “stecco”, fosse stato ancora minimante interessato alla bellezza, si sarebbe fermato qualche secondo d’innanzi a quello spettacolo. Ma lui aveva altro a cui pensare. L’ultima volta che era stato da quelle parti aveva comprato la droga da Alano. Il pusher,dopo aver intascato il denaro, si era recato nel campo, non senza aver indossato un bel paio di guanti pesanti, e aveva iniziato ad alzare sassi a casaccio. Alza qua, alza là, dopo una decina di minuti se n’era tornato con una bustina contente una dose. Capire quale fosse stato il masso sotto il quale la roba era conservata sarebbe stato impossibile. Alano aveva un soprannome da cane, ma di cervello ne aveva eccome (se cresci per la strada e sei a contatto con i tossici qualcosa devi pure escogitare).

Il piano di Oscar Marzorati, detto “stecco”, era quello di rovistare, anche tutta la giornata, nel campo, scovare la roba, venderla (magari trattenendo qualcosa per sé, nel caso il raccolto fosse andato bene) e con il ricavato pagare Gratta-gratta.

Entrò in quella distesa di terra luccicante, incurante del rumore del vetro che si frantumava sotto la suola delle proprie scarpe e di tutto quello che avveniva intorno a lui.

Fuoco

Michele Curcio, detto “Mercalli”, aveva dormito come un ghiro con una flebo di Valium attaccata alla coda pelosa. Di alzarsi dal letto non ne aveva la minima intenzione. Vi era attaccato, e non solo perché le gocce di sperma del suo trastullo pre-sonno si erano seccate appiccicando pigiama e lenzuolo fra loro. Era proprio che non aveva voglia di andare a scuola. Passare cinque ore tra i banchi a far finta d’ascoltare i professori, non era cosa quella mattina. E poi c’era sempre la mezz’oretta prima e quella dopo la lezione (senza scordare l’intervallo, quindici minuti circa) in cui tutti gli altri scolari passavano da lui a prenderlo per il culo. Non era mica colpa sua se soffriva di tic. A loro poco importava e lo sfottevano.

Le voci provenienti dalla Tv ruppero il silenzio nella stanza. La mamma era sveglia e di lì a poco avrebbe fatto capolino nella sua camera. Tanto valeva farsi trovare già sveglio. E poi doveva pulire il lenzuolo.

Indossò il maglione che nonna Carla, che prima o poi deve schiattare la vecchia rincoglionita, gli aveva regalato il Natale precedente. Lo indossò, nonostante gli andasse stretto. Per sua nonna aveva ancora dieci anni e non quindici. Ma prima o poi sarebbe morta anche lei e forse qualche cosa l’avrebbe eredita anche lui. Lo meritava, indossava quel maglione solo per farla contenta (in realtà lo faceva per non sorbirsi le prediche di mamma, ma questo meglio che la nonnina non lo sapesse), eccheccazzo!

Si vestì, ripulì il lenzuolo e andò in cucina. Detto così sembrano semplici operazioni. Probabilmente lo sono per molti di voi. Ma se ti chiamano “Mercalli” è perché qualche problemino motorio ce l’hai. Michele Curcio, detto “Mercalli”, non aveva un semplice tic all’occhio o al labbro o ancora meglio sotto le palle (meglio perché nessuno se ne accorge, non per altro). No, lui aveva mille tic e quando si muoveva sembrava un ballerino di break dance fatto di crack che danza durante una scossa di terremoto. Per farvi capire il suo dramma vi faccio un esempio: in classe lui aveva un banco singolo appoggiato al muro poiché i suoi movimenti convulsi lo spingevano in avanti. Avevano provato a metterlo in fondo, ma a fine giornata si ritrovava a ridosso della cattedra. Tanto valeva, pensò Nicola, bidello che se si fa i cazzi suoi forse è meglio, appoggiare il banco al muro, non dopo aver messo un po’ di spugna sul bordo così la parete non si rovina. Quel poverello di un Michele Curcio, detto “Mercalli”, si trovava sul fianco di spalle alla cattedra e quindi passava cinque ore con il collo girato. Magari a voi che leggete forse piaceva andare a scuola, ma credo che comunque comprendiate come mai Michele Curcio, detto “Mercalli”, poco gradiva alzarsi ogni mattina per sottoporsi a quella tortura.

Quel giorno niente scuola, aveva deciso. Sarebbe andato al Campo dei Vetri, era tanto che non ci andava. A lui piaceva guardare i piccoli frammenti che riflettevano la luce. Aveva anche pensato di andarci a vivere in quel campo. Nei suoi sogni si vedeva al centro del terreno, tutto pieno di tic (neanche nelle sue fantasie riusciva a liberarsi di quei movimenti convulsi). A un certo punto dal sole partivano tanti raggi che, rifrangendosi sui vetri, accendevano tanti piccoli fuochi. E poi i piccoli fuochi diventavano grandi fuochi. E lui là, al centro, a sciogliersi pian piano. A diventare un tutt’uno con il fuoco. E vaffanculo mondo. Se non posso bruciare te, brucio me.

A Michele Curcio, detto “Mercalli”, il fuoco piaceva. Portava sempre con sé un accendino. Ci metteva un po’ a fare il movimento giusto per accendere la fiamma, ma quando ci riusciva…

Quella mattina sarebbe andato al Campo, ma prima si sarebbe fermato a comprare un po’ di alcool. La busta nera per la spazzatura l’avrebbe presa da casa. E poi, se fosse stato fortunato, avrebbe trovato un bel gattino per strada, l’avrebbe messo nella busta, gli avrebbe dato fuoco.

Lo aveva fatto già in passato e la cosa lo affascinava sempre. Vedere il gatto impazzito, con le fiamme su per il culo, correre per il campo lo faceva star meglio. E poi c’era l’effetto che lui chiamava scia: i vetri disseminati su terreno riflettevano il fuoco in movimento, illuminandosi uno alla volta, per poi spegnersi appena il felino s’allontanava.

Be’, se per un attimo scordiamo che il fuoco corre grazie al gatto che ci sta sotto, non possiamo non ammettere che l’effetto abbia un suo fascino.

Quando Michele Curcio, detto “Mercalli”, arrivò al Campo dei Vetri, il suo morale era sotto i tacchi. Non aveva trovato un gatto, neanche uno. Aveva provato anche vicino al pino grande, dove Rosa la “gattara” ogni giorno lasciava dei papponi maleodoranti, ma nulla.

Prima dell’una e trenta a casa non poteva tornare, tanto valeva sedersi e aspettare. Magari qualche gatto da lì ci passava pure (anche se non ne aveva mai visto uno da quelle parti. Colpa dei vetri, ovvio). Vide una grossa pietra in tufo dalla forma squadrata. Si lasciò andare, ma il suo culo non centrò il masso. Essere coordinati quando si è pieni di tic non è cosa semplice. Ci riprovò e le cose non andarono meglio. Si arrese e decise di rimanere per terra, appoggiò la schiena al masso, ma i movimenti convulsi gli causavano un fastidioso sfregamento. Prese lo zaino e lo frappose tra lui e la pietra, non prima di aver estratto dalla sacca la busta nera e la bottiglia di alcool. Con lo schienale le cose andarono meglio. Chiuse gli occhi. Il sonno sopraggiunse subito.

Terra & Fuoco

La fortuna è una bestia, con il buco del culo rosso, che ci corre sempre innanzi. Per quanto cerchiamo di raggiungerla, la bestia s’allontana.

A questo punto della storia sarà chiaro che Oscar Marzorati, detto “stecco”, e Michele Curcio, detto “Mercalli”, nelle loro vite in comune non solo avevano avuto una nonna con lo stesso nome, ma anche l’esser riusciti al massimo a vedere da vicino quel puntino rosso (magari sentendone pure il puzzo) senza oltrepassarlo.

Ora voi starete pensando che essendo tutti e due arrivati al Campo dei Vetri, inevitabilmente debbano incontrarsi. E infatti così è stato.

Quando Michele Curcio, detto “Mercalli”, si svegliò, vide un culo rinsecchito spuntare nel terreno. Ovviamente era il deretano di Oscar Marzorati, detto “stecco”, ma questo Michele Curcio, detto “Mercalli”, non poteva saperlo.

Il corpo a cui quel culo era attaccato si muoveva convulsamente nel terreno. Si spostava da un punto all’altro senza apparente logica. Ogni volta che un sasso volava via, quel corpo subito dopo si muoveva.

Oscar Marzorati, detto “stecco”, inconsapevole dello sguardo di Michele Curcio, detto “Mercalli”, alzava ogni sasso che gli capitasse a tiro e iniziava a scavare con le nude mani, in modo febbrile. I palmi ormai erano d’un colore strano, a metà tra il marrone e il rosso. E brillavano. Ma Oscar Marzorati, detto “stecco”, non solo non percepiva lo sguardo curioso di Michele Curcio, detto “Mercalli”, ma non sentiva neanche il dolore, tanto era la sua frenesia. Era lì da più di due ore e non aveva trovato ancora nessuna bustina. E prima o poi Alano sarebbe venuto a prendere qualche dose da vendere. Certo poteva anche andar via e non correre rischi. Mai poi come avrebbe pagato Gratta-gratta?

Questi erano i pensieri che scorrevano veloci sulle autostrade formate dai neuroni di Oscar Marzorati, detto “stecco”. Ben altre riflessioni impegnavano Michele Curcio, detto “Mercalli”. Prendete un ragazzo con dei problemi (uno che brucia vivi dei gatti tanto normale non è), mettetegli in mano una busta nera per la spazzatura e un bottiglia d’alcool. Supponete che abbia anche un accendino in tasca (e noi sappiamo che ce l’ha) e che provi tanta delusione poiché i propri programmi da “re della griglia” sono andati in fumo. Allora, capirete pure che per Michele Curcio, detto “Mercalli”, quel culo era più che un degno sostituto del gatto.

Se mi avete seguito con attenzione sin qui, avrete inteso che Michele Curcio, detto “Mercalli”, bontà sua, non era la persona più agile e disinvolta di questo mondo. Quindi se riuscì a portarsi alle spalle di Oscar Marzorati, detto “stecco”, senza che questi se ne accorgesse, fu più che altro per colpa del drogato.

Michele Curcio, detto “Mercalli”, raccolse un sasso (non senza sentire piccole schegge di vetro entrare nella propria mano) e lo scagliò con tutta la forza che aveva a disposizione sul capo dell’uomo chinato innanzi a lui.

Il colpo non andò a segno, per gli ormai famosi problemi del ragazzo.

Oscar Marzorati, detto “stecco”, rotolò su se stesso. Schegge di vetro penetrarono attraverso il maglione di nonna Carla, buonanima, e si conficcarono nella pelle. Non ebbe migliore fortuna il volto. Le mani erano già rovinate da un pezzo.

Quando vide il ragazzo che gli stava di fronte, la prima domanda che si pose non fu come mai quello sconosciuto avesse cercato di colpirlo, ma invece si chiese perché il tizio stesse ballando innanzi a lui. Ci mise qualche secondo per intendere che quei movimenti non erano una danza, ma una serie di tic convulsi. Dei tic. Un catalogo di tic. Un’enciclopedia di tic.

Raccolse il primo sasso che scovò e si ritrovò a contemplare una bustina bianca. Non ebbe il tempo di riflettere su questa cosa, che il ragazzo si buttò su di lui. I due iniziarono a rotolare uno attaccato all’altro.

Oscar Marzorati, detto “stecco”, cercava di colpire Michele Curcio, detto “Mercalli”, ma il tic permetteva al ragazzo di schivare ogni colpo indirizzato al volto.

Viceversa il ragazzo, per un puro gioco delle probabilità, riuscì finalmente a colpire con un grosso masso il suo antagonista al capo.

Tossico, stremato dalle lunghe ore passate a scavare senza costrutto (e pensare che la maledetta bustina era sotto l’ultimo sasso), Oscar Marzorati, detto “stecco”, svenne.

Michele Curcio, detto “Mercalli”, tentò di colpire nuovamente al capo il drogato, ma soltanto un terzo scarso dei suoi colpi andò a segno. Furono comunque sufficienti a spedire tra gli angeli benedetti del Signore Oscar Marzorati, detto “stecco”.

Inebriato dal successo raccolse la bottiglia con l’alcool e iniziò a versarne il contenuto sulla sua vittima. L’alcool formava dei rigagnoli sul terreno (pieno di vetri) che insozzava il corpo di Oscar Marzorati, detto “stecco”. Più che un uomo, sembrava una di quelle opere di sabbia che qualche volta si vedono in Tv. Solo che questa volta la scultura era di terreno e luccicava.

Prese l’accendino dalla tasca, accese un fazzoletto di carta che aveva con sé e lo buttò sul corpo che prese immediatamente fuoco.

E la magia iniziò. I piccoli frammenti di vetro che erano sparsi sul terreno presero vita e iniziarono a luccicare. Michele Curcio, detto “Mercalli”, non sapeva dove guardare. Il suo sguardo passava dal corpo, al terreno. Il suo collo si muoveva come quello di un arbitro d’una partita a tennis. Destra-sinistra. Corpo-terreno.

I suoi occhi si riempirono di fumo e lacrimarono. L’odore della carne era nauseante. Ma quello era senza dubbio il momento più bello della sua vita. Anche perché fu l’ultimo.

Ho avuto già modo di dire come Alano non fosse uno stupido. Quindi ci mise poco a capire che quello strano ragazzo che stava ballando in modo convulso aveva dato fuoco all’altro. Sempre perché non era uno stupido, aveva ben chiaro il motivo: la sua droga. Non era forse una delle sue bustine quella che si vedeva a qualche metro di distanza dal corpo? Non era uno dei suoi clienti, ma forse lui e il suo socio bruciacchiato l’avevano visto nascondere la droga lì al Campo dei Vetri e poi l’avevano cercata. Una volta trovata si erano azzuffati e il ragazzo (ma perché indossava quel maglione stretto?) aveva pensato bene di dar fuoco al suo ex socio. Certo che doveva esser un duro (o un pazzo) perché non solo era rimasto là a guardare lo spettacolo, ma stava anche ballando.

Il coltello di Alano non provò nessuno scrupolo quando penetrò nella schiena di Michele Curcio, detto “Mercalli”. Nonostante il duro colpo inflitto, il ragazzo continuò la sua strana danza. La cosa fece innervosire Alano, che non era uno stupido e neanche un tipo paziente. Si accanì con violenza sul corpo del ballerino (oramai per lui era ballerino) finché questi non smise di danzare.

Il calore emanato dal fuoco era insopportabile, così come il fetore di carne bruciata. L’adrenalina girava a mille nel suo corpo. Vomitò.

Vomitò sul maglione che nonna Carla, che prima o poi deve schiattare la vecchia rincoglionita, aveva regalato al suo nipotino.

Quando smise di rigettare la colazione, Alano si pulì la bocca con il polsino e si piegò a raccogliere la bustina contente la droga. Al contatto con la mano, la plastica incandescente diventò un tutt’uno con la pelle. Alano lanciò un urlo degno del proprio soprannome e si allontanò dalla scena del delitto.

Una colonna di fumo s’alzava dal campo e pareva quasi una grande freccia grigia che indicava il punto in cui lo scempio era stato compiuto. Il fuoco, spinto dal vento, divorò tutto ciò che c’era sul campo: erba secca, cartacce, bottiglie e buste di plastica. La sua era una marcia lenta ma implacabile, che nulla poteva fermare. Il fuoco è uno scarlatto e rude predatore con gambe agili e bocca grossa. La terra è una bruna e grassa matrona con il cuore generoso. Così diversi tra loro non poterono non amarsi, perché l’amore è dare e prendere. Qualcuno dà di più, qualcuno prende meno. Ma è sempre e soltanto dare e avere e, soprattutto, non presentare mai il conto. Perché, ahimè, il conto arriva sempre alla fine e, quando te lo ritrovi tra le mani, ti rendi conto che altro non è che una lista di pietanze insipide o, al più, inacidite con accanto un prezzo.

Ma per terra e fuoco non era ancora il tempo di guardarsi indietro. Era il principio. E all’inizio tutto è passione e tutto arde, senza bisogno d’inganni e\o compromessi. Così chi arrivò al campo, prima che l’incendio si fosse spento, parlò d’uno spettacolo stupendo. Terra e fuoco uniti insieme a creare uno strano effetto: un cielo marrone pieno di vitree stelle luccicanti.

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